È la “desocializzazione” il prodotto della postmodernità: Matthew Fforde ci aveva avvisati

di Luca Pignataro

Secondo lo storico britannico Matthew Fforde, la dinamica che più caratterizza la postmodernità è il venire meno dei legami sociali, la “desocializzazione”, la cui causa fondamentale è data dall’affermarsi di antropologie come l’umanismo, il razionalismo, il dirittismo, l’economicismo, lo psichismo e il fisiologismo, magari non perfettamente sovrapponibili tra loro ma che si alleano per affermare un individualismo egoistico e disgregatore delle “comunità”.

Nel linguaggio degli intellettuali si è fatta strada la consapevolezza di vivere in un’epoca definita come postmoderna. Mentre la modernità era portatrice di un modello “forte” connesso ad un progetto di sviluppo sociale che vedeva l’uomo, “emancipato” dalle sue radici religiose, avviato verso un immancabile “progresso” assicurato dalla scienza e dalla politica, la postmodernità si caratterizza per una essenza “fluida”, per la mancanza di punti di riferimento precisi al di là di un generico individualismo senza regole né progetti né fini che vadano oltre il soddisfacimento dei bisogni o dei desideri immediati dell’individuo, considerati alla stregua di diritti da far valere contro ogni “repressione”. L’individuo stesso, peraltro, vive un’esistenza intrinsecamente frammentata e sovente contraddittoria, senza che però questo costituisca un problema. Lo è?

Può essere forse persino consolante far coincidere la postmodernità con la fine delle grandi ideologie che hanno segnato in modo brutale il secolo XX. Ciò non toglie che l’età in cui siamo rechi in sé forme di ideologie o, se si vuole, di paradigmi più subdoli ma non meno oppressivi ed alienanti per l’uomo, che non di rado li subisce senza esserne pienamente consapevole. Frutto di tale fenomeno è quello che alcune menti acute hanno già da qualche decennio identificato come il male per eccellenza dei nostri tempi: la solitudine, vale a dire la mancanza di quei legami sociali che permetterebbero all’uomo, ad ogni singolo uomo, di valorizzare ed esprimere la parte migliore di sé. Non sembra, tuttavia, che questo fenomeno che sta accadendo sotto i nostri occhi sia stato finora studiato nella sua genesi e nel suo divenire, quindi anche da un punto di vista storico, in modo approfondito; ci si limita, per lo più, o alla presa d’atto in un’ottica individualistica, o ad una generica e retorica deprecazione di tono moralistico invocando una confusa e fraintesa “solidarietà”, o alla proposta di rimedi (la spinta alla cosiddetta “socializzazione”) che in realtà non farebbero altro che aggravare il male, visto che coincidono con alcune delle tendenze che sono all’origine della postmodernità.

Lo storico britannico Matthew Fforde, il quale da diversi anni vive in Italia, è autore di una Storia della Gran Bretagna 1832-2002 pubblicata da Laterza nel 2002 ed insegna Storia contemporanea presso la LUMSA di Roma, nel suo volume Desocializzazione. La crisi della post-modernità,edito da Cantagalli, Siena, nel 2005, aveva tentato di mettere in guardia i lettori italiani da una visione rosea del presente e del futuro immediato: “Ho visto il vostro futuro, e non funziona”.

Lo storico inglese Matthew Fforde

Egli parte dall’esame della postmodernità nel suo Paese natale, visto come un laboratorio di quelle tendenze che sembrano destinate ad imporsi anche in Italia, per elaborarne una critica aperta a tutti coloro che vedono l’uomo come un essere dotato di un’anima o almeno aderiscono a certe verità di base e forme di comportamento che promuovono l’autentico benessere spirituale interiore.

Secondo l’Autore, la dinamica che più caratterizza la postmodernità è il venire meno dei legami sociali, la “desocializzazione”, la cui causa fondamentale è data dall’affermarsi di antropologie materialistiche magari, a ben vedere, non perfettamente sovrapponibili tra loro ma che di fatto si alleano per negare l’esistenza dell’anima e portano a vivere nell’individualismo egoistico e disgregatore della “comunità”. Fforde le prende in esame una per una, designandole anche con qualche neologismo di sua coniazione: l’umanismo, intendendo con questo termine il credo di chi considera l’uomo come coronamento dell’universo senza Dio; il razionalismo di matrice illuministica; il dirittismo, ossia la convinzione, che ormai sembra dilagante, secondo cui l’uomo dovrebbe essere considerato esclusivamente come portatore di diritti innati, i quali però  non sono più collegati alla legge divina o a quella naturale ordinata da Dio, bensì a determinati gruppi in cerca di affermazione perché si reputano oppressi (non a caso, commenta ironicamente lo studioso inglese, non si parla mai di “doveri innati”); il societarismo, per il quale l’uomo va considerato come un prodotto della società, concepita impropriamente come una specie di entità con vita propria, definita quasi sempre in relazione alla ricchezza e analizzabile e riprogettabile razionalmente senza tenere conto delle persone reali (ed è a questo filone che si può ascrivere il marxismo, tuttora operante come tendenza intellettuale anche in Occidente); l’economicismo, in cui l’uomo è un essere impegnato principalmente in uno sforzo costante per procurarsi risorse economiche; il poterismo, secondo il quale l’uomo è principalmente l’espressione di una pulsione interiore per ottenere potere; l’animalismo, ove l’uomo è il mero risultato di una evoluzione biologica; il sessualismo, nel quale l’uomo è visto in funzione esclusiva della sua sessualità; il fisiologismo, interessato all’uomo come influenzato esclusivamente dalla propria costituzione fisica; il sentimentismo, per cui sono i modi in cui l’uomo “sente”, in senso lato, a determinarne atteggiamenti e credenze; lo psichismo, che vede l’uomo influenzato da una misteriosa “psiche” in maniera in parte conscia e in parte inconscia.

Tutte queste antropologie materialistiche sarebbero contraddittorie tra di loro ma ciò non viene notato, perché hanno in comune l’attacco alla visione cristiana dell’uomo, quella per cui esso è dotato di un’anima creata da Dio Uno e Trino che lo porta all’“amore all’amore” ed all’“amore alla verità”, come efficacemente si esprime Fforde. Quest’attacco le ha portate ad intersecarsi nel processo di scristianizzazione che ha investito l’Europa a partire soprattutto dal secolo XIX e di cui l’Autore mostra esempi riferiti alla Gran Bretagna, con riferimento in particolare alla vita sociale e politica ed alla scuola, che ancora sino alla seconda metà dell’Ottocento erano impregnate del retaggio cristiano. Illustri uomini politici inglesi, come Gladstone e Salisbury, ritenevano ancora di dover fare riferimento a come il loro operato sarebbe stato giudicato dal Signore. Il venir meno del legame personale tra cittadini e amministratori con la nascita di partiti e sindacati di massa (Fforde critica anche il sistema bipartitico inglese), l’espansione dei poteri di uno Stato centralizzato e burocratico, dunque anonimo, l’affermarsi di determinate tendenze anche nell’arte e nella letteratura, caratterizzate dall’esaltazione dell’anormale, del perverso, hanno come  risultato finale la società di massa, composta di individui isolati (Fforde usa l’efficace immagine dei “puntini”), anche perché ritenuti tutti “uguali”, e deresponsabilizzati, di fatto appunto “desocializzati”.

Le comunità, in primis la famiglia (vista come un rifugio sicuro durante l’Ottocento), che assicuravano nei rapporti interpersonali la pratica e l’apprendimento delle virtù, attraversano una grave crisi, mentre viene apertamente esaltato uno stile di vita praticamente imperniato su quelli che una volta si chiamavano vizi (ma, osserva l’Autore, oggi anche il linguaggio è distorto, per cui nessuno osa più nominare i vizi). Il tutto avviene in un clima di relativismo assoluto, nel quale ogni affermazione deve essere seguita dalla postilla “secondo me” e non esistono regole assolute per giudicare alcunché, pena l’essere accusati di intolleranza: ne consegue, appunto, la frammentazione delle relazioni umane. Per inciso, lo studioso inglese rifiuta inoltre di parlare di “valori”, perché gli sembra che anche questo termine sia connesso al relativismo.

Fforde descrive magistralmente come il relativismo si sia affermato sfruttando un certo retaggio protestante e poi, abusivamente, il pensiero democratico e l’amore per la libertà; ha buon gioco nel mostrare come siano proprio i sostenitori del relativismo ad essere intolleranti nonché incoerenti col proprio postulato secondo cui non esisterebbe verità. L’attacco alla verità è accompagnato dall’attacco all’amore, portato dai sostenitori della conflittualità all’interno della società: i membri della “nuova sinistra”, particolarmente impegnati ad occupare posizioni di “potere” nel mondo delle università e dei mezzi di comunicazione di massa (dove la loro prevalenza è schiacciante, mentre non lo è rispetto alla società tutta intera, come è verificabile nell’analisi dei risultati delle elezioni politiche) e sostenitori di una “politica culturale” contraria spesso al senso comune tradizionale; oppure i sostenitori del “mercato” visto come meccanismo autosufficiente privo di rapporto con altre dimensioni spirituali della vita umana. Questi due gruppi sono di fatto alleati in diverse occasioni nel cancellare il modo di vita non materialistico. Molto vulnerabili a questo attacco all’amore sono coloro che più avrebbero bisogno di amore, i bambini, i vecchi e i malati, dei quali si è arrivati a compiere o quanto meno a caldeggiare l’eliminazione. Degna di nota è anche la considerazione che il rifiuto della sofferenza oggi proclamato, oltre all’emarginazione di chi soffre, impedisce quell’ammaestramento dal dolore che già alcuni saggi precristiani avevano apprezzato in vista della salute spirituale.

Questo vero e proprio pervertimento dell’uomo, che lo studioso descrive minuziosamente nelle sue cause e conseguenze anche riguardo alla vita quotidiana, si afferma grazie a quella che egli chiama “deculturazione”, cioè il processo di depauperamento ed impoverimento del patrimonio culturale (quindi di costumi, modi di vita e di comportamento) che caratterizza ormai la società britannica e, in prospettiva, quella dei Paesi occidentali (un ruolo determinante è svolto dall’”americanizzazione”). I rapporti interpersonali ne risultano impediti gravemente e ciò che era frutto di una tradizione accumulata nel corso dei secoli (si cita più volte Edmund Burke) viene eliminato, senza poter essere sostituito.

Pregio notevolissimo del lavoro di Fforde è la descrizione di come le tendenze postmoderne conducano una vera e propria lotta senza quartiere contro le “anime sane”, cioè coloro che ancora si ostinano a non uniformarsi allo stile di vita dominante perché ne vedono il male intrinseco e dunque ne costituiscono una smentita vivente. Li si contesta continuamente, anche da parte delle persone a loro più vicine, li si ostacola per invidia e risentimento, li si fa sentire anormali (proprio loro che sarebbero veramente normali!) e si tradisce la loro fiducia, sino a gettarli nello scoraggiamento, ad isolarli e a condannarli alla frustrazione, dato che una manifestazione della sanità spirituale è il desiderio di costruire rapporti interpersonali autentici.

George Orwell (1903-1950) è stato uno scrittore, giornalista, saggista e critico letterario britannico

Lo studioso britannico non tralascia di ispirarsi alle cosiddette distopie di Aldous Huxley (Il Mondo nuovo) e George Orwell (1984), di cui, anche in successivi lavori (Storia della cultura inglese. Pensieri e riflessioni, Cantagalli, Siena, 2009) ha mostrato i tratti anticipatori della condizione a noi contemporanea.

Purtroppo la diagnosi di Fforde non ha ricevuto grande accoglienza, se si eccettuano poche persone di livello: lo si è etichettato come “apocalittico” o con l’immancabile “reazionario”, dato che le sue analisi esulavano dalla linea delle “magnifiche sorti e progressive” incarnata dai mass media, da importanti forze politiche e dal Cattolicesimo ufficiale. Non è stato profeta in patria, non lo è stato nemmeno da noi. Ma ha visto giusto e ha visto lontano, sia nel passato sia nel futuro. Sarebbe opportuno riprendere in considerazione la sua analisi.