David Hume razzista? Come tutti gli illuministi…

di Spartaco Pupo

I manifestanti del “Black Lives Matter”, che nei giorni scorsi a Edimburgo hanno oltraggiato la statua di David Hume, accusato di razzismo, dovrebbero prendersela con l’intera cultura illuminista e i suoi maggiori interpreti, da Voltaire a Kant, assertori di un certo differenzialismo tra uomini, popoli e nazioni… ma dai quali derivano tutte le libertà di cui i novelli rivoluzionari usano e abusano.

Durante le proteste inscenate dal movimento Black Lives Matter lo scorso 7 giugno a Edimburgo, i manifestanti hanno pensato bene di “decorare” la statua di David Hume, posta in posizione prominente nella Royal Mile, nel cuore del centro storico della capitale scozzese, con un cartello recante un pensiero del grande filosofo: “Sono incline a ritenere che i neri siano naturalmente inferiori ai bianchi” (vedi foto).

La statua di Hume a Edimburgo oltraggiata dai manifestanti del “Black Lives Matter”

Si tratta di una estrapolazione decontestualizzata da una nota a piè di pagina contenuta nel saggio I caratteri nazionali, pubblicato da Hume nel 1748, che qui riporto per intero: “Sono incline a ritenere che i neri, e in genere tutte le altre specie umane (ce ne sono altre quattro o cinque), siano naturalmente inferiori ai bianchi. Non c’è mai stata una nazione civile che non fosse di colore bianco, né alcun individuo eminente nell’azione come nella speculazione. Tra i neri non esistono ingegnose manifatture, né arti né scienze. D’altra parte, i popoli più rozzi e barbari tra i bianchi, come gli antichi Germani o gli attuali Tartari, hanno pur sempre qualcosa in cui eccellono: valore, forma di governo, ecc.; una differenza così costante e uniforme non avrebbe potuto esserci in così tanti paesi ed età se la natura non avesse fatto una distinzione originaria fra queste due razze. Per non parlare delle nostre colonie: ci sono schiavi neri in tutta Europa nei quali nessuno è mai stato ancora in grado di scoprire qualche traccia di ingegno, mentre dalle nostre parti la bassa plebe priva di educazione emerge e si distingue in molte professioni. In Giamaica, a dire il vero, si parla del nero come di un uomo di parte e di apprendimento; ma è probabile che sia ammirato per alcune doti sottili, come un pappagallo, che pronuncia in modo chiaro poche parole”.

Il contenuto di questa nota, contrariamente a quanto è accaduto a vari brani di altre opere, da Hume spesso rivisti o rielaborati, è stato riportato integralmente in tutte le edizioni successive della raccolta dei suoi saggi morali, politici e letterari, fino all’ultima, risalente al 1777 e contenente le revisioni finali dell’autore. Ciò testimonia che Hume non cambiò mai punto di vista. Il che ha indotto l’americano Richard Popkin a parlare per primo di “razzismo scioccante” di Hume. Correva l’anno 1973 quando Popkin, le cui ricerche sullo scetticismo occidentale ebbero grande risonanza in tutta Europa, si espresse in quel modo nei riguardi della presunta superiorità riconosciuta ai bianchi da Hume. Da allora, il saggio humiano è fatto a più riprese oggetto di maldicenze, pettegolezzi e censure.

Ad adeguarsi sono stati soprattutto gli italiani. Il passo incriminato, infatti, risulta troncato, omesso o del tutto espunto dalle edizioni italiane degli scritti politici di Hume della seconda metà degli anni Settanta. Dalla raccolta del 1975 pubblicata da Editori Riuniti, a cura di Lia Formigari (D. Hume, Politica e scienza dell’uomo), venne escluso l’intero saggio I caratteri nazionali, mentre nell’edizione del Mulino del 1978, curata da Giuseppe Giarrizzo (D. Hume, Antologia di scritti politici), venne soppresso l’ultimo periodo della suddetta nota concernente le capacità cognitive dei neri della Giamaica. Ma il processo di manipolazione del testo si è protratto fino a tempi alquanto recenti, se è vero che la nota “incriminata”, insieme alla parte di testo a cui rimanda, sono state espunte dall’estratto del saggio contenuto nella raccolta introdotta da Eugenio Lecaldano nel 2008 per Laterza (Sulla religione e i miracoli. Sulla provvidenza e il male), nonostante quella stessa casa editrice, nel 1971, cioè due anni prima della sentenza inappellabile di Popkin, avesse pure pubblicato integralmente il saggio, comprensivo della nota, nelle Opere di Hume.

Identica sorte, in verità, subirono, in queste edizioni, altre note ritenute “scomode” di questo e altri saggi di Hume, alcune delle quali vennero sostituite con note esplicative del curatore.

David Hume (1711-1776)

Quello di Hume è uno dei casi più eclatanti in cui la traduzione di un “classico” del pensiero occidentale ha risentito fortemente del contesto politico di una determinata epoca. La riflessione sull’atto della traduzione si è rivelata una mera operazione ideologica dettata da finalità solo parzialmente coincidenti con quelle dell’autore dei testi tradotti e dettate dall’esigenza di piegare le idee politiche del classico, ritenute evidentemente sciovinistiche, razzistiche o “reazionarie”, a quelle dei rappresentanti ufficiali, e a vario titolo, dell’egemonia in atto.

Nel 2016, al fine soprattutto di restituire il maltolto all’autore scozzese, è stata pubblicata la raccolta completa dei suoi scritti politici, a cura di chi scrive, per i tipi della Rubbettino (D. Hume, Libertà e moderazione. Scritti politici), che comprende tutti i saggi ritradotti e le note di Hume nella loro versione originale e integrale.

Che si sia o no trattato di censura, è comunque certo che con la mancata o parziale pubblicazione di parti cruciali dei testi è stato impedito a un certo pubblico di lettori italiani, quello più affezionato alla storia delle idee politiche, di apprezzare lo sforzo compiuto da Hume nel descrivere l’identità delle nazioni con metodo empirico. Hume, fra l’altro, con quel saggio volle impartire, proprio dalla prospettiva empirica, una lezione ai literati scozzesi e a Montesquieu, il quale, per accreditare la sua teoria climatica, aveva sminuito, ne Lo spirito delle leggi (anch’esso del 1748), l’importanza delle cause morali e sociologiche, a vantaggio di quelle naturali e fisiche.  

La verità è che quella di Hume, più che una istanza di “razzismo”, come è stata banalmente etichettata estrapolandola surrettiziamente dal suo contesto, riflette una ben precisa metodologia, quella della “scienza dell’uomo”, propria di Hume e alcuni suoi contemporanei scozzesi, come Adam Smith, Adam Ferguson e Lord Kames, non a caso ugualmente interessati alla questione della “razza” come base di conoscenza empirica delle scienze morali. Come Hume sottolineò nel Trattato sulla natura umana (1739-40), la riforma delle scienze morali, che includevano pressoché tutte le aree della filosofia diverse da quella naturale, passava dalla più vasta gamma possibile di osservazioni dell’esperienza umana, fatta soprattutto di resoconti e storie dei viaggiatori, che a quel tempo fornivano esperimenti comparativi utili a discernere le caratteristiche stabili della natura degli uomini e delle nazioni. Non a caso, il discorso di Hume sull’uguaglianza e la differenza si basava sul rapporto tra l’uniformità “generale” e quella “locale” della natura umana, e la riflessione sui caratteri nazionali rientrava nella sua più ampia visione circa i nessi tra le motivazioni razionali, le passioni e le azioni degli uomini nell’esperienza concreta.

Quello che dunque scrisse convintamente Hume a proposito dei neri non può essere sconnesso dalle altre sue opere e scisso dal contesto storico scozzese ed europeo. Se si dà del razzista a Hume, come fanno i mandanti “colti” degli imbrattatori, occorre darlo di conseguenza all’intero movimento intellettuale dell’Illuminismo europeo, del quale peraltro quella scozzese, di cui Hume è l’iniziatore, rappresenta la forma più moderata e conservatrice. Se è inquietante la posizione di Hume, fino a prova contraria il più grande filosofo di lingua inglese di tutti i tempi, consacrato nel pantheon della filosofia moderna come una specie di santo laico, allora lo è senz’altro anche quella di alcune delle più influenti figure intellettuali del Settecento, che sui neri manifestarono opinioni niente affatto dissimili da quelle dello scozzese.

Voltaire, lodato oggi come il paladino settecentesco della tolleranza e della libertà di parola e di espressione, nel Dizionario filosofico, del 1764, definì “i Cafri, gli Ottentotti e i Tupinamba” come dei “bambini” incapaci di sentimento: “un bambino – scrisse – non è né ateo né teista, non è nulla”. Nella sua classificazione delle razze umane che stilò nel Trattato di metafisica del 1734, Voltaire considerò i neri inferiori ai bianchi, in una posizione mediana tra gli europei e le scimmie. Nel Saggio sui costumi e sullo spirito delle nazioni, del 1753,si leggono affermazioni a dir poco colorite, comunque non improvvisate, come la seguente: “È permesso solo a un cieco di dubitare che i bianchi, negri, albini, ottentotti, lapponi, cinesi, americani, siano razze completamente diverse”. L’intento di Voltaire era di dimostrare che stava nelle differenze “naturali” la spiegazione del perché gli europei fossero capaci di sottomettere e schiavizzare le razze inferiori. Accostando gli africani alle bestie, il campione dell’Illuminismo francese ebbe a dichiarare: «La stessa Provvidenza che ha prodotto l’elefante, il rinoceronte e i negri, ha creato un mondo di alci e condor”.

La statua di Voltaire (1694-1778) al Pantheon di Parigi

A dire il vero, Voltaire ebbe di che scrivere anche sugli ebrei, accusati, sempre nel Dizionario filosofico, di cannibalismo. Si legge, infatti, alla voce Antropofagi”: “ll popolo ebraico era, lo confesso, assai barbaro. Scannava senza pietà tutti gli abitanti d’uno sventurato paese sul quale esso non aveva maggiori diritti di quanti ne abbia oggi su Parigi e su Londra”. Ma questa è un’altra storia…

Un altro lodatore della tolleranza religiosa, John Locke, padre indiscusso del liberalismo, non era del tutto irreprensibile, dal punto di vista pratico, più che filosofico. Egli fu infatti un investitore della Royal Africa Company, che era responsabile del trasporto di decine di migliaia di africani occidentali verso le Americhe. La compagnia fu guidata per un certo periodo da Edward Colston, la cui statua nel centro di Bristol, qualche giorno fa, è stata dai manifestanti del Black Lives Matter divelta e gettata nel fiume Avon. Fu Locke, del resto, a redigere gli articoli della Costituzione fondamentale della Carolina che approvavano l’istituzione della schiavitù, con queste parole: “Ogni uomo libero della Carolina deve avere assoluto potere e autorità sui suoi schiavi negri qualunque sia la loro opinione e religione”.

E che dire di Immanuel Kant, l’esponente più illustre dell’Illuminismo europeo, da lui stesso descritto come “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso”?

Statua di Immanuel Kant (1724-1804) a Kalinigrad

Fu proprio il padre del “pensiero critico” che investì tutti i campi del sapere umano, dalla filosofia alla politica, dalla società alla religione, a farsi interprete di quella che oggi si chiamerebbe la rappresentazione più radicale del pregiudizio razzista.

Al principio della “immutabilità” delle razze umane Kant dedicò un saggio nel 1777, proprio nel periodo in cui egli stava sviluppando la sua teoria morale universalistica, dal titolo abbastanza eloquente: Le differenti razze dell’umanità. Dopo avere parlato di una “comune origine” per tutti gli uomini, in quel testo Kant asserì che le diversità di razze esistono, non sono modificabili dal clima e si associano ai caratteri morali. Egli riconobbe quattro razze “principali”, la bianca, la nera, la mongola (o calmucca) e l’indù, e precisò che tra queste dovessero distinguersi due razze “basilari”, e cioè la bianca e la nera, con differenze abbastanza nette.

In altre parole, Kant riteneva che la perfezione dell’umanità dovesse essere riservata alla “razza bianca”, non certo agli “indiani gialli”, i quali “hanno scarso talento”, e nemmeno ai “negri” e ai “popoli americani”, che considerava “pigri” e “ineducabili”.

Più o meno le stesse considerazioni è possibile rinvenire in altri intellettuali del XVIII secolo, come Buffon, Cuvier e lo stesso Montesquieu, tanto che alcuni tra i più acuti commentatori suggeriscono che il differenzialismo del XIX secolo, ad iniziare da quello di Joseph Arthur, conte di Gobineau, autore del Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane (1853-1855), abbia avuto le sue origini intellettuali proprio nell’Illuminismo. Ma le genealogie storiche sono più complicate dei facili automatismi dei rivoluzionari odierni e dei loro mandanti morali, poiché il differenzialismo ha preceduto l’Illuminismo, e diversi sono i fattori storici che informano le varietà del razzismo moderno.

Il conte Joseph Arthur de Gobineau (1816-1882) diplomatico, scrittore e filosofo francese

Tornando a Kant, gli studiosi (non molti, in verità) che si sono cimentati nelle sue affermazioni razzistiche tendono a considerarle come marginali, anche alla luce dell’orrore successivamente espresso dal filosofo tedesco nei riguardi della crudeltà inflitta ai sudditi coloniali dai “selvaggi europei”, e comunque non in grado di inficiare quell’“imperativo categorico” attraverso il quale egli espresse l’idea per cui gli esseri umani non sono “mezzi”, ma “fini” a se stessi.

Alla luce di questa palese concezione gerarchica delle razze, di cui neanche Kant si è mai pentito, si potrebbe forse rivisitare il tanto decantato universalismo morale del filosofo di Königsberg e magari considerarlo un universalismo “incoerente” o, piuttosto, un coerente “inegalitarismo”? Certo che no.

Per più di due secoli, le opere di questo grande autore sono state nel loro complesso, e giustamente, elogiate come analisi brillanti di come e perché si possa vivere una vita giusta, virtuosa e soprattutto libera. Oggi che le idee di giustizia, virtù e libertà non concedono più spazio al razzismo, le precedenti citazioni da questi grandi filosofi appaiono un po’ confuse e contraddittorie ma, se indagate in profondità, con gli attrezzi della ricerca avalutativa, esse attengono a quel differenzialismo tipico del Settecento, che presentò gradazioni diverse, dalla semplice constatazione empirica delle differenze tra popoli e nazioni al razzismo vero e proprio.  

Quei punti di vista non sono che mere conseguenze dell’essere uomini del proprio tempo, orientati da quello che Carl Schmitt avrebbe chiamato il “centro di riferimento” della loro epoca. In questo gioco alla caccia al grande “insospettabile” razzista del passato si rischia di non salvare alcun personaggio storico e di abbattere quasi tutte le statue simboleggianti la civiltà occidentale, che abbelliscono e nobilitano le piazze più belle delle capitali europee.

Incolpare taluni pensatori di cose che hanno scritto e fatto in tempi meno “illuminati” dei nostri, ricorrendo agli standard di oggi, è un esercizio del tutto inutile, oltre che scientificamente e moralmente scorretto.

I morti, come Hume, non hanno diritto di replica, il che forse esalta lo spirito demolitivo dei suoi sbeffeggiatori e censori, nuovi e vecchi. Ma se avessero la possibilità di controbattere, essi ricorderebbero ai novelli rivoluzionari e ai teorici più o meno consapevoli della “deculturazione” di andarsela a prendere con l’intera cultura moderna occidentale, da cui derivano tutte le libertà di cui loro stessi oggi usano e abusano.