Giorgia Meloni e quel “Noi” politico della destra italiana

di Francesco Colafemmina

– Il fenomeno editoriale “Io sono Giorgia” va ben al di là della solita autobiografia del leader politico, poiché ridisegna il profilo della destra che aspira a governare l’Italia nel 2023. Ma su quali basi ideali e culturali? Giorgia Meloni evoca spesso il “Noi” politico, ma sarà davvero in grado di trasferire questo “Noi” dalla mera narrazione alla costruzione comunitaria di un nuovo fenomeno politico? E con quali riferimenti culturali?      

È ormai prassi che nei due anni che precedono un clamoroso exploit elettorale, o la possibile designazione a premier, un leader di partito debba pubblicare (preferibilmente per Rizzoli) un’autobiografia capace di essere allo stesso tempo programma di governo e strumento di ricostruzione ufficiale del suo passato. È successo a Renzi nel 2012 (finito a Palazzo Chigi nel 2014), a Salvini nel 2016 (la sua iniziale parentesi di governo è del 2018), succede oggi a Giorgia Meloni, a due anni esatti dalla prossima tornata elettorale con il suo Io sono Giorgia, fresco di stampa per i tipi della Rizzoli.

Affrontare questo vero e proprio genere letterario comporta d’altro canto una serie di rischi. Da un lato quello della fideistica piaggeria, di questi tempi ancora più in voga che in epoche totalitarie, dall’altro quello delle stroncature aprioristiche, snobistiche, intellettualoidi. A ciò si aggiunga il taglio specifico richiesto da questa recensione, ossia la persistenza, o la sussistenza, del “noi politico” nella narrazione di una figura chiave della politica italiana contemporanea.

Sotto questo profilo Giorgia Meloni ci viene incontro con numerosi riferimenti al “Noi”. A partire dalla confessione di voler chiamare il nuovo partito fondato nel 2012 “Noi italiani”. Proposta scartata e sostituita da quella dell’onorevole Rampelli: “Fratelli d’Italia”. Ancora, facendo in generale ampio ricorso al pronome “noi” quale segno di coralità, la Meloni è più esplicita quando ne spiega il senso in prospettiva “patriottica”:

Il libro di Giorgia Meloni, da pochi giorni nelle librerie, è già un fenomeno editoriale, oltre che politico.

“La quarta identità, quella italiana, è il senso del mio patriottismo. È l’appartenenza a un popolo, è l’amore verso una terra, è la lingua comune, è il paesaggio che forma un’idea del mondo, sono gli usi e i costumi ereditati e da amare perché legame profondo con i nostri antenati, il loro lascito, ciò che si chiama Tradizione. È il Noi che costruisce la lealtà nazionale a fondamento della stessa democrazia.”

Ma il “Noi” non è tratteggiato solo a tinte pastello. Può rivelarsi anche un pesante fardello:

“Voglio dedicare ogni mia energia a questo Noi che è l’Italia, senza il quale una frase come Io sono Giorgia mi risuonerebbe vuota, banale e priva di senso. Ma è un macigno da portare sulle spalle, non lo nascondo. A volte penso a quanto sarebbe più facile disinteressarmi di tutti i grandi problemi che affliggono la mia terra, non chiedermi cosa ne sarà del futuro di questo bizzarro popolo che siamo, e pensare solo al giardino di casa mia”.

Proprio quest’ultima considerazione di Giorgia Meloni ci consente di fare qualche ulteriore approfondimento. Diciamo subito che la Meloni si appresta a vivere da protagonista una delle fasi politiche più interessanti per l’Italia. Una fase nella quale occorrerà inevitabilmente ridefinire confini e identità della destra. Affrancatasi con enormi difficoltà da vent’anni di berlusconismo, grazie anche al supporto di concetti nuovi e per molti versi esotici, come il sovranismo, la destra è oggi nuda dinanzi ad una realtà sempre più schiacciata dal duplice fallimento della partecipazione e della proposta politica. La regola dell’uno vale uno si è inabissata nell’allettamento di privilegi e potere, la proposta parcellizzata nella polvere virtuale di migliaia di post su Facebook, di cinguettii su Twitter, di ospitate, nella dialettica infinita bulimica, vertiginosa e triviale, si è arenata davanti al convitato di pietra Mario Draghi. E tutti i partiti, tranne Fratelli d’Italia, si sono per certi versi votati né al governo, né all’agone politico, bensì a mere tecniche di sopravvivenza. Sono in amministrazione controllata. D’altro canto, la loro sopravvivenza è condizionata all’obbedienza ad un insieme di principi, istanze, dogmi – volgarmente lo spirito dei tempi – la cui diffusione è parallela al conformismo di tali forze politiche ormai slegate da riferimenti ideali e valoriali.

Per certi versi si applicano alle attuali forze politiche di governo le medesime avvertenze che Julius Evola prescriveva agli inadeguati uomini della destra tradizionale: “il loro principio sarà dunque quello che nell’antichità ebbe il nome di apolitìa”. Il disinteresse, l’arretramento dall’agone politico, dalla proposta, il lasciarsi guidare dalle sirene del politically correct, dalla dominante ansia di dissoluzione delle tecnocrazie contemporanee, può ben combinarsi con un governo multicolore “ma codesta attività politica, per chi desiderasse svolgerla, non può presentare un valore e una dignità maggiori del dedicarsi, nello stesso spirito, ad attività affatto diverse: ad una qualche assurda opera di colonizzazione, alle speculazioni in borsa, alla scienza, diciamo perfino – per dare un’evidenza drastica all’idea – al contrabbando delle armi o alla tratta delle bianche”.

Patria, Nazione, identità culturale e religiosa, dimensione spirituale, oltre quella materiale, rappresentano alcuni degli ideali tradizionali della destra italiana.

Il paradosso evoliano è dunque che proprio colei che è fuori dal gioco a-politico del governo Draghi, non sia affatto solleticata dal velleitarismo crepuscolare che troppo a lungo ha connotato certa destra italiana, ma al contrario da una visione politica audace, proprio perché fondata su quei valori che oggi dovrebbero essere, quasi per un meccanismo fatale, negati ed emarginati dalla narrazione politica: la Patria, la Nazione, l’identità culturale e religiosa, la dimensione spirituale oltre quella materiale.

In fondo, in una società disgregata, parcellizzata, chi vuole aggregare consenso, può sì attivare il meccanismo dell’algoritmo in grado di segnalare che in quell’istante nel mondo virtuale sono tutti interessati al gattino o al cagnolino abbandonato dal padrone malvagio, e dunque produrre un post dal like sicuro, ma può anche riattivare intere costellazioni spirituali nascoste troppo a lungo ad occhi incapaci di staccarsi da terra. Non a caso la Meloni preferisce sempre parlare di Patria: “il significato della parola Paese” è “insediamento umano”, quello del termine nazione è “gruppo di individui cosciente di una propria peculiarità e autonomia storica e culturale”, e quello della parola patria è “territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni”.

E da El Alamein a Sigonella, passando per il modello Mattei, ama rievocare elementi articolati di un patriottismo latente che, se suscitato, potrebbe ostacolare il declino nazionale. Più nello specifico, secondo la Meloni:

“Quando una nazione di media potenza vive una fase di debolezza – è purtroppo il caso dell’Italia dal 2011 a oggi – è giocoforza sottoposta alle ingerenze degli Stati vicini. Questo crea, all’interno di quella nazione in difficoltà, un confronto politico tra chi reputa che sia meglio collaborare con il vicino ingombrante e porsi in una prudente posizione di subordinazione, e chi invece rivendica la piena sovranità e indipendenza della nazione”.

E ancora:

“La sfida dell’Italia è proprio questa: riuscire a risolvere la sua grande contraddizione, avendo una classe dirigente, uno Stato che siano all’altezza del popolo italiano e del forte sentimento di unità che gli italiani hanno più volte dimostrato”.

Queste riflessioni ci introducono al vero tema del libro della Meloni: il futuro dell’Italia. Se è vero che la società è “un’alleanza fra i vivi, i non nati e i morti” (per citare la Meloni che cita Scruton, a sua volta intento a citare Burke) è anche vero che le radici di quel declino partito nel 2011 non sono state scavate approfonditamente. Il declino non si è abbattuto sull’Italia a causa di un complotto europeista e finanziario ai danni del governo Berlusconi. Quello è stato solo il colpo di grazia inflitto ad una destra neo-liberale accentrata attorno alla figura del Cavaliere stanco e rassegnato, raccontato dalla Meloni in un capitolo del suo libro che ricorda, mutatis mutandis, gli ultimi giorni di Salò. Quel declino coincideva con un isterilimento. Berlusconi-Crono ha continuato a fagocitare i suoi figli, non è stato in grado di promuovere una cultura di destra, perché fondamentalmente estraneo a quel mondo e a quella cultura. Né in dieci anni altri hanno cercato di riattivarla, di riconnettere l’arcipelago culturale che dovrebbe sostenere l’ipotesi politica, la progettualità esplicitata nel libro della Meloni. Che finisce per farsi esso stesso simbolo – secondo i suoi sostenitori più strenui – dell’abbattimento dell’egemonia culturale della sinistra, quando invade gli scaffali delle librerie Feltrinelli.  

Roger Scruton (1944-2020), filosofo conservatore inglese, nel 2015 nominato “Cavaliere” dal Principe di Galles a Buckingham Palace.

Sappiamo bene che così non è, al di là del successo editoriale della Meloni. E se volessimo essere pignoli e analizzare le radici culturali alle quali si rifà la stessa Meloni nel suo volume potremmo restare delusi da una certa prevalenza di riferimenti al mondo anglosassone (Scruton, Chesterton, Tolkien), da rapidi accenni a Mishima, Pound o Céline, senza alcuna menzione di intellettuali italiani, eccezion fatta per Marcello Veneziani (non mancano però Pasolini, Gramsci e Brecht). Gentile, Guareschi e i conservatori italiani come Mosca e Prezzolini, solo per fare i primi nomi che mi vengono in mente, si saranno persi per strada… De Benoist – nobile voce critica del liberalismo contemporaneo –  non pervenuto. Lo stesso dicasi per i tedeschi alla Jünger. Forse allora di Veneziani andrebbe ripreso quel suo La cultura della destra (Laterza, 2002) che da un lato profetizzava le scarse probabilità di sopravvivenza di una destra comunitaria, antagonistica a quella individualistica berlusconiana, dall’altro ammoniva circa l’incapacità della politica di destra di ascendere al potere politico così come a quello culturale: “al berlusconismo il potere politico e alla sinistra il potere culturale nel campo del cinema, dell’arte, dell’editoria e in generale nella produzione di utopie collettive (fiction). Una riedizione aggiornata dell’epoca democristiana: alla sinistra il monopolio ideologico dei fumi, alla Democrazia cristiana il monopolio reale dei tabacchi. […] E il paradosso che a emigrare, almeno mentalmente, in un paese governato dalla destra, non debbano essere gli oppositori culturali ma coloro che più direttamente, senza mimetismi, esprimono quella sensibilità culturale di destra”.

Il rischio è infatti che i riferimenti culturali della destra italiana si disperdano da un lato in un indifferentismo, dall’altro che siano addirittura considerati potenziale “trappola politica”. Il libro è esplicito su questo punto:

“La destra italiana per definire se stessa trova facilmente riferimenti culturali e politici in un vasto patrimonio nazionale e internazionale. E oggi Fratelli d’Italia aspira a farsi sintesi di tutte le idee maturate nell’alveo della tradizione conservatrice e liberale, non rinunciando a sperimentare nuove esigenze e nuove forme. Perciò non starò qui a elencare il cosiddetto pantheon degli intellettuali o dei testi da cui attingiamo valori e proposte. Sarebbe per forza di cose incompleto, forse addirittura ingiusto, una trappola politica che lascio ad altri.”

Giovanni Gentile (1875-1944), filosofo, pedagogista e politico italiano assassinato da un commando di partigiani comunisti, fu teorico della Nazione e dello Stato.

Il riferimento alla “tradizione conservatrice e liberale” lascia fortemente perplessi. Tatticismo o estensione della cancel culture alla stessa cultura di destra italiana, giubilata perché ritenuta impresentabile in taluni contesti europei?

Basterà dunque l’evocazione del “Noi” politico e patriottico a sostenere l’ipotesi di governo illustrata dalla Meloni nel suo “Io sono Giorgia”? O servirà creare sì una nuova classe dirigente che non abbia paura di essere comunitaria, di rinnegare non solo le fallimentari incrostazioni neoliberiste, ma anche gli esotismi sovranisti, associandola però ad un sostegno culturale adeguato, capace di riverberare nella società italiana la dinamica positiva del Noi, il realismo costruttivo di una comunità che non si abbandona né al fatalismo né a servili compromessi?

C’è di più, tuttavia. Quel “Noi” evocato così spesso nel libro della Meloni oggi necessita di tradursi da idea aggregante a concreta ricostruzione di una comunità politica e questo può accadere, al netto della definitiva decadenza dei partiti tradizionali, attraverso una riscoperta e una attualizzazione di quel mondo ideale e relazionale che coincide con gli anni di formazione di Giorgia Meloni, narrati nei capitoli iniziali del libro. L’“esperienza totalizzante della militanza” è oggi negata ad intere generazioni di giovani italiani, ma resta ancora un patrimonio vivo nel partito guidato dalla Meloni. Al netto dell’esigenza di un “capo”, serve alimentare quel profondo pluralismo che costituisce la ricchezza di una destra italiana troppo spesso misconosciuta, semplificata ove non irrisa. È di lì, infatti, è dal basso che occorre edificare il “Noi” politico, anche attraverso una ridefinizione del leader che non sia semplicemente maquillage biografico, ma, come nel caso della Meloni, ricchezza di vissuto, di passioni, di riferimenti, umani e ideali. Trasferire la costellazione del “Noi” dal leader alla comunità e viceversa, è l’unico modo per combattere il nichilismo dominante, quel “divenire” dei leader che sembra inarrestabile destino. E ciò si può attuare non per mezzo del semplice controllo del potere, ma promuovendo uno slancio culturale autenticamente comunitario, e attraverso lo stimolo di un fermento aggregativo dal basso. Ovviamente una ricetta che si può immaginare valida non solo per la destra italiana, ma a maggior ragione per le rovine di una sinistra trincerata nell’autoreferenziale elitarismo conformista che rischia di allontanarla sempre più da cittadini delusi e indifferenti. E tuttavia ancora curiosi di scoprire fra le pagine di un libro i segreti e l’umanità di un leader che ambisce a diventare il primo Presidente del Consiglio donna della Repubblica italiana.