E ora spazio al “concretismo” politico dell’italianità

di Antonio Lombardi

Il concretismo umanistico che guarda all’uomo nella sua specificità e irripetibilità di “persona” è stato forse l’unico programma politico mai veramente attuato nella storia d’Italia, perché l’Italia stessa lo ha tradito.

In tempi di crisi come quelli che viviamo l’Italia ha l’occasione di imparare finalmente a evitare di prestare il fianco a fatali errori di unilateralità politica. Ed è bene che lo impari perché lo ha già fatto, e le è andata male. Ma è bene soprattutto perché le unilateralità non le si confanno. Forse non si confanno all’umanità intera, ma all’Italia men che meno.

Essa dovrebbe evitare sia l’astrazione del liberalismo classico anglosassone, che si traduce nel pericolo neoliberista, sia quella del socialismo di matrice germanica, che si traduce nel pericolo totalitario. Dovrebbe imparare cioè ad essere se stessa.

Tuttavia, entrambe le tradizioni richiamate hanno indiscutibili meriti. La prima ha infatti posto in risalto l’insopprimibile esigenza della pluralità, non solo nel senso della reciproca (cioè relativa) irriducibilità dei soggetti giuridici, ciascuno col suo diritto inalienabile (Hobbes, Locke), ma anche in quello della necessaria diversificazione dei poteri dello Stato. Al rischio però di insistervi a tal punto che l’unità politica ne risulterebbe smarrita, e con essa la possibilità di una concreta realizzazione dei diritti di ciascuno. A un’altezza speculativa, ciò è accaduto soprattutto nelle derive individualistiche e capitalistiche sette-ottocentesche (Smith, Spencer). A un’altezza storico-effettuale, ciò si sta realizzando adesso. L’altro rischio è che, come denunciato da Hegel, si possa confondere la “divisione” dei poteri con la loro “contrapposizione”, come se uno ostacolasse l’altro e dovessero perciò combattere.

La seconda ha posto in risalto l’altrettanto insopprimibile esigenza dell’unità, cioè del carattere inevitabilmente organico e onnicomprensivo del “patto sociale”. Anche qui in due sensi: nel senso per cui l’irriducibilità di ciascun soggetto è tale di fronte a tutti gli altri soggetti considerati come individui, ma non lo è “di fronte” allo Stato, in quanto questo è esattamente ciò che costituisce, e salvaguarda, ciascun diritto individuale. Perciò quest’ultimo si erge non “di fronte” allo Stato, ma “nel” e “per” lo Stato. E nel senso per cui la triadicità dei poteri non può essere intesa come una numerazione discreta, ma piuttosto come il consustanziarsi dei tre momenti in qualità di dimensioni a un tempo distinte e saturanti l’intero organismo politico. Due sono anche i rischi corrispondenti: che si insista a tal punto sulla “riducibilità” dell’individuo allo Stato da dissolvervelo, attentando alla condizione irrinunciabile della pluralità; e che si finisca con il fondere a tal punto i poteri da non riuscire più a distinguerli, o si sottometta a uno solo di essi (in genere l’esecutivo) gli altri due. Nel primo caso, lo Stato dimentica che le differenti motivazioni di ciascun individuo costituiscono la sua stessa motivazione, che invece viene astrattamente dedotta da quella di un gruppo di governanti o da uno solo di loro e dalle loro ideologie.

Accade quello che denunciava Carabellese allorché paragonava lo Stato comunista a un Moloch «unico soggetto, che annulla tutti gli altri soggetti». Nel secondo caso, l’esecutivo fagocita il legislativo e il giudiziario, governando senza più alcun limite. Accade quello che ha denunciato Agamben con particolare riferimento a Weimar e all’ascesa di Hitler, ma che già succedeva a Hegel quando individuava nel monarca il «momento assolutamente decidente», la sovranità priva di fondamento.

L’Italia si pone per così dire “in mezzo” a queste due tradizioni, quella liberale e quella socialista, e più che la sua storia (in misure e contesti diversi piegatasi alle ragioni dell’una o dell’altra) a farne fede è la sua cultura: l’Italia ha scoperto il senso moderno e veritiero della democrazia, cioè del concretismo politico. Dante, Vico, Gioberti, Mazzini, Carabellese (forse anche altri, come Croce e Gentile, o forse no). Si tratta di mettere a fuoco l’esistenza di una vera e propria tradizione di metafisica politica, che ha cioè abbracciato forme di concretismo per precise ragioni di ordine speculativo e non per revisionismi, ripensamenti, attenuamenti, correzioni di canoni allogeni. Concretismo, anche in sede esclusivamente teoretica, significa equivalenza e indispensabilità dell’uno e degli uni, dell’essere e degli esseri, del vero e degli sguardi che non si limitano a indagarlo ma lo incarnano.

Il concretismo è pienamente e autenticamente democratico, perché controbilancia l’enfasi unitaria del kratos con la vitalità plurima del demos. Questo, immesso in tale relazione dinamica con quello, si fa demos veracemente “sociale”, sottratto alla dispersione competitiva dell’economicismo; e insieme il kratos smette di essere brutale forza di regime per acquisire carattere di vigore dei popoli che vivono per onorare le proprie consuetudini, compiere i loro uffici e ottemperare alle proprie missioni. Il concretismo onora così passato, presente e futuro: non è né nostalgico, né miope, né utopico. Esso è perciò socialdemocrazia (non in senso anzitutto storico-politico, ma teoretico), dove il demos è il termine medio, direi anzi il termine di incontro tra l’istanza della pluralità e quella della unitarietà.

Dante Alighieri

Il concretismo è stato forse l’unico programma politico mai veramente attuatosi, se non forse per brevissimi e isolati lassi di tempo, nel corso della storia. E ciò perché molto spesso l’Italia stessa lo ha tradito, smarrendosi negli opposti astrattismi di cui sopra, anche se nei secoli ha saputo indicare la via. Per questo l’Italia, molto più che altre nazioni, è stata “terra di conquista” (ahi serva Italia!): ha perseguito politiche allotrie. Questo l’ha condotta alla rovina in passato, e può tornare a farlo in futuro. È a tal ragione che è lecito sospettare che, oltreché come espressione geografica, l’Italia esista solo come espressione filosofica, e cioè soltanto nelle sue vette speculative e nella misura in cui vi si riconnette. Questa, più che quella del 1861, è la sua Unità. Il suo vigore. Per tutto il resto, e molto più di altri paesi occidentali, essa è disunita. Questa disunione è la sua ricchezza e vitalità, ma anche la sua potenziale dispersione.

Va detto poi che il concretismo politico è l’unico a pensare l’uomo davvero come uomo, nella sua specificità e irripetibilità di soggetto ragionevole, cioè di persona. Giacché né, come nel liberalismo britannico, lo pensa come “raffinata” bestia in perenne guerra – sia essa fisica od economica non importa – coi suoi simili; né, come nel socialismo tedesco, lo pensa come mero membro della specie (Gattung, precorritrice della Rasse e della Klasse), dotato di valore solo in quanto ad essa appartenente e finché vi appartiene, da ultimo sostituibile in qualità di mero esemplare. Il concretismo è pieno Umanesimo: cioè pensiero che colloca l’uomo al suo giusto posto nell’universo. Sovraordinato rispetto al resto della natura e subalterno rispetto alla santità del suo Dovere. Non umanismo, che pensa l’uomo come puro vertice della natura: nient’altro che il fratello maggiore delle bestie.

Umanesimo, quindi, il principio (archè) di questa tradizione nobilissima d’Italia: ad esso dovrebbe oggi rivolgersi un’archeologia della democrazia, per scrutarne le origini ed eventualmente individuarne gli antesignani. Ma soprattutto affinché il Rinascimento torni a essere realtà e non soltanto lettera morta e sepolta in polverosi libri di storia.