La famiglia resta il Noi più autentico, nonostante tutto…

di Miriam Coccari

L’isolamento sociale, cui siamo stati costretti dalla pandemia di Covid 19, ha dimostrato che la famiglia non è affatto una istituzione obsoleta, come da più parti vorrebbero farci credere, ma resta insostituibile grazie alla parvenza di “normalità” che ha riacquisito e al suo ruolo di corpo intermedio tra uno Stato altrimenti invasore e un cittadino privato della dimensione intima.

La famiglia, cellula base della società, come si diceva un tempo, microcosmo organico e indispensabile al funzionamento della stessa, nido per tanti, carcere per pochi sfortunati, “primo momento dell’eticità”, secondo Hegel, al centro delle teorie degli studiosi dai più svariati orientamenti, da Kant agli esponenti della Scuola di Francoforte. Ma quanto è cambiata nel corso dei secoli! Ogni epoca ne dà una sua interpretazione che diventa specchio del comune sentire e della visione del futuro. Certo è che oggi siamo molto distanti da quell’idea di famiglia vigente anche solo fino a pochi decenni fa.

In età romana, volendo fare un breve excursus storico, la famiglia era molto più ampia della nostra: oltre al padre, alla madre e ai figli, essa comprendeva le mogli dei figli e i nipoti, gli schiavi e i liberti, e il potere, anche in ambito giudiziario, era concentrato nelle mani del pater familias. Non è stata sicuramente la pratica del divorzio a sancire la differenza con la famiglia odierna, anzi, il matrimonio per il diritto romano nasceva dal consenso tra i coniugi e terminava quando questo veniva meno. Lo stesso Seneca ce lo presenta come una consuetudine, e così fu almeno fino all’avvento del Cristianesimo, che notoriamente rifiuta tale categoria con fermezza.

L’eredità della famiglia romana venne raccolta da quella dell’Alto Medioevo, che accettò anche figli di altro letto del padre o orfani di parenti. Nel basso Medioevo la rilevanza della famiglia rispetto all’individuo diventò preponderante, fino ad arrivare alle consorterie, ossia raggruppamenti di famiglie abbienti che portarono alla nascita delle fazioni politiche all’interno della vita urbana. Il contraltare popolano alle consorterie erano le corporationes, organismi che raggruppavano tutti gli appartenenti a una “categoria professionale” (commercianti, artigiani, medici, notai, ecc.) e che acquistavano un potere sempre maggiore a partire dal XII secolo.

Alcune immagini della famiglia medievale

Ma per tutto il Medioevo la famiglia era parte organica di quella “comunità di comunità” che organizzava la vita delle persone che non erano ancora “individui” astratti. Lo diventarono con l’avvento della modernità a opera del Protestantesimo e i suoi programmi di emancipazione individuale dalla comunità di appartenenza. 

La struttura della famiglia durante il Rinascimento non mutò di molto rispetto alle epoche precedenti. Il padre di famiglia rimase l’autorità principale e sotto uno stesso tetto vivevano diverse generazioni. Tale è rimasto, per alcuni aspetti, l’assetto familiare in alcune zone del meridione d’Italia, e non solo, fino a non molti anni fa: un nucleo allargato e più o meno numeroso in cui ogni membro aveva un ruolo, in cui i consigli dell’uomo più anziano erano seguiti pedissequamente, dove le figlie aiutavano le madri nella cura della casa e il mantenimento materiale del gruppo e le donne più anziane erano fondamentali nella crescita dei più piccoli. Anche le finanze domestiche erano condivise.

Da ciò si evince come la famiglia sia sempre stata il solido motore della società e, nello stesso tempo, il supporto e baluardo del singolo, altrimenti solo e alienato.

Oggi questa istituzione sembra essere assediata da più parti. Il processo di decadenza è senz’altro iniziato negli anni successivi al dopoguerra, quando la famiglia comincia ad essere considerata un ostacolo per il mondo del lavoro.

Il movimento del Sessantotto ha senz’altro inferto un colpo decisivo all’autorità paterna con il famoso slogan “uccidi il padre”, che ha fatto breccia nella testa di generazioni di giovani. Ma il processo di indebolimento e depauperamento della famiglia non si è concluso. Anzi ha ripreso vigore grazie ai tentativi di privarla di ogni valore e orizzonte di riferimento esistenziale.

Una manifestazione del Sessantotto

È l’individualismo imperante nell’epoca postmoderna ad aver sostituito nella scala valoriale l’idea di famiglia, in una società che indubbiamente vorrebbe l’essere umano sempre più solo, perché così più vulnerabile e facile preda del collettivo, emancipato da un nucleo compatto alle spalle e capace di rafforzarne l’armatura. È la donna il bersaglio prediletto in una tale società di individui soli, perché se, da un lato e per fortuna, la sua condizione nel corso dei secoli è decisamente cambiata, evolvendosi in senso positivo in fatto di diritti acquisiti, è altrettanto vero che da un po’ di tempo a questa parte è in atto un chiaro progetto finalizzato a privarla del suo ruolo all’interno della famiglia. Ben lungi dall’essere l’angelo del focolare, la donna è oggi a pieno titolo parte integrante del mondo lavorativo in tutti i settori, ma il prezzo da pagare è sempre troppo alto. Le si chiede di scegliere tra la carriera e la famiglia e il più delle volte la decisione non è semplice e scontata. Capita di frequente, per essere realistici, che la madre debba allontanarsi per lavoro, che un padre sia troppo assente per lo stesso motivo e i figli vengano cresciuti da nonni anziani. Ne emerge un quadro di famiglia mutilata, che indubbiamente ha perso il suo ruolo centrale all’interno della società, e il suo tradizionale primato di cellula primaria.

È sullo sfondo di questo scenario che assistiamo a episodi come quello di Bibbiano, in cui genitori in difficoltà, anziché essere supportati da provvedimenti legislativi volti a promuovere l’unità familiare e salvaguardarne l’organicità, per non dire la sacralità, si vedono sottratti i figli in un modo disumano e crudele.

Il caso “Bibbiano” riguarda presunti abusi e affidi illeciti di bambini

Una famiglia, dunque, che si sgretola inesorabilmente sotto il peso di logiche che ne minano la solidità e ne mettono il dubbio l’importanza e la funzione sociale. All’interno di un panorama decadente, prendono piede prepotentemente le posizioni di quelli che una famiglia la pretendono a tutti i costi, ammantati come sono da un arcobaleno ideologico che li persuade circa l’aristotelica socievolezza di un uomo tendente per natura ad aggregarsi e costituirsi in società.

Eppure questa istituzione non è così obsoleta, come da più parti vorrebbero farci credere.

Ultimamente, diversi autorevoli teorici e intellettuali hanno riconosciuto la centralità e la insostituibilità della famiglia, che ha senz’altro riacquistato una parvenza di normalità durante l’isolamento sociale a cui siamo stati costretti dalla pandemia di Covid 19.

È accaduto, e non certo per magia ma per la potenza dei legami organici tradizionali e, oserei dire, sacri, che i figli hanno avuto più tempo per stare con i genitori, condividendo con loro anche le lezioni a distanza, in tempi ordinari altrimenti proibiti, le madri sono tornate a impastare, cucire, rassettare, i padri a insegnare il gioco degli scacchi ed aggiustare mensole in cucina. Da un eccesso all’altro, come se il cosmo avesse cancellato i concetti di giusto mezzo e mezze misure in questo vortice caotico, sfrenato e convulso che è la nostra società odierna.

Tuttavia questa esperienza ci ha insegnato che la famiglia, in quanto comunità, non solo esiste e resiste, ma si riprende il ruolo di corpo intermedio tra una società di individui e il soggetto singolo, tra uno Stato invasore e il cittadino privato della sua dimensione intima.

La famiglia c’è ancora e, nonostante tutto, resta il Noi più autentico.