“Hybris” tecnologica e isolamento virtuale: la profezia di Edward Forster

di Francesco Colafemmina

Profonda e per certi versi mistica è l’attualità preconizzata da Edward Forster nel lontano 1909 e manifestatasi in questi mesi di “serrata” sanitaria, libertà ceduta e ritiro generalizzato nella dimensione virtuale.

Si è soliti relegare la distopia ad un discorso sociale, politico, ma raramente antropologico. In altri termini il racconto di un futuro distorto, dove il progresso auspicato nel XX secolo si traduce in aberrazione, sarebbe il parto di una visione dell’organizzazione degli Stati e della società, più o meno ispirata al conflitto novecentesco fra capitalismo e socialismo. Edward Morgan Forster sfugge nettamente a questo genere di interpretazione, se non altro perché il suo racconto La Macchina si ferma apparve per la prima volta nel lontano 1909, ossia ben prima che la guerra e la rivoluzione d’ottobre irrompessero sulla scena dell’Occidente. Forse non vale la pena soffermarsi in questa sede sulla natura dei colloqui e delle speculazioni filosofiche o sociali che avevano luogo fra gli ispirati Cambridge Apostles, i membri della società segreta alla quale Forster fu affiliato dal 1901 al 1910. Né occorre ripercorrere il plot della novella distopica, quanto piuttosto suggerirne la silente, feconda lettura. Vale la pena in ogni caso sottolinearne quanto sia profonda, per certi versi mistica, la sua attualità, perché il tempo preconizzato da Forster si è manifestato nei mesi della “serrata” sanitaria nota con l’esotico ed efficiente anglismo di lockdown.

Edward Morgan Forster

Diciamo subito che i due protagonisti, pienamente in linea con il retroterra mentale dei correttori delle icone della salvifica “App Immuni”, rappresentano lo spirito femminista che ripudia la famiglia – Vashti – e la dimensione familiare del focolare ancestrale dei germani – Kuno. Ovviamente la speranza di infrangere la tirannia della Macchina, ossia di ciò che potremmo agevolmente paragonare al web, “l’abito celestiale” che finisce per soffocare l’uomo, viene dal prosaico e oggi politicamente scorretto Kuno. Un epocale sconvolgimento ha condotto gli uomini a ritirarsi nel sottosuolo, dove vivono in confortevoli quanto scabre celle, a mo’ di alveare. Questi favi sommersi vedono gli uomini comunicare attraverso telefoni in grado di materializzare ologrammi dell’interlocutore. Non solo: ogni individuo – la famiglia e più in generale le forme di convivenza sono obsoleti ricordi di un passato non civilizzato – può porsi in isolamento per poi essere subissato, alla riattivazione delle comunicazioni, da messaggi provenienti da decine di altri individui. Wathsapp insomma era già realtà nella finzione letteraria di Forster. Allo stesso modo lo era la didattica a distanza e con essa lo smartworking: “la goffa consuetudine dei congressi e dei seminari era stata ormai abbandonata da tempo. Né Vashti né il suo pubblico avevano alcun bisogno di lasciare le loro camere. Lei parlava, assisa nella sua poltrona, mentre i suoi ascoltatori, anch’essi in poltrona, potevano udirne assai distintamente le parole e vederne assai distintamente l’immagine”.

Sicché non poteva se non apparire “buffo” il “mondo antico” ad una simile società confinata nell’isolamento del sottosuolo reso confortevole da ogni sorta di apparato tecnologico (anche Alexa e il futuro internet delle cose, grazie al quale – come disse il capo della task force governativa italica, ma rigorosamente connesso dalla sua casa di Londra, Vittorio Colao – tramite il 5g si “potrà iniettare un farmaco nel paziente”, sono tutte invenzioni previste e conseguenti il modello di isolamento individuale garantito dalla tecnologia). Così, se nel mondo antico “le persone si mettevano in cammino allo scopo di cambiare aria anziché cambiare l’aria nelle loro camere abitative”, in quello del racconto “gli uomini si spostavano fisicamente sempre più di rado; ogni smania si concentrava nell’animo loro”. La natura sinistra dei “progetti” Prometeo e Gaia promossi in tempi non sospetti da Casaleggio assumono così un sapore meno salvifico e ben più sinistro.

Non solo, quello del passato era un mondo nel quale ci si toccava, mentre nella realtà globalizzata e uniformata (“gli individui erano pressoché uguali gli uni agli altri”): “la gente evitava ogni contatto fisico. Era una consuetudine che i progressi della Macchina avevano reso ormai obsoleta”. Così come obsoleti erano gli “obblighi parentali” (mi raccomando, guai ad insistere sullo stereotipo di genere della donna/madre!): “essi – infatti – hanno termine al momento della nascita”. Nessuna meraviglia, dunque, se madre e figlio non si stringono neppure la mano in occasione del loro incontro. La cessione di libertà, la sottomissione alla Macchina non è in Forster né un mero inganno fondato sul principio di piacere come nel Mondo Nuovo di Huxley, né una violenta coercizione come in Orwell o nella distopia di Alvaro, L’uomo è solo. L’uomo riduce i contatti reali, si ritira nella dimensione virtuale, rinuncia allo spazio e al tempo fisico, per assoggettarsi a quello mentale della Macchina, avvolto da una sorta di incantesimo impossibile da sciogliere (quasi “che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta” per citare Houellebecq). Tanto da finire per sublimare la dipendenza dalla Macchina in una nuova religione, dando al grande libro di istruzioni tecnologiche che ciascuno porta con sé, l’autorità spirituale di una Bibbia. In questo aspetto si concentra la dimensione antropologica della distopia di Forster: è l’uomo in sé il problema, è la sua hybris a dannarlo nella schiavitù. La tecnica diventa così inarrestabile, sfrenata tracotanza. La stessa del gigante Orione, prima figura ad apparire nel cielo stellato a Kuno ribelle, assieme al Sole nella costellazione dello Scorpione, strumento di nemesi divina contro il cacciatore mitologico che vantava di poter predare ogni animale selvatico.

Non è dunque un caso se Kuno potrà liberarsi dalla tirannide mentale della Macchina ricorrendo ad una massima che sintetizza lo scetticismo e il relativismo agnostico, proprio quando sotto l’apparente spinta dell’evoluzione e della civiltà, l’uomo sembra ripiombare in un perverso fideismo rivolto non al creatore, ma alla sua creatura senza vita, al suo fantastico Golem. Man is the measure, anthropos metron panton, l’uomo è misura di tutte le cose! Questa prometeica consapevolezza è alla base dell’atto di ribellione che porterà Kuno a spezzare le sue catene e a guadagnare la superficie erbosa, irraggiata dal sole, della terra in cui ancora sopravvivono uomini non sottomessi alla Macchina.

Protagora, l’autore della costituzione della democrazia panellenica di Thurii, assume così il ruolo del lampo da cui scaturisce un vasto incendio, il crepuscolo della Macchina. Qualcuno potrà rimetterla in funzione? Kuno pensa che l’uomo avrà appreso la lezione. Personalmente nutro la certezza opposta.

Protagora

Durante la quarantena mi è capitato anzi di vivere per qualche attimo l’esperienza di Kuno. Ciascuno di noi sente più o meno forte dentro di sé il rispetto della legge, fino alla sua estremizzazione socratica. Ebbene, in una soleggiata giornata d’estate mentre accudivo le mie api in uno dei loro pascoli murgiani, ho lasciato per un improvviso quanto velleitario, sciocco anelito di libertà, la macchina in uno sterrato e iniziato a camminare nel fieno verde dal quale spuntavano selvatici gigli gialli. Mentre li raccoglievo in un fascio dal profumo intenso, l’immaginazione mi figurava l’arrivo di improbabili droni, qualche pattuglia di Carabinieri o Finanzieri pronta a sanzionarmi per aver infranto la “necessità” del lavoro, per aver respirato al di fuori di un appartamento. L’emergere stesso di un simile pensiero dà il segno di quanto la schiavitù, la sottomissione, sia un processo che va oltre le nostre forze, un’alchimia sociale o un destino nel quale siamo già pienamente inseriti. E non è facile privarci dei nostri “respiratori” come Kuno, nella diffusa certezza, o nel desiderio castrato, che l’aria al di là della Macchina non sia adatta ai nostri polmoni. Pure, su quella superficie erbosa, sulle colline del Wessex che appaiono a Kuno atterrito dalla sua trasgressione, vive lo spirito guerriero e nobile di Alfredo il Grande. Dormono le colline, dorme la natura distrutta e calpestata dalla Macchina: “soltanto in sogno sono ancora in comunione con l’umanità. Beato l’uomo, beata la donna che saprà ridestare le colline del Wessex. Perché, anche se dormono, non moriranno mai”.