Buzzati e il Giro d’Italia: un patrimonio da difendere

di Giulio Sessa

Tra le tante vesti indossate da Dino Buzzati nella sua brillante carriera – scrittore, giornalista, disegnatore – una è del tutto dimenticata: quella di cronista del Giro d’Italia, edizione 1949. Questo articolo ne ricostruisce la “storia”.

Nel corso della sua esistenza, Dino Buzzati ha indossato innumerevoli vesti: lo si ricorda soprattutto come scrittore, ma ha rivestito anche i panni del giornalista, del disegnatore, del pittore. Durante la sua esperienza al “Corriere della Sera”, che lo vide ricoprire i ruoli di “vice” del critico musicale, corrispondente di guerra, inviato speciale, e di cui non divenne direttore probabilmente solo per la sua indole schiva, ebbe anche l’occasione di seguire l’edizione del 1949 del Giro d’Italia. Questa esperienza è riportata nel libro “Dino Buzzati al Giro d’Italia” (Oscar Moderni Mondadori).

Dal punto di vista della forma, ogni articolo apparso sul “Corriere”, pur costituendo un tassello della narrazione complessiva di quell’edizione della corsa rosa, rappresenta un racconto perfettamente compiuto: d’altronde, Buzzati si è dimostrato in più occasioni maestro impareggiabile di questa modalità letteraria.

L’approccio dello scrittore bellunese è, anche stavolta, improntato alla modestia: in numerosi articoli, afferma di non aver mai visto fino a quel momento una corsa ciclistica, ed arriva a scrivere che “chi vi parla in fatto di ciclismo è una completa bestia”. Pur riscontrando il suo candore nel riferimento a temi che un giornalista specializzato non affronterebbe senza evidenze lampanti (in un articolo descrive le armi segrete di ciascun ciclista, dalla medaglietta sacra alle scarpe speciali, fino ad arrivare a parlare di simpamina, di “infuso energetico preparato dal farmacista del paese”, di “bombe”, di “ricostituenti lampo”, di “dinamici intrugli”), in più riprese si nota che la sua innata capacità di individuare e descrivere magistralmente i motivi profondi che guidano e determinano le vicende umane lo induce a inquadrare perfettamente i temi della corsa, conducendolo anche ad analisi tecniche non ovvie.

Il filo rosso che lega tutti gli articoli è il duello tra Coppi e Bartali, che si stagliano rispetto alle figure degli altri ciclisti arrivando ad assumere contorni epici, perché “nelle straordinarie capacità dei due uomini […] gli spettatori […] avvertono forse qualcosa di misterioso, di sacro, una specie di grazia, il segno di una potestà sovrannaturale”. È quest’aura mitologica che avvolge le figure dei due fuoriclasse che porta Buzzati a descrivere il culmine del duello (che si ha nella leggendaria tappa Cuneo – Pinerolo, in cui Coppi si rende protagonista di un assolo rimasto negli annali, guadagnando quasi dodici minuti su Bartali che giunge secondo) assimilandolo allo scontro tra Ettore e Achille. Emozionante è la descrizione della strenua difesa di Ettore-Bartali, il quale, pur mantenendo le sue proverbiali doti di resistenza e caparbietà, nulla può opporre al vero nemico, che non è il più giovane avversario, Achille-Coppi, che gli sfugge implacabilmente, ma è ben altro; è “qualche cosa di orrendo” per sfuggire alla quale “pedalava pedalava come se […] gli corresse dietro e lui sapesse che a lasciarsi prendere ogni speranza era perduta”: il tempo, l’età che avanza. Bartali che, pur opposto ad un Coppi all’apice della sua carriera (Fausto quell’anno diverrà il primo ciclista della storia a vincere Giro e Tour nello stesso anno, impresa riuscita solo ad altri sei atleti dopo di lui), mai ricorre a scuse per giustificare le sconfitte: “Noi non si fora mai”.

Si diceva che Buzzati centra perfettamente gli aspetti essenziali del ciclismo, individuando nella “Strada, [N.B.: scritta con la S maiuscola] la grande nemica”, la vera antagonista di ogni atleta. Inoltre, effettua un’analisi sulle ragioni dell’attrazione che esercita questo sport nei confronti anche di “persone ragionevoli e colte”, individuandole in quelle doti di potenza quasi divina di cui si è già parlato. Comprende l’essenza del Giro d’Italia, che transita anche in piccole contrade e non è solo un evento sportivo, ma diventa “l’incarnazione del mondo vecchio e felice […] che finalmente veniva a salutare – pochi secondi, è vero, però veniva – quelle vecchie e dimenticate case”, con i ciclisti “pellegrini in cammino verso una città lontanissima che non raggiungeranno mai […] simboleggiando in carne ed ossa […] la incomprensibile avventura della vita”. Descrive in maniera suggestiva aspetti tipici delle corse ciclistiche a tappe, come le cosiddette “visite parenti”, in occasione delle quali un misto tra l’euforia che si impossessa del ciclista enfant du pays per il passaggio lungo le strade di casa e il tacito permesso del resto del gruppo spinge l’atleta del luogo ad avvantaggiarsi per salutare la famiglia, per vincere il traguardo volante (ossia il traguardo intermedio) o, addirittura, la tappa; o come il colorato seguito di auto della stampa, delle squadre, delle radio che seguono la corsa. Pennella definizioni mirabili, descrivendo la cronometro (tappa in cui gli atleti competono singolarmente, partendo inversamente rispetto alla loro posizione in classifica generale) come “l’unica gara in cui gli ultimi arrivano per primi e i primi arrivano per ultimi”. Fa emergere temi spesso presenti negli scritti di Buzzati: l’attesa, che permea “Il deserto dei Tartari”, è qui l’attesa del duello tra Coppi e Bartali; il trascorrere del tempo, che si dilata iperbolicamente in un articolo in cui descrive l’arrivo al traguardo degli ultimi corridori di giornata; la malinconia, che si impossessa dell’uomo quando si accorge “quanto sia veloce il tempo e breve la vita” e che, nel caso specifico, pervade la carovana quando ci si rende conto che il Giro ormai volge al termine. Si rende autore di uno scoop, riuscendo ad intervistare Bartali il giorno dopo la sconfitta di Pinerolo e a carpirne i recessi dell’anima, in una maniera così profonda da far sorgere il sospetto che l’evento fortuito che ha portato all’intervista (Bartali che si rifugia nell’auto di Buzzati per sfuggire alla folla che cercava di avvicinarlo prima della partenza di tappa) e l’intervista stessa siano frutto dell’immaginazione dell’autore. Riesce a fornire straordinari scorci descrittivi, come quelli di alcuni angoli della Calabria percorsi durante la tappa Villa San Giovanni – Cosenza o di una Cassino che ancora mostra profonde cicatrici dopo i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale.

Dino Buzzati (1906-1972)

Buzzati, nell’articolo che descrive la tappa Venezia – Udine, in cui il gruppo transita da Trieste, affronta anche i temi del patriottismo, della Nazione, dell’unità europea: la sera precedente la frazione discute di questi argomenti con un collega, per il quale “il concetto di Patria ormai è sorpassato; garantiva di sentirsi molto più che semplice Italiano: si sentiva cittadino d’Europa – diceva –  anzi del mondo”; il giorno dopo, tuttavia, sorprende lo stesso giornalista a nascondere dietro agli occhiali scuri le lacrime di commozione che gli rigano il volto per il caloroso saluto e l’entusiasmo che la gente triestina trasmette ai girini, perché  riconosce la carovana come un simbolo dell’Italia, facendo in modo che “non ci fu più differenza tra campionissimi e brocchi e neppure fra i corridori e quelli del seguito […] poiché tutti si veniva dall’Italia”, con i “corridori che […] capirono di essere diventati tutti uguali, di essere soltanto Italiani e non più campioni”.

Al termine della corsa, Buzzati lancia un messaggio d’amore al Giro e alla bicicletta, implorando entrambi di ripetere questo incantesimo in occasione di ogni mese di maggio, in modo che sia lasciato un po’ di spazio al “dominio della illusione, dove trovano respiro i cuori semplici”.

Buzzati e il Giro sono entrambi eccellenze italiane, pilastri del nostro patrimonio culturale e storico da difendere, studiare e tramandare.