Alle origini della sociologia di Ludwig Gumplowicz

di Alessandro Della Casa

– Benché agli albori della sociologia ne sia stato uno dei più influenti teorici, tanto da essere annoverato da Gaetano Mosca tra i precursori della dottrina della classe politica, l’ebreo polacco Ludwig Gumplowicz (1838-1909) è caduto nell’oblio, complice una lettura approssimativa delle sue opere. Per le cure di Federico Trocini, escono finalmente “Gli scritti giovanili di Ludwig Gumplowicz. Questione ebraica e questione nazionale in Polonia (1864-1875)” (Mucchi, Modena 2021).

Nella sua opera più nota, Rassenkampf (1883), Gumplowicz individuò l’esposizione di una teoria razzista della storia accostabile a quelle di Joseph Arthur de Gobineau o, paradossalmente, dell’antisemita Houston Stewart Chamberlain. “Lungi dal legittimare presunte discriminazioni basate su differenze naturali”, Gumplowicz aveva affermato che “alla base di ogni progresso della civiltà vi sarebbe un inesorabile processo di amalgama etnica derivate dallo scontro tra gruppi sociali – le ‘razze’, secondo la sua terminologia – eterogenei”, scrive invece Federico Trocini, del quale è in pubblicazione una monografia sul sociologo, introducendo Gli scritti giovanili di Ludwig Gumplowicz. Questione ebraica e questione nazionale in Polonia (1864-1875) (Mucchi, Modena 2021).

L’interessantissimo volume offre, nella traduzione dal polacco di Davide Artico, a cui si deve anche la postfazione che indaga le radici della storiosofia gumplowicziana, cinque saggi risalenti a quello che è detto il “periodo di Cracovia”, precedente all’abbandono della città natale, nella cui Università Jagellonica Gumplowicz si era addottorato in legge, per Graz, dove si stabilì permanentemente e riuscì nella nomina a professore di diritto pubblico. Per questo l’antologia, in virtù delle numerose e dettagliate note esplicative del curatore a fondo pagina, si rivela uno strumento privilegiato per osservare, tramite gli occhi di un acuto testimone, il contesto della Polonia nei decenni successivi all’ultima spartizione e dell’Austria da poco orfana di Metternich, e per meglio comprendere le più mature teorie dell’autore, che proprio da quel contesto trassero origine.

Non si può fare a meno di notare, infatti, che negli scritti la riflessione di Gumplowicz, alimentata spesso dal ricorso alla ricostruzione storiografica e da una precisa analisi documentale – ne sono un esempio, oltre  all’analisi della riforma ebraica elaborata sotto il regno di Stanislao Augusto, della più avanti si dirà meglio, Le ultime volontà nel progresso della storia e dei saperi (1864) o a La legislazione polacca sugli ebrei (1865), le due tesi con cui tentò di candidarsi alla libera docenza a Cracovia, ma venne respinto a causa delle critiche mosse al clero cattolico –, fosse rivolta particolarmente alle dinamiche conflittuali tra i differenti gruppi economici e culturali e alla condizione politica e sociale degli ebrei nella Rzeczpospolita, con accenti che, sebbene con alcune iniziali incertezze e incoerenze metodologiche, anticipano quelli della seconda fase della sua esistenza. Basti pensare all’enfasi posta sul concetto di nazione, frutto della “necessità naturale”, in rapporto inevitabilmente dialettico con lo Stato, prodotto artificiale del “libero arbitrio dell’uomo”, che già si palesa nelle Otto lettere da Vienna (1867), in cui si ha una sferzante descrizione del panorama politico, sociale e culturale della capitale imperiale che giunge alla confutazione dell’esistenza stessa di “un ‘paese’ austriaco e di […] una nazione austriaca”.

Stanislao II Augusto Poniatowski (1732–1798) è stato l’ultimo re di Polonia e granduca di Lituania della Confederazione delle Due Nazioni.

Sicuramente risentiva ancora delle convinzioni respirate sin nell’ambiente in cui era cresciuto, una famiglia progressista che individuava nell’assimilazione lo strumento privilegiato per la soluzione della questione ebraica, il citato scritto su Il progetto di riforma ebraica di Stanislao Augusto (1875), nel quale, Gumplowicz rilevava come il tema di una “riforma ebraica” da parte dello Stato fosse emerso in Polonia solo all’indomani della spartizione del 1772, nel contesto di un più vasto proposito di riorganizzazione della vita sociale. Allora la “nazione ebraica, dispersa nel mondo in seguito alle persecuzioni medievali e a certe leggi che regolano la vita delle nazioni, era decaduta a un livello infimo; la sua vita spirituale si era ridotta a una scolastica dogmatica e sterile; la nostalgia di un passato glorioso ma irripetibile la schiacciava”: essa si curava “solo della vita materiale, mentre tutta la sua vita spirituale era rivolta esclusivamente alla preghiera e alle pratiche religiose”. Nondimeno, era rimarcato, “la coscienza del suo destino condiviso, ovunque tormentato, costituiva un potente collante per i suoi membri, allora dispersi in tutto il mondo”, e aveva iniziato a imporsi – invero più nell’Europa occidentale che non in quella orientale – la “direttrice riformistica” sorta in seno all’Haskalah, l’illuminismo ebraico di matrice tedesca. Mentre quest’ultimo mirava a “liberare gli ebrei dal giogo dell’oscurantismo, della superstizione, dei pregiudizi”, rendendo compatibile la “antica dottrina mosaica con tutto quanto richiedono il mondo e la società contemporanei” e volgendo nelle lingue nazionali i testi in lingua ebraica, il meno fortunato intento riformatore degli statisti polacchi puntava piuttosto a fare “polacchi gli ebrei”, certo anche per trarne vantaggi economici, a partire dal loro traghettamento dal commercio – al quale erano stati sostanzialmente costretti dal divieto all’acquisto di terre – all’agricoltura, senza preoccuparsi della loro istruzione.

La Haskalah, detta anche illuminismo ebraico, è una corrente di pensiero che si sviluppò nel XVIII secolo in vista dell’emancipazione del riconoscimento dell’eguaglianza agli ebrei.

A tale pecca, enorme per chi, in linea con gli assunti positivistici, esaltava l’istruzione quale “unico rimedio a tutti i mali della società”, era in parte sfuggito l’inedito progetto commissionato dal re Stanislao Augusto Poniatowski. Non soltanto esso avrebbe accordato agli ebrei “la più ampia libertà economica” (a eccezione, però, della gestione delle osterie, “dove i cristiani vanno spesso incontro a rovina”, e insistendo ancora sulla conversione in agricoltori) e imposto loro l’obbligo del servizio militare, ma avrebbe anche riconosciuto “allo stato e al Governo […] l’onere di fornire alle comunità ebraiche le scuole di cui necessitano”. Eppure, rimarcava Gumplowicz, perfino quel lungimirante disegno sembrava dimenticare che “gli ebrei sono un popolo con alle spalle una storia millenaria”, nel corso della quale avevano “accumulato tesori di pensiero che tuttora portano con sé quale eredità morale, ovunque il destino li abbia condotti”, nelle pagine della Bibbia. Pertanto, la loro formazione scolastica avrebbe dovuto principiare, fin dall’infanzia, “dalla Bibbia e dalle storie bibliche” in traduzione polacca, “dalla conoscenza cioè di quella letteratura ebraica classica che, al pari di quella greca e romana, resta ineguagliata quale documento di grandi gesta e pensieri”.

Gumplowicz biasimava tanto chi in Polonia stigmatizzava gli ebrei, sostenendo pregiudizialmente “l’impossibilità di un miglioramento delle loro condizioni”, quanto coloro che, ignorando con superficialità lo stato di abiezione nel quale al momento si trovavano per via della “posizione politica e sociale a cui li avevano condannati il governo, la Chiesa e la società”, li proclamavano già “polacchi di confessione mosaica”. E, dando prova del contenuto morale che informava anche allora la sua idea di nazione, egli scriveva che forse un giorno gli ebrei polacchi sarebbero stati “polacchi di confessione mosaica”, ma invero al momento si stentava a riconoscere la stessa esistenza di “polacchi” in Polonia, “perché nessuno strato della popolazione polacca è ancora maturato a un concetto di ‘nazionalità’ polacca”.

Una nazione, “nel vero senso del termine”, lì non si era formata, perché il “sentimento di stirpe e di casta” – fosse quello del nobile, del borghese o del contadino – ancora prevaleva su qualsiasi “interesse nazionale”. “Ancora lunga” per tutti era la strada che dal sentimento e dall’interesse particolaristici avrebbe condotto “fino al sentimento nazionale”: “solo l’educazione e l’istruzione” avrebbero potuto “accelerarne il percorso”.