La mortalità in Italia ai tempi del Covid. Un’analisi statistica

di Pietro Iaquinta

-Un’informazione fondata su dati più correttamente attribuiti secondo la causa di morte, avrebbe permesso di far fronte all’emergenza pandemica con meno isteria e misure più razionali ed adeguate alle dimensioni statistiche, economiche e sociali dell’evento.

Il diffondersi del virus COVID-19, a partire da gennaio 2020, ha messo in evidenza le carenze del sistema informativo nazionale ed internazionale ed anche una certa leggerezza con cui i sistemi di informazione estrapolano dati, evidenziando elementi che spesso, al contrario, andrebbero contestualizzati prima di essere descritti semplicisticamente.

Un classico esempio è dato dalla misura della mortalità, indicata semplicemente col numero dei decessi registrati quotidianamente, quando nessuno, nel mondo dell’informazione, abbia mai sottolineato che in Italia muoiono, mediamente, ogni giorno, fra 1.500 e 2.000 persone (a seconda della stagione), distribuiti fra innumerevoli cause di morte.

Proprio le cause di morte sono un altro elemento di importante discussione in ambito internazionale, dove, evidentemente, un diverso approccio alla determinazione della causa di decesso potrebbe assumere significato nella diversa quantificazione che, a livello mondiale, ha visto difformità nelle comparazioni spesso inspiegabili.

Tornando alla quantificazione dei decessi, ci proponiamo di analizzare il livello di mortalità in Italia negli ultimi 20 anni, utilizzando dati consolidati e della medesima fonte (ISTAT), quindi assolutamente affidabili, cercando di scoprire il trend dei decessi in questo periodo ventennale allo scopo di determinare, grazie ad un modello lineare generalizzato, se una tendenza al rialzo sia comunque presente.

Per approfondire l’argomento mortalità da COVID si è provato a costruire dei modelli regressivi semplici dei dati di mortalità in Italia negli ultimi 20 anni per isolare una tendenza che, eventualmente, potesse spiegare i livelli di mortalità dei prossimi anni (ed anche di quello corrente), allo scopo di giustificare le cause di questo processo evolutivo.

Indubbiamente, le condizioni demografiche della penisola non lasciano presagire per il futuro un andamento diverso da quello della crescita della mortalità per i prossimi anni, dovuta certamente alla elevata età media della popolazione ed a quei valori di speranza di vita alla nascita che ci collocano, sempre, fra i primissimi posti nel mondo quanto a vecchiaia della popolazione.

Ovviamente, questo non è un processo avvenuto casualmente, ma è frutto dei comportamenti demografici che, soprattutto a partire dalla seconda guerra mondiale, hanno caratterizzato la popolazione dell’Italia.

Visto il percorso finora tracciato, non sarà difficile immaginare che, almeno fino alla metà di questo secolo, i livelli di mortalità in Italia si manterranno elevati, almeno finché non saranno uscite dall’osservazione le coorti nate nel periodo del baby boom italiano (da fine anni Cinquanta a fine anni Sessanta).

I dati relativi alla mortalità per il periodo in esame, mettono in evidenza una inesorabile, tendenza alla crescita del fenomeno e questo dato è confortato dall’andamento dei quozienti grezzi di mortalità Qm che, pur in presenza di un’alternanza di risultati, mostra un’evidente tendenza al rialzo.

Superata, già nel 2013, la soglia psicologica dei 600 mila decessi annui, il prossimo traguardo potrebbe essere quello di quota 700 mila (che si stima potrebbe essere raggiunta già alla fine del decennio in corso) che, unitamente al perdurare dei bassissimi livelli di fecondità (ormai sotto quota 400 mila nati annui), mette in evidenza quale potrà essere il futuro di questo inverno demografico (come l’ha definito Papa Francesco, in occasione della celebrazione della giornata della vita) che si prospetta per la popolazione italiana.

A partire dal 2014 è iniziato, infatti, il declino quantitativo della popolazione, con un decremento assoluto che nell’ultimo intervallo annuale ha superato le 400 mila unità, praticamente azzerando la componente delle nascite.

Il quadro descritto è espressione di un vero malessere demografico e l’avvicinarsi alle età adulte di quei contingenti di nati nell’epoca del baby boom non può che far prospettare un futuro davvero complicato per la nostra popolazione.

Per quanto attiene alle discriminazioni territoriali, l’osservazione dei dati ufficiali prodotti dall’ISTAT consente di affermare che, in genere, il livello di mortalità del Sud Italia è sempre inferiore a quello del Nord, sfatando tutti gli eventuali luoghi comuni sulla qualità della vita nelle aree del sud del Paese e definendo un dualismo al contrario di quello economico.

Appare evidente, sempre osservando i dati dell’ISTAT della mortalità in Italia, che rispetto agli stessi intervalli riscontrati negli anni precedenti (raccolta dei decessi per mese, aggiornato ad agosto), nel corso del 2020 il livello di mortalità non subisce questa impennata così violenta e drammatica come i mass media hanno tristemente raccontato nei giorni peggiori dell’esplosione della pandemia; anzi, in ambiti territoriali circoscritti, come l’Italia Meridionale, addirittura il numero dei decessi è anche più basso del dato osservato nel 2015 e nel 2017 (demo.istat.it del 29 gennaio 2021).

Il solo dato assoluto del numero dei decessi osservato ogni anno potrebbe essere fuorviante rispetto alla composizione della popolazione che, nel corso di un decennio, è certamente cambiata (a favore di un peso maggiore della componente anziana).

In questo approccio allo studio della mortalità in Italia, in epoca COVID-19, si è, semplicemente, voluto dimostrare che l’esposizione mediatica di tutta la vicenda pandemica ha creato una sorta di terrore psicologico rispetto all’evento, senza che i numeri dessero un effettivo riscontro a quello che si è lasciato (e si continua a lasciare) intendere.

Non si sono volute negare la letalità e la pericolosità dell’epidemia che, purtroppo, è ancora in corso e non accenna a diminuire, ma al contrario suggerire un approccio all’informazione quantitativa più funzionale e rispondente ad interpretare la realtà, che avrebbe potuto giovare anche alla gestione delle misure di contrasto, evitando di allarmare più del necessario famiglie, istituzioni e imprese.

Si aggiunga che, i valori rilevati e quelli ricavabili dalla proiezione degli stessi mettono, in evidenza come i decessi attribuiti al COVID-19 siano in parte da riferire ad altre cause di morte, quindi, statisticamente da includere tra i decessi attesi.

Di qui la conclusione che una informazione fondata su dati più correttamente attribuiti secondo la causa di morte, avrebbe permesso di far fronte all’emergenza pandemica con meno isteria e misure più razionali ed adeguate alle dimensioni statistiche, economiche e sociali dell’evento.