John Dewey e il vivere politico come incessante ricerca di comunità

di Alessandro Dividus

L’individuo non è una semplice entità estranea all’ambiente che lo circonda, ma un tutt’uno con esso, e le sue peculiarità si manifestano come caratteristiche proprie solo nella relazione con la sua comunità, in cui non sussiste l’univocità del pensiero, ma l’unione del pensare.

La riduzione della socialità alla categoria del pensiero, inteso come sintesi pura tra l’ioe le circostanze, è uno degli insegnamenti più significativi del pragmatismo pedagogico di John Dewey (1859-1952). La dottrina dell’interesse, brillantemente sviluppata nel saggio Psicologia dell’Intelligenza (1910), mette in luce il binomio esistente tra l’esperienza mutevole dell’individuo e il riconoscimento di un noi sociale, legato a tradizioni e norme condivise. Emblematica la sua affermazione: “se le esperienze di una generazione non avessero influenza sulla generazione successiva la storia della civiltà si scriverebbe sulla sabbia e ogni generazione dovrebbe rifare da sé faticosamente il suo cammino in uno stato di barbarie”. Tale è lo stato del fanciullo, secondo Dewey, il quale, costretto ad affrontare una situazione di difficoltà, è indotto a fare leva sulle esperienze pregresse in grado di fornirgli strumenti adeguati per la risoluzione delle complessità che lo ostacolano. Ogni situazione genuina di esperienza è sempre intrinsecamente sociale. Il pensiero non è dunque nulla di appartenente, ma è semplice interazione comune tra individui.

Sulla scia dell’insegnamento aristotelico, l’uomo e la categoria della socialità si ricongiungono in un’unione indissolubile, scevra di qualsiasi dualismo. Il vivere politico si delinea così come incessante ricerca di un variabile, seppur continuo, principio della comunità. Nulla si crea al di fuori della condivisione con l’altro. Assume dunque un ruolo fondamentale l’interdipendenza delle relazioni umane e la partecipazione, dalla quale deriva il senso di responsabilità, alla dinamica comune del gruppo, il quale sfrutta e al contempo richiede un contributo personale e intellettuale alla prosperità evolutiva del sentire sociale. Il solo atto del pensare diviene così elemento formale della vita condivisa, e ciò che lo rende realmente tale è la categoria stessa della partecipazione a un evento comune.

In quanto involucro formale, il pensiero si riscopre come continuità ed evoluzione, e permette, allo stesso tempo, quel distaccamento necessario dal sé individuale per osservare dall’alto le dinamiche dirette che conducono all’inclusione. In una comunità unita e coesa, non sussiste l’univocità del pensiero, ma l’unione del pensare. Solo attraverso la partecipazione all’universo delle conoscenze condivise è possibile operare nell’ambiente comune da una prospettiva impersonale, realizzando più compiutamente un progetto di riforme sostanziali e sociali dirette alla totalità degli individui che costituiscono la comunità. Il pensiero, così, non apre solamente la strada alle comunanze civili di cui parlava Giambattista Vico, ma è altresì prodotto diretto delle stesse. Esso diventa il principio primo della categoria sociale. É correlazione dell’io alle necessità del noi, è unione indissolubile tra aspetto dinamico e statico della realtà.

Giambattista Vico (1668-1744) filosofo, storico e giurista napoletano

Sulla base di quanto finora affermato, risulta incontrovertibilmente essenziale la capacità e l’esercitazione della riflessione critica. Solo attraverso un esercizio continuo di tale strumento è possibile promuovere una collaborazione più intensa verso un ulteriore benessere spirituale e materiale della comunità. Nei giudizi del Dewey sono dunque celati alcuni dei principi fondamentali del vivere comune moderno, da quello della rappresentatività e partecipazione, a quello della libertà e autonomia. L’individuo non è quindi semplice entità estranea all’ambiente che lo circonda, ma un tutt’uno con esso, ed è nel rapporto col mondo che le sue peculiarità si manifestano come caratteristiche proprie. Una rete di connessioni sociali più ampie rende l’individuo consapevole delle potenzialità e delle attitudini inespresse e stimola, conseguentemente, la creazione di personalità più attive e armoniche. L’azione benevola nei confronti del noi si riscopre nel potenziamento della soggettività, la quale non può esimersi dalla costituzione continua di nuovi legami sociali.

Come Dewey afferma in Democracy and Education (1916), “il risultato di un processo educativo dev’essere la capacità di un’ulteriore educazione”. Con queste parole, Dewey mette in evidenza un aspetto fondamentale di ogni genuina comunità democratica. La capacità critica degli individui non deve guidare il pensare all’interno di categorie formali dell’intelletto, ma deve condurre, quanto più possibile, all’esperienza dell’attività critica stessa. Solo così il fine può coincidere perfettamente con lo svolgimento dell’atto, cosicché il fine dello sviluppo si identifichi con lo sviluppo stesso.

Il Noi che Dewey prospetta non annichilisce nell’anonimato le coscienze dei singoli, bensì afferma un principio di universalità relazionale. La personalità si ricongiunge così, armonicamente, alla categoria del sociale. Al di là di qualsiasi speculazione metafisica, è nella socialità che si ritrova la forma più verosimile di assoluto, tanto da spingere Dewey ad affermare come “ciò che la filosofia chiama spirito con connotazioni trascendenti si rivela empiricamente come la fase dei fenomeni sociali che si chiama civiltà”. In questa prospettiva, le tradizioni della comunità acquisiscono una valenza peculiare in relazione alla funzionalità del corpo collettivo, in quanto rappresentano quella struttura di credenze e conoscenze non completamente realizzate, le quali necessitano di una continua giustificazione che le distingua dalla mera opinione. La credenza, dunque, si trasforma in conoscenza solamente nell’attimo in cui entra in contatto con la comunità e riceve da essa la cosiddetta ‘conferma sociale’. Il pensiero, o meglio il pensare, manifesta così non solo la sua comunicabilità e comprensibilità, ma anche la sua utilità nell’azione collaborativa degli uomini. Nuovamente, si afferma il principio secondo cui “la socialità è la categoria inclusiva, è il tutto, è la più larga e ricca manifestazione del tutto accessibile alla nostra osservazione”.

Nella dialettica tra l’Io e il Noi è l’interazione a rappresentare il momento della sintesi, adombrando così, da una parte, il senso di prevaricazione della comunità sul singolo, e dall’altra, lo spirito di arroganza della soggettività. Solo una comunità che riconosce nella realizzazione dell’interesse d’altri il medesimo, può percepire l’esigenza infinita di unificazione che trapassa le volontà egoistiche dei singoli. Si deve passare così da una interazione, o interconnessione causale, a quella che Dewey identifica come punto di vista transazionale. La transazione, secondo l’opinione del Dewey, elimina le remote possibilità di realtà indipendenti e isolate, poiché la vita umana considerata sia negli individui che nella collettività, consiste di transazioni nelle quali esseri umani partecipano con cose non umane dell’ambiente insieme con altri esseri umani, in modo che senza questa associazione di partecipanti umani e non umani noi non potremmo neppure stare in vita e tanto meno fare qualche cosa”. La personalità stessa degli individui è la risultante di una collaborazione che abbraccia la totalità degli uomini, ed è dunque il prodotto di uno sforzo inteso a rendere vivente una comprensiva comunione di esseri.

“Democracy and Education” (1916), l’opera più importante di John Dewey

In questa unione immanente, anche il significato trascendente della religione acquisisce un valore completamente innovativo. L’umanità nella quale siamo immersi è costituita da un blocco uniforme di esperienze spazio-temporali che collegano avvenimenti passati, presenti e futuri in un tutto unilaterale. Il senso della religione, spogliato delle sue caratteristiche metafisiche, ritrova linfa vitale nel senso di appartenenza e coesione degli uomini nel mondo. Come afferma Dewey, “le cose che nella civiltà noi preghiamo maggiormente non ci appartengono. Esse esistono in virtù delle azioni e delle sofferenze della continua comunità umana di cui siamo un anello”. La responsabilità del Noi si allarga così all’intero universo partecipativo degli uomini, liberando e responsabilizzando il singolo nelle azioni dirette verso l’altro. La nostra responsabilità consiste nel compito di accrescere e migliorare l’eredità dei valori che è stata tramandata, in modo da poterla consegnare al prossimo in forma sempre più perfetta. Ne deriva, dunque, la necessità di armonizzare qualsiasi ambito del sociale, dall’economia all’arte, dalla morale alla politica, dalla scienza alla religione, adattando in maniera organica ciascuno di questi elementi con l’obiettivo di renderli maggiormente partecipativi e fruibili a tutti. Questo senso di affiliazione a un tutto infinito, veicolato da un sentimento religioso di appartenenza comune, è foriero di libertà e pace individuale e permette all’immaginazione, in quanto strumento portatore di innovazione e progettazione di un futuro migliore, di operare attraverso un obiettivo comune identificato nella realizzazione di una comunità più florida e giusta. La matrice del pensiero è l’immaginazione stessa, poiché ciò che l’intelletto ci consente di raggiungere non è altro che un frammento di quella possibile totalità di esperienza che l’immaginazione ci dischiude. L’immaginazione è “un modo di vedere e di sentire le cose come se costituissero un tutto integrale. É la larga e generosa mescolanza di interessi nel punto in cui l’intelletto viene a contatto col mondo. C’è sempre un certo margine di avventura nell’incontro dell’intelletto col mondo, e questa avventura è, nel suo limite, fantasia. L’intelligenza feconda è, perciò, quella nutrita d’immaginazione, cioè dell’esigenza di muovere oltre il presente verso una crescente comprensività che aspira alla totalità”.