Africa e leadership politiche: breve storia di un potere come uso della forza

di Beatrice Nicolini

– Sostanziale incapacità di costruire collegamenti con la società civile e di prevenire le crisi politiche; assenza di approcci olistici; violenza derivante dall’uso della forza: sono queste alcune delle più frequenti osservazioni da parte di analisti e centri di ricerca occidentali nei confronti della storia delle classi politiche dell’Africa dove a tutt’oggi si antepone la legalità alla legittimità di chi ricopre i posti di potere.

Chi conosce la storia politica dell’africa Africa sa che indentificare un gruppo all’interno del quale nominare un capo locale da sempre vuol dire farne un referente e rappresentante per interessi commerciali e politici esterni ed estranei al gruppo stesso. Innescare un processo di domanda esterna significa tentare di modificare radicalmente i percorsi eco ambientali e le più profonde e ancestrali tradizioni per arricchirsi senza alcun interesse al fine di un bene comune che in Africa si basa, non certo senza conflitti, sullo scambio e sulla solidarietà tra comunità tra loro differenti. Conseguentemente, i processi di verticalizzazione e di polarizzazione del potere, già naturalmente presenti in numerose aree del continente africano, sono stati fortemente acuiti da economie che furono coloniali, neocoloniali e concentrate sugli sfruttamenti delle risorse naturali che il continente più ricco del mondo poteva e può offrire alle leadership politiche.

Dagli anni Sessanta del ventesimo secolo, gli anni delle indipendenze africane dal colonialismo, i percorsi della gestione del potere e la creazione delle leadership in Africa sono spesso passati attraverso la necessità, in assenza del consenso dal basso, del monopolio della forza; ciò ha implicato la nascita di costituzioni militari, la creazione di partiti unici, il predominio dell’esercito, e il proliferare di presidenti, tutti uomini fino a pochissime recenti presenze femminili, spesso provenienti dall’esercito, inclini a comportamenti cleptocratici e privi della concezione di opposizione politica. Del resto, in Africa, soprattutto sub-sahariana, chi si oppone è un nemico e, in quanto tale, va eliminato. La violenza connessa al potere poiché derivante unicamente dalla forza è una ferita profonda che attraversa l’intera storia contemporanea delle leadership politiche in molte parti del continente africano.

Mobutu Sese Seko (1930-1997), fu presidente dell’ex Zaire.

Da qui derivò una lunga generazione di presidenti africani che negli anni Ottanta del ventesimo secolo si contraddistinsero per la brutalità con cui acquisirono immense ricchezze sottratte agli stessi stati che dovevano governare e difendere. Si pensi a Mobutu Sese Seko (1930-1997), presidente dell’allora Zaire, che accumulò personalmente ricchezze fino quindici miliardi di dollari e si recava a Parigi con l’aereo Concorde per lo shopping. Oggi l’ex Zaire è la Repubblica Democratica del Congo; se la ricchezza fosse equamente distribuita per la sua popolazione – 84,07 milioni su un’estensione quasi pari a tutta l’Europa occidentale – ogni cittadino potrebbe spostarsi con il proprio jet privato con arredi personalizzati. L’attuale leadership della famiglia Kabila ha assistito a violenze e guerre civili dominate da gruppi ribelli e atti terroristici di violenza inaudita e, nonostante le recenti elezioni politiche (2018), essa detiene attività commerciali, permessi di estrazione mineraria e ettari di terreno. Jean-Bedel Bokassa (1921-1996), 40 figli e 19 mogli, divenne capo indiscusso delle forze militari della Repubblica Centrafricana; egli fece spesso un uso strumentale di conversioni religiose legate a concessioni politico-economiche, oltre a notizie non confermate che si cibasse anche di carne umana.

Jean-Bedel Bokassa (1921-1996), noto anche come il Napoleone d’Africa

La cerimonia dell’incoronazione di Bokassa nel 1976 fu a dir poco sfarzosa: con in mano uno scettro prezioso, Bokassa si cinse la corona d’oro massiccio tempestata da 5000 diamanti e realizzata in Francia. Il cocchio color verde-oro con l’aquila araldica era trainato da bianchi cavalli normanni e portava la coppia imperiale e il principe ereditario Jean-Bedel di quattro anni; la moglie Catherine sfoggiava un manto di ermellino e un diadema aureo. Concluso il rito, Bokassa I si sedette sul gigantesco trono a forma di aquila di bronzo dorato, del peso di due tonnellate e costellato da 785.000 perle e un milione di cristalli. Seguì un lauto banchetto con le più rare prelibatezze e i camerieri in costumi ottocenteschi. L’incoronazione costò più di venti milioni di dollari e gettò la Repubblica Centroafricana sul lastrico.

Rimangono nella storia del continente africano importanti figure di visionari e illuminati presidenti che ancora oggi sono d’esempio nel mondo. Il 6 marzo 1957 Kwame Nkrumah (1909-1972), neoeletto primo ministro del Ghana dichiarò: “… l’indipendenza del Ghana è priva di significato se non viene collegata alla liberazione completa dell’Africa …”. Nkrumah fu tra i più autorevoli e attivi esponenti degli ideali panafricani. Durante gli anni del bipolarismo tra Stati Uniti e Unione Sovietica le sue visioni politiche lo marginalizzarono e morì nel 1972 in Romania insieme con un altro importante presidente, Ahmed Sékou Touré (1922-1984), della Guinea, eroe della lotta anticoloniale che poi non esitò a imporre una spietata repressione contro i dissensi interni al suo paese.

Vero anche che 22 sono stati i presidenti uccisi negli ultimi cinquant’anni in Africa: tra i primi fu il presidente Sylvanus Olympio (1902-1963) del Togo l’11 gennaio 1963 in un colpo di stato militare organizzato da forze occulte francesi; l’esercito del Togo aumentò da 250 unità nel 1963 a 1200 nel 1966. Il lunghissimo elenco di assassini giunge fino all’uccisione di Muhammar Gheddafi (1942- 2011) della Libia nel 2011.

Sylvanus Olympio (1902-1963) fu presidente del Togo

Caratteristica comune alle leadership politiche dell’Africa contemporanea è il desiderio e la necessità di conservare il potere che si basa, come detto, sulla forza, sul ruolo dell’esercito, sulla repressione di ogni opposizione politica e sulle costituzioni militari. Costituzioni, queste, che spesso vengono forzate e modificate per prolungare i mandati di alcuni presidenti ‘dinosauri’. A questo riguardo gli investimenti dei singoli stati africani nelle spese militari sono ingentissimi e secondo le ricerche compiute dalla Ibrahim Foundation che pubblica ogni anno l’Ibrahim Index of Governance vi è solo uno stato che ha successo politico-economico in Africa: Mauritius, per il semplice motivo che l’isola è priva di un esercito. Vi è inoltre un premio particolare istituito nel 2007 (Ibrahim Price for Achievement in African Leadership) che consiste in 5 milioni di dollari offerti dalla Ibrahim Foundation a quel presidente africano che si adoperi per le riforme e per il benessere dei propri cittadini. Questo premio per molti anni non è stato vinto da nessun presidente. L’Africa è il continente più giovane del mondo, uniti alle crescenti influenze delle diaspore africane numerosi percorsi di sviluppo sono in atto. Tali tendenze hanno contribuito anche a spettacolari deposizioni di alcuni presidenti e allo smantellamento, perlomeno ufficiale, dei loro entourage clientelari. Tendenze che potranno risultare efficaci solo se accompagnate da decolonizzazioni delle menti che vedranno innovazione e sviluppo non più solo per l’Africa ma dall’Africa per il mondo.