La dinamica del Noi tra autorealizzazione e appartenenza

di Alessandro Dividus

Ogni “Io”, come insegnò Fichte, necessita di un’intima evoluzione dettata dalle circostanze che l’accompagnano, e nulla può sostituirsi alla razionalità e alla consapevolezza del bisogno di una comunità nella quale essere rappresentati e di cui essere rappresentanti.

Ogni riferimento alla figura paradigmatica del Noi rimanda al senso intrinseco della parola communitas, ovvero comunità, comunanza, quell’organizzazione collettiva in grado di amalgamare la vita sociale intorno a una comunione di interessi e fini. Non a caso, l’instaurazione di un legame interpersonale tra individui si fonda sulla volontà degli stessi nel condividere i propri intimi progetti comuni e nel riconoscere nell’altro un valido e indispensabile componente del gruppo. La creazione di un Noi non può dunque esimersi dalla definizione pregressa di un Io, poiché solo nel riconoscimento di una coscienza è possibile trovare la volontà che li accomuna. Senza una definizione del sé non vi è alcuna traccia del Noi.

Nelle intuizioni del Fichte, più che in ogni altra speculazione politologica, è manifesta la dinamica alla base del proprio e dell’altrui riconoscimento. Nell’insegnamento del filosofo di Rammenau sono chiari i meccanismi che regolano la nascita dell’Io. Tutto si svolge nell’ottica della volontà individuale e della forza creatrice dell’uomo. Ciò che permette una realizzazione del sé è una dialettica continua con le circostanze, le quali sole possono conferire forma e identità a quello che possiamo identificare come soggetto. Non può esistere un Io, senza la presenza di un Noi, e viceversa. Non può sopravvivere l’individualità, senza la partecipazione in una comunità. É chiaro, dunque, come qualsiasi sforzo economico, politico o giurisdizionale, non possa sostituirsi in alcun modo alla necessità di una rinascita morale dell’individuo, la quale, avulsa da qualsiasi finalità egoistica, riscopra nel senso di appartenenza e condivisione l’unica e insostituibile causa della propria sussistenza, l’ossigeno al quale attingere nei momenti più cupi e incerti.

Johann Gottlieb Fichte

Le parole del pensatore tedesco sembrano mettere in luce un’aporia di fondo, che sussiste fin dalla nascita, nella nostra comunità di appartenenza. Troppo spesso, e inconsapevolmente, si assiste al tentativo di ricostituzione di quel tessuto sociale, che tiene unite società civile e istituzioni politiche in un unicum nazionale. Mai come adesso si assiste con sconforto alle difficoltà di una simile impresa. I continui appelli della politica alla solidarietà e al senso di appartenenza sembrano essere ascoltati solamente grazie al tonfo della loro rovinosa caduta. La natura amorfa del Noi è la conseguenza di una mancanza di coscienza, e quindi di volontà, individuale. Con maggior frequenza si palesa la necessità di una riformulazione della propria identità in vista di un progetto condiviso, e ancor più assiduamente si assiste all’incertezza del proprio essere. Non può esistere un Noi senza aver prima individuato un Io. Ma questa coscienza soggettiva, o parziale, non deve sostituirsi a quella comune e universale, bensì deve coniugarsi completamente con essa. Senza alcun richiamo alla dispotica volonté générale di stampo Rousseauiano, bisogna salvaguardare la capacità di poter fornire, da parte di una democrazia che voglia considerarsi matura, gli strumenti necessari per una realizzazione personale, e quindi morale, degli individui. Tale realizzazione non può considerarsi effettiva se espletata attraverso semplici riproposizioni di politiche assistenzialistiche, che mirano alla prosecuzione di una semplice sopravvivenza dell’organismo, senza tenere in conto della volontà inespressa delle singolarità che lo compongono.

La foga impetuosa nella creazione di un Noi nazionale ha lasciato incompiuto, o semplicemente inascoltato, il bisogno di una continuità nella formazione di una coscienza individuale, lasciata alla mercé degli avvenimenti storici dopo la tanto agognata Unità Sabauda. La diseguaglianza storica e territoriale ha acuito l’incertezza della volontà nel percorso della sua realizzazione, lasciando l’individuo nella precarietà della sua solitudine. Ogni Io necessita di un’intima evoluzione dettata dalle circostanze che l’accompagnano. Nulla può sostituirsi alla razionalità e alla consapevolezza del bisogno di una comunità nella quale essere rappresentati ed esserne rappresentanti. Il mancato riconoscimento di tale necessità è forse l’errore più grave che lo Stato, nella sua formazione, possa aver perpetrato nei confronti di chi lo costituisce. L’attribuzione di principi e valori fondamentali, di indubbia valenza, non sortisce alcun effetto nella coscienza di un individuo che non riconosce, nella loro universalità, la loro ragion d’essere.

Le conseguenze di una simile asincronia tra formazione autonoma del sé e costituzione eteronoma della comunità sono evidenti nel malfunzionamento democratico delle nostre istituzioni e nel ripiego, seppur biasimabile, in rapporti familiari e fiduciari con le singole componenti sociali. La mancanza di una coscienza ha determinato, di fatto, l’assenza di un senso di responsabilità di fronte agli avvenimenti esterni, sia collettiva che individuale. La de-responsabilizzazione ha causato una perdita di orientamento e un ritorno alla sicurezza dell’Io, il quale, incompleto nella sua realizzazione, si è erto a unico giudice delle proprie azioni. Mosso da un continuo desiderio di riformulazione, ma senza tener conto della necessità di un accordo comune e, quindi, di un riconoscimento del Noi politico, il comportamento individuale si è cristallizzato in consuetudini asociali ed egoistiche, intraviste come unico faro nella condotta quotidiana. D’altra parte, il Noi si è andato a costituire come semplice sommatoria di individualità prive di ciò che le rende tali, ovvero la volontà comune.

Ciò che oggi si richiede non è un’iniziativa economica tesa alla ripartenza produttiva del paese, o riforme indirizzate alla semplice sopravvivenza materiale del cittadino, ma un più completo progetto di ricostruzione collettiva delle fondamenta, che tenga in considerazione il bisogno di auto-realizzazione e di appartenenza alla compagine sociale. La crisi economica di un paese non è altro che lo specchio del suo malessere morale.