Giuseppe Lazzati e la cittadinanza “paradossale” dei cristiani

di Rocco Gumina

Tra chi lavora alla riproposizione dei partiti d’ispirazione cristiana e chi si muove all’interno di quelli esistenti con il grimaldello dell’identità cattolica per conquistare posizioni di potere, nel nostro Paese il nesso fra fede e politica si mostra ancora abbastanza vitale. Ai due percorsi appena citati, si aggiunge la “terza via” proposta da Giuseppe Lazzati secondo il quale il credente è chiamato ad accettare l’odierna pluralità, mista alla complessità, e ad agire con gli altri per la ricerca del bene comune.

Giuseppe Lazzati nasce nel 1909 quando l’attività sociale e politica dei cristiani – lanciata dalla Rerum novarum di Leone XIII nel 1891 – era stata delimitata dalle restrizioni di Pio X legate alla chiusura dell’Opera dei Congressi e alla lotta al modernismo teologico, filosofico e politico. Muore nel 1986 a meno di tre anni dall’abbattimento del muro di Berlino e dal sorgere di un nuovo contesto geopolitico e culturale profondamente diverso rispetto a quello della fine della seconda guerra mondiale. Tra il 1933 e il 1942 trascorre il periodo della formazione culturale e di ricerca scientifica nel campo della letteratura cristiana antica alla Cattolica di Milano. La sua tesi di laurea è su Teofilo d’Alessandria, una sorta di vescovo-politico del quale Lazzati analizza le motivazioni politiche della sua opera religiosa. Oltre allo studio, il suo impegno era rivolto all’apostolato tramite l’Azione Cattolica Italiana della diocesi di Milano allora guidata dal cardinale Schuster.

Negli anni Trenta la sua opera era rivolta a realizzare una riforma della GIAC ambrosiana – di cui era presidente – pensata come una forma di apostolato a forte prevalenza spirituale e formativa rispetto ad una concezione associativa di massa di fedeli organizzata a schiera e difesa dei loro pastori. La sua comprensione radicale in senso evangelico della chiamata laicale lo condurrà prima ad aderire al sodalizio di consacrati Missionari della regalità di Cristo fondato da Gemelli e poi a fondare l’Istituto Milites Christi Cristo Re. Nel periodo che va dal 1941 al 1943, partecipa alle riunioni di casa Padovani insieme ad altri professori della Cattolica di Milano. In questi incontri si cercava di delineare il futuro dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo. Questo gruppo riconsiderò la forma dello Stato in senso democratico alla luce dei radiomessaggi natalizi di Pio XII del 1942 e del 1944 i quali annunciavano in maniera esplicita la bontà del sistema democratico. La riflessione del Papa richiamava i cristiani ad impegnarsi nell’ora presente per ricostruire cristianamente la società. In tale contesto, Lazzati e il gruppo di casa Padovani – composto anche da Dossetti, La Pira, Colombo, Vanni Rovighi, Fanfani, Amorth, Giacon, Bontadini – sposano le posizioni filosofico-politiche di Maritain annunciate sia nel volume Umanesimo integrale del 1936 sia in Cristianesimo e democrazia del 1945. Entrambi gli studi del filosofo cristiano tendevano alla promozione di una struttura democratica e plurale – ispirata dal vangelo – in vista di un nuovo ordine politico da fondare sulla centralità della persona.

Nel settembre del 1943, in quanto capitano degli alpini fedele al Re e non ai fascisti di Salò, Lazzati venne deportato nei lager nazisti. La sua esperienza si concluse nel 1945. Tornato in Italia nello stesso anno, viene chiamato da Giuseppe Dossetti all’impegno politico diretto nel nascente partito della Democrazia Cristiana. La sua azione in questo ambito, costretta a realizzarsi per il bisogno dell’ora presente, si contraddistinse per un’elaborazione di cultura politica che ha trovato nella costituente e nella formazione delle future generazioni lo sfogo principale. Fu tra i promotori del gruppo dei dossettiani che fondarono l’associazione Civitas humana e la rivista Cronache Sociali per ridisegnare il contesto sociale e politico su tre fondamenta come l’uomo, la libertà e la giustizia sociale. Viene eletto – in quanto componente della tendenza politica dossettiana alternativa agli ex popolari di De Gasperi – dirigente nazionale della Democrazia Cristiana, membro della costituente e deputato della prima legislatura dopo il fascismo. Termina la sua stagione politica nel 1953 dopo le dimissioni da parlamentare del leader della sinistra democratico-cristiana, Giuseppe Dossetti. Rientrato nella diocesi di Milano stringe un intenso rapporto umano e spirituale con Giovanni Battista Montini-Paolo VI, prima come suo arcivescovo e poi come capo della cattolicità. Dal 1968 al 1983 è rettore dell’Università Cattolica di Milano. Nel 1970, interviene pubblicamente sull’introduzione in Italia del divorzio attraverso la legge Fortuna-Baslini tramite un’intervista apparsa su Avvenire. Il rettore della Cattolica affermava la sua opposizione al divorzio e al referendum, ma soprattutto evidenziava l’agire del credente fedele alla sua chiamata in un contesto plurale nel quale i cattolici sono chiamati alla paziente fatica della mediazione e del dialogo. Nel 1984, a meno di dieci anni dallo scandalo della politica italiana con Tangentopoli e Mani pulite, fonda l’associazione Città dell’uomo come spazio di formazione ed educazione al pensare politicamente alla luce dell’ispirazione cristiana.

Il punto di partenza della via lazzatiana lo ritroviamo al numero 55 della Gaudium et spes dove si afferma che per i cristiani, oggi, s’impone il compito di «costruire un mondo migliore nella verità e nella giustizia» all’interno del quale «l’uomo si definisce anzitutto per la sua responsabilità verso i suoi fratelli e verso la storia». Alla luce di ciò, Lazzati ha svolto l’attività politica tramite un profilo peculiare che affiora da uno scritto del II secolo d. C., l’A Diogneto. Qui leggiamo che il cristiano ha una duplice, e perciò paradossale, cittadinanza connessa alla sua appartenenza alla città della terra e a quella del cielo. Nella prima, il credente si sforza con tutti gli altri per la ricerca del bene comune; tramite la seconda, il cristiano attende la salvezza che solo Dio può donare. La duplice cittadinanza posseduta dai seguaci di Cristo apre, a parere di Lazzati, al concetto dell’unità dei distinti cioè alla differenziazione – ma non alla separazione radicale – fra la terra e il cielo. Simile distinzione oltre ad avanzare una visione olistica permette di riconoscere l’autonomia delle realtà terrestri. In tal modo la concezione lazzatiana supera il dilemma della scelta tra Dio o il mondo e pone l’uomo fra Dio e il mondo cioè egli voleva che si amasse il mondo con lo stesso amore di Dio.

Come insegna il Concilio Vaticano II, nel trattare le cose del mondo, i cristiani ricercano Dio nel pieno rispetto dell’autonomia della politica, dell’economia, della cultura e delle scienze. Così, in Lazzati, il mondo non è interpretabile soltanto attraverso la sociologia, la politologia, la psicologia bensì attraverso una prospettiva teologica per la quale nella storia si svolge il mistero cristiano che impedisce ogni separazione fra la grazia e il cammino concreto degli uomini che concerne anche le vicende politiche. Da qui comprendiamo quanto fosse importante per il rettore dell’Università Cattolica l’impegno finalizzato alla costruzione della città dell’uomo ossia di una comunità capace di tendere, con tutti i suoi membri, alla ricerca del bene comune. L’importanza di tale opera spinge, o dovrebbe, i credenti a non disinteressarsi o a non rifiutare la politica poiché mezzo per vivere una forma alta di carità. Per far ciò, le comunità cristiane sono invitate a far crescere al loro interno la coscienza politica al fine di evitare di interpretare questa rilevante sezione della nostra socialità come un pronto soccorso economico dettato da esigenze finanziarie o come male dal quale allontanarsi per non restarne corrotti.

Il Concilio Vaticano II (1962-65)

Dalla testimonianza lazzatiana viene fuori una sintesi sapienziale del rapporto tra fede e politica in grado di mantenere in equilibrio i due termini senza confonderli o separarli totalmente. In questo senso, la politica è un’attività umana che, specie per i laici, è un luogo teologico ovverosia un mezzo con il quale si giunge alla santità, fine comune di ogni vocazione. Inoltre la proposta di Lazzati può illuminare i cristiani del nostro tempo costretti a districarsi fra chi sogna ancora il “partito cattolico” e chi si erge nei partiti odierni unicamente perché rappresentante, o presunto tale, del mondo cattolico. Difatti, il costituente della Democrazia Cristiana indica ai cristiani un impegno da svolgere insieme agli altri cittadini, pertanto privo di etichette e rivendicazioni, in grado di farsi riconoscere soltanto – come afferma l’A Diogneto – per l’esito mirabile del loro tenore di vita cioè per l’autentica ricerca del bene comune.