Il Noi solidale degli antichi: “filantropia” greca ed “humanitas” romana

di Giusy Capone

Come era concepita e vissuta la solidarietà nel mondo antico? In un modo certamente diverso dalle moderne disposizioni al prodigarsi, al riconoscersi, all’intendersi e al tollerarsi in uno sforzo attivo e gratuito, ma spesso anche ipocrita…

Homo sum, humani nihil a me alienum puto, “Sono uomo, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me”: parole pronunciate nell’Heautontimorumenos di Terenzio da Cremete, a scusante della sua curiosità e diventate celebri per riferirsi all’essenziale fragilità della natura umana, alla difficoltà nel sottrarsi all’errore o alla colpa, alla disponibilità a non schivare alcuna esperienza umana. Il frammentario originale menandreo è privo del suo corrispettivo.

Quindi, bisogna interpretare l’esito autentico della considerazione propriamente romana dell’idea universale di humanitas oppure il riflesso dell’idea di filantropia greca?

Gli antichi si supportano, spalleggiano, affiancano oppure si schierano l’un contro l’altro armati, ignorando il sostegno reciproco, il mutuo soccorso, il tenersi per mano? Certo, si è lontani dalla disposizione a prodigarsi, ad intendersi, a tollerare, a smorzare le ire ed i contrasti in uno sforzo attivo e gratuito.

La pòlis ateniese

Di sicuro, si è distanti dalla solidarietà intesa come fratellanza, aiuto materiale e morale per migliorare le condizioni di vita dei poveri, dei derelitti, di chi chiede asilo, di chi è senza lavoro e senza casa, degli anziani senza mezzi per vivere, dei malati.

L’assetto politico ed ideologico greco era imperniato sull’orgogliosa rivendicazione dell’appartenenza alla grecità in contrapposizione a tutto ciò che greco non era.

È necessario attendere la morte della polis ed immergersi nella realtà cosmopolita ellenistica, laddove il cittadino è un uomo ed è solo.

Allora, ecco emergere i sentimenti di panico, inquietudine, crisi, isolamento interiore. In tale temperie culturale appare la filantropia, la solidarietà tra gli uomini, soprattutto nel dolore ma è impensabile un’unità concreta dell’umanità, un dispiego di energie e tempo al servizio degli altri.

Si configura come amore per l’uomo nato dalla compassione, come solidarietà di uomini travolti dal Fato, che nella crisi e nella decadenza del mondo cui appartengono si osservano con sguardo benevolo: unica forma di salvezza.

A Roma grande assente è la dimensione fattivamente concreta, profondamente etica e radicalmente sociale.

L’altro da sé?

Meglio non dare fiducia ad uno sconosciuto più di quanto non se ne darebbe ad un animale feroce!

Sì, si scorgono cenni di rispetto della dignità umana ma si tratta di un dovere che, del resto, distingue l’uomo proprio dall’animale.

La civiltà romana

Non c’è afflato di vicinanza disinteressata: mano tesa al naufrago.

Principio morale contrapposto all’utile personale? Semplicemente, il dovere di mostrarsi gentile, dolce, mite.

Convivialità raffinata e, al contempo, intima e familiare. Condivisione totale di idee, di gusti, di aspirazioni tra gente elegante.

Riconoscimento di ciò che di umano vi è in ogni uomo? Riconoscimento della comune natura umana? No, mera complicità tra chi vive secondo uno stile di vita elitario.

La solidarietà nasce dal rispetto di ciò che rende l’uomo un uomo, al di là delle distinzioni di sesso, ceto, rango o condizione sociale.

Occorrerà la lezione senecana per ritenere tutti compagni di schiavitù nei confronti della fortuna, dei capricci del destino; per capire che si respira la stessa aria, che si vive ed infine muore. Ma si è nell’alveo rassicurante dell’astrazione teorica: la classicità non accende la fiaccola della solidarietà inclusiva ed altruistica.