Il dilemma irrisolto tra diritto e morale: ripensare lo Stato “etico”?

di Miriam Rocca

Ritorna attuale, forse perché mai veramente risolto, il grande dilemma, affrontato in ogni epoca, del rapporto esistente tra diritto e morale e della necessità o meno di uno Stato ”etico” di hegeliana memoria, nel senso di organizzazione politica che tuteli la vita, prima ancora che la libertà. Nella storia delle filosofia politica, un problema simile ci porterebbe fino a Hegel, se non addirittura a Platone. E se fossero le Sacre Scritture a fornirci, oggi, una possibile indicazione da seguire nella soluzione di questo dilemma?

Il caso Lucano che in questi giorni ha riempito colonne di periodici e riviste, e che ha diviso l’opinione pubblica tra innocentisti e colpevolisti, ha riportato in auge la questione, coinvolgendo i più. Sul caso infatti, ognuno si è sentito in dovere di dire la sua: social e blog riempiti, bombardati di post, commenti, tweet, hashtag, in difesa di Antigone o contro di essa. La stessa obbligatorietà del green pass, ha portato sulle piazze manifestanti e nelle trasmissioni televisive opinionisti, virologi e politici divisi in posizioni contrastanti sulla giustizia o meno della norma.  La filosofia, allora, diventa la bussola con cui orientarsi nel mare magnum della questione sulla possibile, o se vogliamo necessaria, conciliabilità tra morale e diritto, tra le convinzioni soggettive e la norma oggettiva.

La trattazione del problema che qui si propone, non ha la benché minima presunzione di essere risolutiva, ma solo il desiderio di suscitare alcune riflessioni in merito.

Iniziamo subito con il delineare il quadro di riferimento dei termini diritto e morale.

Per quanto riguarda il diritto, è arduo dare una definizione esatta, poiché sono state scritte pagine e pagine di approfondimento del tema e al termine sono stati attribuiti differenti significati. La maggior parte di essi, nonché il senso comune, concordano nel definirlo insieme di norme che regolamentano l’agire sociale dell’individuo. In ambito più squisitamente filosofico, il problema è più complesso e la sua definizione strettamente connessa alla questione dell’origine. La scuola giusnaturalista, per esempio, ha posto quest’ultima nella stessa “natura” dell’uomo, per cui il diritto trova la sua ratio nell’ethos, termine che traduce le espressioni: “disposizione propria”, “vocazione ad essere” che, in una visione classica, chiama l’uomo a realizzarsi come tale, cioè come essere razionale, e questo compimento gli deve essere riconosciuto e permesso.

In tal senso, il diritto implica l’etica, ossia il comportarsi secondo ciò che la ragione in maniera universale riconosce come bene, giusto e corretto per l’adempimento del sé come soggetto e come comunità. Per cui etico non è solo diritto ma anche dovere, poiché obbliga verso sé stessi e verso gli altri: il riferimento alla giustizia è nel principio razionale per cui è necessario “riconoscere all’uomo, ciò che gli spetta in quanto uomo”.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770–1831) filosofo tedesco, padre dell’idealismo tedesco.

L’etica nel senso proprio del termine fagocita la morale, sarà la scuola hegeliana che, più vicina al giuspositivismo, porrà la differenza non solo terminologica ma sostanziale tra le due, legando la morale alla volontà del singolo e l’etica a quella del legislatore.

La moralità, infatti, orfana dell’ethos, diventa ragione che si coglie come individualità: le norme a cui aderisce sono tali solo per intima convinzione, per intima adesione. Il rischio è che, pur avendo come fine il criterio razionale del bene, subentrando il sentimento proprio, essa assuma posizioni divergenti rispetto alla legge oggettiva. Ecco perché, Per Hegel, la perfezione dell’agire morale si può realizzare solo e soltanto nell’eticità. L’etica è quel momento in cui la morale si fa concorde al diritto, ossia quando i comportamenti si adeguano volontariamente alle leggi, quando cioè le norme sono interiorizzate dall’individuo che ha compreso che la convivenza delle varie autocoscienze è possibile solo sulla base di vincoli oggettivi.

Il diritto pertanto regola i rapporti civili tra gli uomini, rende possibile la convivenza sociale, educa la moralità del sentimento. L’individuo è obbligato alla giustizia dal diritto che, pur essendo positivo, non è mai svincolato veramente dal presupposto naturale, se con questo termine si indica la natura razionale dell’uomo. La legge si evolve nel tempo e nella storia come insieme di norme che, proprio nella eticità, si universalizzano quando riconoscono la loro matrice nella ragione. Il compimento dell’eticità avviene nello Stato. Hegel è l’idealizzatore dello Stato etico, uno Stato che stabilisce per il cittadino cosa sia giusto e cosa non lo sia. In realtà prima di lui, Platone ne La Repubblica aveva idealizzato una classe di governo formata da sapienti che, in quanto tali sapessero stabilire per la comunità amministrata, il bene sommo.

Lo Stato “etico” e il problema delle leggi “giuste”

Sembrerebbe che i filosofi appena citati dimostrino di avere una totale fiducia nella capacità giuridica e di amministrazione degli organi preposti. Lo Stato etico in quanto tale esclude aprioristicamente l’emanazione da parte del legislatore di leggi ingiuste, poiché la giustizia è conditio sine qua non della legge stessa, ne è il principio costitutore. In questa ottica diventa una forzatura ideologica quella di attribuire ai totalitarismi del ‘900 la definizione di Stato etico, gli stessi dimostrano storicamente che vi possano essere casi in cui il legislatore non sia idoneo al suo incarico, ponendo in essere ossimori giuridicamente inquietanti quali le famose leggi ingiuste (leggi razziali, leggi liberticide e quant’altro). I totalitarismi sono l’antitesi dello Stato pensato da Hegel, poiché il bene dettato dalla ragione, se universalmente riconosciuto come tale, non può sottostare a settarie ideologie. Uno Stato che non tuteli il diritto alla vita universalmente dato, non può, né potrà mai essere etico. Il problema ricade dunque sulla capacità degli organi preposti di emanare leggi giuste e di interpretarle secondo giustizia.

Dunque se la storia ha dimostrato l’impossibilità delle dittature di agire come Stato etico, non è detto che sia più semplice realizzarlo nelle nostre moderne democrazie occidentali. La difficoltà è duplice: per il popolo che esercita il diritto di scegliere i propri rappresentanti che dovranno a loro volta esercitare il potere legislativo e sovente per i rappresentanti stessi, che spesso sembrano essere mossi più da interessi personali e di partito che dall’intento di realizzare il bene comune. L’incapacità del primo di saper orientare il proprio voto verso il bene collettivo, andando oltre l’interesse individuale, e dei secondi di superare posizioni cristallizzate da logiche di partito, genera quei presupposti per cui morale e diritto contrastano. Lo stesso pluralismo delle idee, sebbene sia e continui ad essere baluardo delle società aperte, confonde nella misura in cui diventa relativismo e pone sullo stesso piano verità e opinione. Ciò comporta leggi discutibili, che mancano di eticità, poiché la morale individuale stenta a conciliarsi con la norma. Il problema è a monte, se morale e diritto hanno la stessa matrice che è la razionalità dell’agire in vista del raggiungimento di un bene maggiore, se collimano, è perché c’è un difetto di razionalità o nella morale o nella norma.

In tal senso è sempre razionale la norma che tutela la vita. Ed è razionale poiché il diritto alla vita fa da presupposto ad ogni altro diritto. Anche il diritto alla libertà è conseguente al diritto alla vita. Di contro una norma che tuteli la libertà, ma non la vita sarebbe irrazionale.

Esodo è il secondo libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana.

Socrate è morto per colpa di una legge irrazionale ma non si è sottratto ad essa, nel Libro dell’Esodo, Antico Testamento, abbiamo un insegnamento differente. Gli Ebrei giunti in Egitto per salvarsi dalla carestia, vi si stanziarono, dando vita nel corso del tempo ad un intero popolo. Gli Israeliti erano più numerosi degli Egiziani, per questo motivo il faraone, ordinò che venissero costretti ai lavori forzati e trattati come schiavi. In ultimo ordinò alle levatrici ebree, Sifra e Pua, di votare a morte tutti i maschi nati da ebree, uccidendoli una volta dati alla luce. È a questo punto della storia che si pone in risalto il coraggio di queste due donne. La Bibbia riporta: temettero Dio. Non fecero come aveva loro ordinato il re d’Egitto e lasciarono vivere i bambini (Es 1,17). L’incapacità di attuare il comando del faraone scaturisce dalla consapevolezza della sacralità della vita. La loro condotta inasprisce il faraone che chiede conto dell’ordine non eseguito. Questa la risposta delle levatrici: «Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità. Prima che giunga da loro la levatrice, hanno già partorito!» (Es 1,19). La loro risposta è pronta, arguta e a favore della vita. Quale significato dare alle azioni di queste donne? Ritenerle inadempienti nei confronti dell’ordine ricevuto o eroine in quanto garanti della vita? C’è un ordine, va contro la vita, contro la stessa moralità, è pur sempre un ordine e come tale va eseguito, oppure no? Il Faraone decide per la morte di tutti i bambini maschi appena nati tra i figli di Israele, è una decisione politica, priva di ogni sana moralità e palesemente immorale, disumana. Le levatrici non seguono le ragioni di Stato, camminano secondo le ragioni della coscienza morale per cui non si sentono di uccidere un bambino neonato o ancora non nato o appena concepito. Esse non ascoltano il comando del Faraone, seguono invece la verità della loro coscienza. Fanno vivere i bambini ebrei, conservandone la vita alla nascita. Riportano le Sacre Scritture, che Dio benedisse le levatrici donando loro vita nella discendenza (Es 1,21).

Il diritto alla vita è di certo sempre etico, perché ci obbliga a difenderlo sia nella condotta morale che nella formulazione delle norme.