Dostoevskij e il cristianesimo come educazione ad essere liberi

di Giacomo Maria Arrigo

“La leggenda del Grande Inquisitore” di Dostoevskij, in libreria a cura di Danilo Breschi, è l’occasione per ritornare a parlare dell’Eterno, a interrogare la nostra società e il nostro modo di vivere, oggi dimentico di una dimensione trascendente che è ridotta ad astratta metafisica ma che è, in realtà, filosofia pratica e modo d’interpretare la vita quotidiana, i gesti comuni, finanche il modo di camminare e guardare i volti degli altri in giro per le strade.

Una leggenda che non è solo leggenda: è realtà, spiraglio nell’animo umano, descrizione di una ferita aperta, dialogo incessante con noi stessi, il male, la vita, la libertà, la felicità – termini che non hanno tempo, aperti a interpretazioni e reinterpretazioni in qualsiasi epoca, universali, trasversali e assoluti. Dostoevskij mette in scena tutto questo nella famosa leggenda del Grande Inquisitore contenuta ne I fratelli Karamazov, l’ultimo suo romanzo. E bastano queste pagine (poche rispetto alla mole dell’intera opera) per sprofondare nel dubbio – il quale, si badi, non è contrapposto al vero, perlomeno nella peculiare filosofia dostoevskijana, dacché verità e libertà sono inseparabili l’una dall’altra.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881) è considerato, insieme a Tolstoj, uno dei più grandi romanzieri e pensatori russi di tutti i tempi.

Danilo Breschi si dedica così a un’opera ardua, quella di commentare la figura dell’Inquisitore e il suo monologo nel testo edito da Edizioni Feeria – Comunità di San Leolino. L’Inquisitore parla a Gesù ritornato dopo secoli di silenzio ma che continua a fare silenzio («il Bene tace perché “è”, “sta”», scrive Breschi), e allora le sue parole, quelle dell’Inquisitore, sono un soliloquio, un po’ come durante il sacramento della riconciliazione, sicché l’accusa a Gesù si trasforma in accusa a se stessi («il silenzio [di Gesù] è anche segno della comprensione e dell’infinita misericordia di Dio», aggiunge Breschi).

Breschi individua subito il tema portante dell’intera vicenda, e cioè la libertà, all’unisono con il filosofo russo Nikolaj Berdjaev, secondo cui «il problema dell’uomo e del suo destino per Dostoevskij è prima di tutto il problema della libertà». Va da sé che la libertà è foriera del bene ma anche del male, per cui non può essere slegata dal tema della teodicea: se Dio è buono, come può consentire che vi sia il male? La risposta è: per via della libertà, che è troppo gravosa per essere sostenuta nella sua interezza, troppo impegnativa per essere concessa a tutti – ma è Gesù che ci ha vincolati ad essa, accusa l’Inquisitore, è Gesù che ci ha condannati ad essere liberi (impossibile non richiamare alla mente Sartre), è Gesù che ha rivolto a ciascuno di noi l’appello ad essere responsabili, cioè a rispondere di ciò che facciamo. E nella responsabilità siamo sempre imputabili, accusabili, condannabili; questo, l’Inquisitore non può sopportarlo. Parlando con Gesù, l’Inquisitore dice: «Invece di impadronirti della libertà degli uomini, Tu l’hai accresciuta. Hai forse dimenticato che la tranquillità, e qualche volta persino la morte, sono più care all’uomo che la libera scelta fra il bene e il male? Non c’è nulla di più attraente per l’uomo che la libertà della sua coscienza, ma non c’è nulla, al tempo stesso di più tormentoso».

La fede è libera, giacché siamo chiamati a credere in Cristo non per via di miracoli o in forza di una qualche coercizione o conformismo, bensì in nome dell’amore che il Verbo incarnato ha avuto per noi tutti, ben più difficile da sostenere di una legge che ci costringa dall’esterno. Un simile problema si avviluppa al tema più umano del potere, quantunque la fede e il potere siano paradossalmente due facce della stessa medaglia, la libertà. L’alternativa è fra il pane umano e il pane celeste, l’uno materiale l’altro spirituale: in questo modo, Breschi individua un tema caro all’epoca contemporanea, piena com’è di filantropi e di buone intenzioni ma talvolta svuotata da un sincero afflato spirituale: «La filantropia poco o nulla ha a che fare con il vero amore cristiano. Quest’ultimo cerca poveri di spirito, ovvero cuori assetati e affamati di Dio». L’alternativa è tra l’autogoverno cristiano e il governo non-cristiano: da una parte c’è il sacrificio di sé nel pieno autocontrollo delle proprie bassezze e inclinazioni, sostenuti dalla Grazia e nell’imitazione costante del vissuto esistenziale di Gesù Cristo; dall’altra c’è l’affidarsi a una guida esterna che persuada gli uomini in virtù di tre forze, dice l’Inquisitore, e cioè il miracolo, il mistero e l’autorità (che Breschi prontamente accosta alle tre tentazioni di Satana nel deserto). Eppure l’Inquisitore accusa Gesù: «Queste tre forze le hai respinte Tu stesso una dopo l’altra», di modo che il cristianesimo brilli come una «educazione ad essere liberi» (così scrive Breschi).

L’Inquisitore ha una percezione pessimista dell’uomo, la sua antropologia è negativa: l’uomo è incapace di sostenere una siffatta religione che è più di una religione, è la realizzazione dello spirito umano in ciò che è eminentemente umano. Il controllo sulla società (sul “gregge”, come l’Inquisitore prontamente dice) deve venire dall’esterno per estirpare, così facendo, «quel terribile dono [la libertà], che ha procurato loro [agli uomini] tante sofferenze».

Ivan Kramskoj (1837-1887) “Cristo nel deserto”, 1872.

In ultima istanza, si tratta della perenne tentazione gnostica, la ferma convinzione che ci sia una élite di uomini superiori che si attribuisce il compito di guidare la massa ignorante in nome dell’umanità stessa – ed è impossibile non ravvisare dietro queste parole una critica al socialismo e al comunismo, all’epoca assai diffusi in Russia. A tal proposito, le parole di Breschi sono opportune: «È la tragedia di chi ama ostinatamente l’umanità senza (più) credere in Dio. Siamo all’idolatria e, come ha scritto l’antropologo e filosofo René Girard, “cercando di divinizzarsi senza il Cristo, l’uomo mette se stesso in croce”».

Va da sé che nel cristianesimo «non c’è alcuna esclusione pregiudiziale, c’è al contrario una potenzialità universale», e una divisione in buoni e cattivi, in chi-sa e chi-non-sa, è fallace e disonesta. Si torna prepotentemente al tema centrale, alla libertà, che l’autore definisce «la parte divina della nostra umanità, la presenza di Dio in un essere imperfettamente perfettibile», il cui riconoscimento e la cui valorizzazione sono l’unica possibilità per una vita veramente umana e, insieme, divina, degna cioè di creature fatte a immagine e somiglianza di Dio.

Il testo è l’occasione per ritornare a parlare dell’Eterno, a interrogare la nostra società e il nostro modo di vivere, oggi dimentico della dimensione trascendente, quest’ultima sovente ridotta ad astratta metafisica ma che è, in realtà, filosofia pratica e corretto modo d’interpretare la vita quotidiana, i gesti comuni, finanche il modo di camminare e guardare i volti degli altri in giro per le strade. Il problema del male, poi, è ancor più sentito oggi, in tempo di pandemia, ove il male fisico si intreccia con il male metafisico, e il tema della teodicea si ripresenta con più forza forse perché Dio nella percezione comune non c’è più e rimane solo il male, duro, fermo, immobile, vibrante e sconsolante.