Il caso Spagna, le identità distinte e le ideologie incompatibili

di Giovanna Lenti

La monarchia è messa in discussione, ogni minaccia all’ordine e alla sicurezza pubblica è legittima perché “democratica”, ogni opinione contraria al programma di governo è illegittima e “antidemocratica”, mentre le identità distinte diventano ideologie incompatibili. Accade in Spagna, nel 2021, ma sembrano gli anni Trenta.

Quando una maggioranza di governo inizia a interrogarsi se il proprio operato sia congruo alle aspettative di una democrazia, normalmente dimentica di essere espressione della democrazia, al pari di altri soggetti politici e nient’affatto esclusiva. Le cose si complicano quando, in epoca di crisi istituzionale, questa stessa maggioranza ritiene che la Nazione necessiti di “più democrazia” e tenta di apportare un cambiamento che si rivela “più democratico” ai suoi soli occhi.

È probabile che la Spagna si trovi in una situazione del genere, e per la seconda volta nella storia.

Quando, nel 1935, l’internazionale comunista decretò che il fascismo fosse il male assoluto, in Spagna l’affiliazione al comunismo portò ad identificare tutte le sfumature politiche che non fossero “di sinistra” come il male assoluto. Ogni atteggiamento, simbolo, pensiero e atto politico non assimilabile o non riconducibile all’ideale comunista della società e del mondo era definito “fascismo”. Le organizzazioni politiche nella Spagna a cavallo tra le due elezioni repubblicane non si identificavano in base alla loro proposta politica. Non c’erano identità distinte, c’erano solo ideologie incompatibili. Oggi le identità distinte sono tornate ad essere ideologie incompatibili, ma con una variabile in più, e di non poco conto: se non ci si identifica nella forza politica di governo, non si può essere definiti autenticamente “democratici”. La patente di “democrazia” è rilasciata in via esclusiva dalla maggioranza parlamentare.

Un’immagine celebrativa dell’Internazionale Comunista

In altre situazioni si sarebbe gridato alla “dittatura della maggioranza” o alla “democrazia totalitaria”. In un momento di empasse politica la forza di governo, sempre più disorientata e priva di proposta politica concreta, cerca rifugio nell’istituto della democrazia. Chi si oppone con altri programmi e visioni alternative è semplicemente “antidemocratico”.

Così il governo Spagnolo di Pedro Sanchez chiede incessantemente al centrodestra di distanziarsi dal potenziale alleato di destra (VOX) perché avverso al programma di governo del PSOE. Siamo di fronte ad un governo che interpreta se stesso come responsabile di un “cambiamento” da attuare in nome della democrazia e come unico paladino della stessa democrazia.

Da dove nasce e come si alimenta una convinzione di questo tipo? Torniamo agli anni Trenta e ritroviamo uno scenario abbastanza simile.

I movimenti politici di allora erano, dal punto di vista istituzionale, assai impreparati al gioco democratico e si compattavano sotto la spinta della credenza che l’esercizio del potere politico avvenisse solo esclusivamente con l’uso della forza, di cui essi stessi pretendevano di detenere il monopolio legittimo. Così ogni organizzazione aveva il suo reparto armato, pronto a difendere i propri ideali rappresentati da corporazioni cittadine, enti, leggi o semplicemente da ideali professati in terre lontane anche dal punto di vista geografico.

Un’immagine della guerra di 80 anni fa in Spagna.

Il credere di essere dalla parte giusta solo perché uniti da un comune nemico, insieme all’elemento della politica “armata” di questa unione, favorirono la divisione netta della società in due schieramenti avversi. La stessa guerra civile nacque da un fronte compatto contro quei movimenti che sono poi confluiti nell’unico esercizio di forza militare ammesso, in quello spazio conteso dove confrontarsi con la politica armata era la norma: la dittatura. E dittatura fu. Con la transizione alla democrazia, a rimanere fuori dal parlamento fu il partito armato. Ciò che non era democratico era l’uso della forza armata di un partito politico. Dal parlamento non rimase esclusa la destra in quanto tale, bensì il partito armato.  E questo fatto di aver escluso l’uso della forza violenta, assimilato per congiuntura storica alla destra, legittimava la credenza che ad essere difensore supremo, in senso quasi religioso, della democrazia sia il partito che si oppone alla destra.

Oggi, nel 2021, in Spagna viviamo una situazione molto simile. Le vie delle città, nonostante la pandemia, sono assaltate e vandalizzate da vari gruppi riconducibili ad una sola parte politica, che manifestano in difesa di qualunque cosa appaia come un diritto violato, e reclamano a gran voce “più democrazia”. Il vicepresidente del governo appoggia queste rimostranze ritenendo, con dichiarazioni ufficiali, che non è democratico quel paese in cui si mette in crisi l’alleanza governativa e la reputazione istituzionale del governo stesso.

In una sola settimana si è passati dal dibattito su quale debba essere la Spagna autenticamente democratica a quello sull’opportunità che il vicepresidente si dimetta; dall’arresto di un rapper per esaltazione del terrorismo alle elezioni catalane, con un ministro della sanità al quale viene chiesto di interrompere il suo mandato nel bel mezzo di una vaccinazione massiva; dalle manifestazioni di nostalgici delle brigate franchiste con discorsi a sfondo antisemitico alla debacle totale dei partiti costituzionalisti di centro, in Catalogna, e all’ingresso nel parlamento catalano della destra costituzionalista.

Pablo Hasél, il rapper catalano arrestato per apologia di terrorismo. Si era barricato nell’Università di Lleida.

Si è passati poi alle opposizioni interne alla stessa maggioranza sulle leggi da approvare per concludere sempre con il discorso di una monarchia colpevole non si sa ancora bene di cosa. Nel disperato tentativo di riprendere le redini politiche in una situazione così incandescente, il programma del governo spagnolo diventa “più democrazia”: se non si realizza, siamo tutti colpevoli di istigazione all’antidemocrazia. Per cui mano alla legge inappellabile della memoria, che da storica diventa democratica, mano alla formazione di un governo catalano con gli stessi attori ma con diversi programmi e mano alle forze dell’ordine affinché la violenza urbana sia recepita come nient’altro che libertà di espressione.

La società non viene più meramente “interpretata”, ma viene forzatamente compressa in ristretti margini di interpretazione, per cui ci si meraviglia, ad esempio, di come i partiti costituzionalisti che rappresentano fette importanti di società civile non trovino riscontro in una rappresentazione parlamentare. Accade che partiti come quello di Ciudadanos, enfant prodige della politica catalana, sia prossimo a scomparire con soli sei deputati su 36 ereditati. Scomparso di fatto, senza possibilità di formare gruppo rappresentato com’è da soli 3 rappresentati, è il Partito Popolare. Di contro, entra nel parlamento catalano la destra di VOX. Il partito può costituire un gruppo parlamentare, avendo ottenuto 11 deputati, più della somma degli altri due partiti dell’area della destra costituzionalista. A ciò si aggiunge la vittoria dei tre partiti indipendentisti che da soli potrebbero formare il governo. Ma a voler insistere proprio nel tentativo di dar vita al governo è il PSOE catalano che, benché non abbia i numeri, intavola discussioni con tutti i partiti, escluso VOX. La sensazione è che si proceda con un costituzionalismo “ufficiale” e non non.

Nel corso delle trattative, che già si prevedevano catalizzate sull’amnistia da ottenere per i responsabili politici dei disordini di Barcellona, irrompe il rapper arrestato nell’università di Lleida.  Ed è qui che entra in scena l’esigenza di difendere la libertà di espressione. Insorge il PSOE, ma si sa che Sanchez sta per annullare quel che resta del passato del partito. PODEMOS è un socio di governo con ministeri e vicepresidenza. Anche se sostiene che la Spagna non è una vera democrazia, solo perché non si attua il suo programma, la voce dei “puri” del partito operario socialista spagnolo esige rispetto istituzionale. Il presidente interviene chiarendo che la Spagna è una democrazia e che il rapper è, in definitiva, un delinquente.  L’esigenza di “più democrazia” si sposta sulla squadra antisommossa della polizia: se non possiamo definire le proteste contro l’arresto una sentinella della libertà di opinione, almeno possiamo intervenire con “più democrazia” privando i poliziotti dell’uso delle armi in dotazione per reprimere le sommosse.

Un’immagine degli scontri di questi ultimi giorni in Spagna dopo l’arresto del rapper.

Le forze politiche richiedono una polizia più democratica che smetta di proteggere la libertà e la sicurezza pubblica con le armi e permetta ai manifestanti di protestare ricorrendo, se occorre, alla violenza. In assenza di alternative valide e credibili sul tavolo della progettualità, si pensa a sopprimere un corpo di polizia. Il partito ERC (sinistra repubblicana) propone la soppressione del reparto antisommossa, CUP (unità popolare) chiede le dimissioni di qualcuno, chiunque esso sia, purché rappresenti lo “Stato”. Si confonde l’abuso con la difesa, il dirizzo alla pubblica sicurezza con il diritto al vandalismo, interpretato come repressione della libertà di opinione.

Quando tutto diventa “istigazione all’antidemocrazia”, chi governa non sa come procedere, e governa “a comanda”, quasi a progetto. Trovata l’intesa sul progetto, chiunque può governare.  E accade che un gruppo di impresari catalani, con interessi economici in Catalogna, chiedano la formazione di un governo di sinistra che non favorisca l’indipendentismo. Insomma si tenta di influenzare e consigliare, ma anche giudicare come “errore” il risultato elettorale. Quando in politica il progetto non può realizzarsi scatta la caccia all’ostacolo. Tutto è posto in discussione. La monarchia è messa in discussione, il rapper è arrestato, la destra deve sparire perché non allineata al programma del governo. Per cui ogni agitazione è legittima ed ogni opinione contraria è illegittima. Si arriva a negare anche l’evidenza dei fatti. Quando tutto è “istigazione a…” le identità distinte diventano ideologie incompatibili e, sovente, una parte crede di essere più democratica dell’altra.

Ma si sa che se siamo un paese libero è grazie alla democrazia. Se siamo in crisi è perché la democrazia è minacciata e quindi le forze che difendono la democrazia sono quelle che per legittimazione storica lottano contro i nemici, favorendo la democrazia. Per questo oggi l’altro non è veramente tale, è semplicemente antidemocratico.

Il caos è interpretato come malessere popolare nei confronti della monarchia e delle istituzioni. Le rimostranze a Barcellona si stanno convertendo in furti e saccheggi ai negozi della città. Delinquenza mascherata da ideali nobili. Succede questo mentre chi prende posizione pubblicamente lo fa solo per condannare le azioni violente e difendere la leadership di governo.

Eppure, in ogni democrazia che si rispetti, i democratici non dovrebbero fare altro che prendere atto dei programmi di chi detiene la maggioranza relativa. Viviamo assoggettati a governi in cui nessuno riesce a catalizzare la maggioranza sufficiente per poter governare. Necessita quindi un “patto”, anche se non rientra nel progetto politico reclamato dalla nazione, essendo nient’altro che una convenienza relativa.