A Bruxelles (e non solo) si soffre di oicofobia

di Spartaco Pupo

La ragione principale del documento “Union of Equality”, con cui la Commissione Europea intende promuovere un linguaggio epurato da ogni riferimento di “genere, etnia, razza, religione, disabilità e orientamento sessuale”, a iniziare dai nomi di persona tipici della tradizione cristiana, potrebbe essere di origine oicofoba. Ma che cos’è l’oicofobia? La risposta in questo articolo che pubblichiamo a puntate a partire da oggi.

In Europa perdura una tendenza politico-culturale che spinge alla denigrazione di identità, costumi, istituzioni ereditate, insomma di tutto ciò che è “nostro” e si identifica più o meno direttamente in un “Noi”, nella dimensione collettiva del vivere le relazioni sociali e politiche. Tale tendenza, sempre più diffusa a livello occidentale e che non disdegna strumenti totalitari e violenti, come nel caso della cancel culture, porta automaticamente ad additare tutti coloro che difendono la prima persona plurale, e cioè la famiglia, la nazione, la comunità, la tradizione, come pericolosi razzisti, xenofobi, nostalgici, reazionari, sciovinisti, ecc.

Si tratta di qualcosa di più di una mera disposizione ideologica o inclinazione culturale, che ha un nome ben preciso: oicofobia. Chi scrive ne ha fatto oggetto delle sue ricerche negli anni 2010-2015, con articoli, sia in italiano che in inglese, apparsi su riviste scientifiche come la “Rivista di politica” e “Notizie di Politeia”, in cui si dimostra che l’oicofobia è il frutto non solo di un pregiudizio ideologico caratterizzante aree ben identificate del pensiero e dell’azione politica contemporanei, ma anche di un vero e proprio disturbo psicologico, una sorta di patologica continuazione di stati psichici adolescenziali, che rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia rispetto alla xenofobia, che, come è noto, è la paura dell’altro, del diverso.

Già sul finire dell’800, in un’opera emblematicamente intitolata La Pathologie des émotions (1899), il neurologo francese Charles Féré definì l’oicofobia come lo stato d’animo di chi prova un’insuperabile “avversione per il ritorno a casa”. Soffre di oicofobia, in altri termini, chi ha paura di ritirarsi nella dimensione privata. Féré non faceva altro che riprendere la definizione che dell’oicofobia aveva dato anni prima lo psichiatra italiano Bernardo Salemi Pace, professore all’Università di Palermo, direttore del locale ospedale psichiatrico e scienziato influente nel campo degli studi sulle ossessioni e le idee fisse.

Salemi Pace aveva dedicato a questo problema testi importanti, non a caso pubblicati dall’Accademia delle Scienze Mediche, come Due casi singolari di oicofobia od orrore alla propria casa (1881) e Sulla Oicofobia (1882), lavori che pure non hanno ricevuto l’attenzione, in termini di critica, che forse meritavano. Evidentemente, il problema trattato era già a quell’epoca molto più ampio di quanto egli stesso prevedeva e mieteva vittime non tanto nella sfera privata degli individui, quanto in quella pubblica, dove gli oicofobi, specie se potenti, spesso zittiscono, negano, imbavagliano e ostracizzano chiunque osi metterli di fronte alla realtà del disturbo che li tormenta.

Oicofobia: avversione anormale per le “faccende domestiche” e tutto ciò che rinvia al “Noi”.

Per questa e altre ragioni l’oicofobia è rimasta a lungo sconosciuta al di fuori di una ristretta cerchia di specialisti, benché sia da sempre chiaro il suo significato etimologico. La parola, infatti, deriva da oikos, che significa “casa”, “famiglia”, tutto ciò che è “privato”, e phobos, “paura”, più precisamente, paura sproporzionata rispetto al pericolo effettivamente rappresentato. Al pari di altre fobie, essa è del tutto ingiustificata da un punto di vista razionale. Se la xenofobia, nell’accezione comune, è la paura ingiustificata delle “altre culture”, allo stesso modo si può dire che l’oicofobia è il terrore nei conforonti del proprio “retaggio”, della propria identità. Ma c’è una differenza di fondo: mentre la xenofobia può colpire indistintamente tutte le classi e i gruppi sociali, l’oicofobia attacca soprattutto le persone acculturate.

A tutt’oggi, l’oicofobia è usata in psichiatria per indicare un’avversione patologica all’ambiente domestico e a tutto ciò che l’abita. Alcuni psichiatri, come B. C. Carlsted, B. C. Stanaszek e, più recentemente, R. J. Campbell, la descrivono come un fenomeno pressoché “normale” in quegli adolescenti che non si vedono pienamente integrati nel gruppo dei loro coetanei e tendono ad adottare atteggiamenti che li portano a rifuggire dal loro contesto originario per paura di essere giudicati negativamente. Si tratta di una “fase” attraverso la quale la mente dell’adolescente passa più o meno ordinariamente. Meno “normali”, si può dire, sono i segni evidenti di atteggiamento oicofobo negli adulti, soprattutto in ambiti di esperienze che oltrepassano il terreno puramente psicologico e comportamentale, comunque individuale, per raggiungere lo spazio pubblico.

È già capitato, nella storia della cultura, che il concetto di oicofobia sia evaso da un ambito strettamente “scientifico” e abbia trovato nuovi e interessanti adozioni. In letteratura è avvenuto all’incirca un paio di secoli fa. Già nel 1808, infatti, il poeta inglese Robert Southey usò il termine oicofobia per descrivere il desiderio di abbandonare la propria casa per mettersi in viaggio. La parola, nell’uso che ne fece Southey, era un sinonimo di wanderlust, “voglia di evadere”, come evidenziato da alcuni passaggi del suo libro Letters from England (1808), come questo: “Il mal di casa è una malattia che non ha esistenza in un certo stato di civiltà o di lusso” e chi ne soffre è “soggetto a periodici attacchi di ciò che mi permetto di chiamare oicofobia, un disturbo che i medici conoscono perfettamente”.

George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair (1903-1950), è stato uno scrittore e giornalista britannico.

Benché non abbia mai fatto uso del termine specifico, in Inghilterra fu George Orwell tra i primi a denunciare il paradossale “primato” di chi era disposto a tradire la patria e venderla a potenze straniere. Orwell non ha mai nascosto la sua lunga formazione patriottica, definendo il patriottismo, in Decline of the English Murder (1946), la “devozione a qualcosa che muta, ma che resta misteriosamente sempre lo stesso”. Il patriottismo era per Orwell la naturale “devozione” a un particolare luogo e modo di vivere, che si crede essere il migliore del mondo senza con ciò forzare anche altri popoli al crederlo. Condannando senza appello quanti, in nome di un’ideologia “culturalicida”, potremmo dire, sono disposti anche a vendersi, Orwell si diceva convinto che quelle persone “il cui cuore non ha mai palpitato alla vista della bandiera nazionale” sono le stesse “che diserteranno la rivoluzione, quando sia giunto il momento buono”. Il riferimento dello scrittore inglese era a quegli intellettuali “di sinistra” particolarmente inclini a un atteggiamento di denigrazione dell’identità nazionale. Nei circoli della sinistra inglese Orwell scorgeva sempre come qualcosa di “leggermente vergognoso” nell’essere “inglese”, come se fosse dovero “sghignazzare” su ogni istituzione o tradizione nazionale, dalle corse dei cavalli al budino di sugna.

In filosofia il termine ha fatto di recente capolino grazie all’opera di Sir Roger Scruton, uno degli intellettuali europei più autorevoli degli ultimi quarant’anni (il New Yorker lo definì “il più influente filosofo al mondo”). In un libro tradotto in italiano nel 2006 con il titolo Manifesto dei conservatori, prefato da un entusiasta Giuliano Ferrara che vi percepiva addirittura “il messaggio conservatore per la nostra epoca” che “deve essere recepito se si vuole che una politica a misura d’uomo rimanga una possibilità”, Scruon indicò chiaramente nell’oicofobia il “ripudio” dell’eredità culturale e dell’identità nazionale. «Il ripudio dell’idea nazionale – egli scriveva – è il risultato di un particolare stato d’animo che si è sviluppato nel mondo occidentale a partire dalla Seconda guerra mondiale e che prevale tra le élite intellettuali e politiche. Non esiste termine adeguato per definire questo atteggiamento, ma i suoi sintomi appaiono subito evidenti, e precisamente: la tendenza, in qualunque situazione conflittuale, a schierarsi con loro contro di noi e il bisogno irrefrenabile di denigrare usi e costumi, cultura e istituzioni che siano tipicamente nostri».

Scruton notò per primo, nella storia del pensiero contemporaneo, i sintomi di una persistente oicofobia nel contesto politico e culturale dell’Europa moderna, estendendone la portata e interpretandone la fenomenologia nel contesto delle principali tensioni di gruppo e ideologiche della società attuale. L’oicofobia, per Scruton, era una miscuglio di più elementi: il disprezzo irrazionale per la cultura originaria dell’Inghilterra del dopoguerra e la compiaciuta derisione verso l’identità nazionale, che è necessaria quasi quanto l’ossigeno nella vita delle persone ma che viene sistematicamente demonizzata. E l’oicofobo era il tipo di intellettuale che arriva se non a tradire, come prevedeva Orwell, quantomeno a odiare il proprio paese. L’oicofobo è chi detesta la patria, terra dei padri (e delle madri) al punto da preferire sempre il globale, internazionale o sovrannazionale, al locale e nazionale.

Per Scruton, era frutto del disturbo oicofobo anche la tendenza a insegnare a scuola e all’università la storia delle nazioni come un racconto di vergogna e decadenza, al fine di allontanare le persone in formazione dagli eventi principali della loro stessa storia, dalla cultura locale, cioè dall’arte, dalla letteratura e dalla musica che fanno la storia di una nazione. Era ed è una tendenza abbastanza diffusa, e non solo nell’Inghilterra di Scruton. Usi, costumi, tradizioni locali e cerimonie nazionali vengono sistematicamente e severamente criticati con il ricorso non sempre implicito a un irrazionale disprezzo per tutto ciò che è riferibile all’identità nazionale.

Sir Roger Scruton (1944-2020) filosofo britannico di orientamento conservatore.

Questo ripudio dell’idea nazionale è il risultato di un complesso di credenze e atteggiamenti particolarmente in voga tra le élite intellettuali e politiche che, dinanzi a un conflitto, porta a schierarsi con “loro” contro di “noi”, e al conseguente bisogno di denigrare i costumi, la cultura e le istituzioni identificabili come “nostre”.

Scruton cita anche alcune circostanze storiche in cui è facile identificare l’atteggiamento degli oicofobi. Il primo dei suoi riferimenti, sull’esempio di Orwell, è a quegli intellettuali inglesi che offrono la loro cooperazione a paesi stranieri contro la loro patria: “Le spie di Cambridge – scrive Scruton – offrono un quadro efficace di cosa abbia significato l’oicofobia per il nostro paese, ed è interessante notare che una recente ricostruzione filmata di documenti storici di quell’episodio, trasmessa dalla BBC, non ha esaminato le realtà del loro tradimento né considerato la sofferenza di milioni di vittime dell’Europa orientale, ma si è limitata ad avallare l’oicofobia che ha spinto quelle spie ad agire come hanno fatto”.

È questo un esempio del livello più alto mai raggiunto dal complesso oicofobo, che viene legittimato e veicolato da un mezzo di comunicazione di massa e, come tale, diventa pubblico, condiviso, contaminante. Sir Scruton forse non immaginava che questa veicolazione avrebbe potuto assumere una dimensione non soltanto comunicativa, ma anche istituzionale.

(Continua)