L’Acropoli sfigurata e la fine della “visione romantica”

di Francesco Colafemmina

“Andiamo cimento!”. È un’espressione che i greci usano per imitare l’italiano, ma che in greco sta per “al posto della sabbia, il cemento”. Qualcosa di analogo è capitato all’Acropoli che dopo qualche millennio di ghiaia e argilla ha visto comparire nel dicembre scorso amabili passerelle di cemento armato color tortora.

Percorsi in cemento armato voluti dalle autorità greche per evitare, da un lato, che qualche turista si slogasse una caviglia incespicando nella brecciolina preesistente, e facilitare, dall’altro, l’accesso ai portatori di handicap. Peccato però che l’intervento abbia riguardato non un luogo qualsiasi ma l’Acropoli di Atene…

Peraltro, in alcuni punti, la pendenza raggiunge il 9% rendendo ardua l’ascesa delle carrozzine. Ma il problema è a monte.

Già nel 1976, nota l’archeologo Manolis Korres – classe 1948, responsabile del Servizio di Restauro dell’Acropoli – caduto il regime dei Colonnelli, si creò un percorso sempre in cemento, con effetto ruvido. Così, dopo quasi cinquant’anni, si è pensato bene di ricreare analoghi percorsi in cemento armato dall’effetto più liscio. Scartate sin da subito le passerelle in legno – peraltro già esistenti sia sulla scalinata che nell’accesso dai Propilei.

Il cemento sull’Acropoli

L’archeologo ha confessato mesi fa che inevitabilmente si sarebbe perso qualcosa con questo nuovo percorso in cemento armato: “qualcosa dell’antica immagine romantica che conserverò per sempre nei miei ricordi (con sentimenti contrastanti) andrà perduto”. Meglio non approfondire, di certo, la natura dei “sentimenti contrastanti” di Korres alla prima visione dell’Acropoli… E’ preferibile ricordare le espressioni estasiate di Mario Praz: “Quando si sale per la prima volta sull’Acropoli come rassomiglia al panico il tuo tripudio, o pellegrino! Credi di esser tu a visitare l’Acropoli, ma, se guardi bene, è lei, l’Acropoli, che ti scruta, misura il fondo della tua anima; e quassù, in questo vento d’eternità, l’anima tua non vale più di un pappo di cardo”.

Un pellegrino! Immagine che rimanda all’Anthinea di Maurras del 1901. Felice storia del viaggio da lui compiuto fra Grecia, Firenze e Provenza per riannodare il legame spirituale profondo con la vita e l’arte degli antichi greci. Qui il nazionalista francese ricorda la storia narrata dal diplomatico de Vougué che “sorprese un mattino un visitatore dell’Acropoli in ginocchio, manifestamente in preghiera e forse in lacrime” davanti alle Cariatidi. Lo stesso Maurras, asceso ai Propilei, si lascerà andare ad un gesto irrazionale. Abbraccerà lo spazio come fosse un’amante, inebriandosi della sua bellezza, del suo contatto.

Charles Maurras (1868-1952) è stato un poeta, saggista e politico francese.

Finché è perdurato il lockdown e i turisti non hanno potuto ammirare l’Acropoli che in cartolina, la questione si è limitata alle solite discussioni fiume che animano le televisioni greche. In questi giorni però il resto del mondo scopre il volto della nuova Acropoli e si indigna. A cominciare dal quotidiano francese “Libèration”, che il 2 maggio scorso ha pubblicato una inchiesta dalla quale si evince che persino l’Unesco è stata messa davanti al fatto compiuto dal governo greco. Ne è nata una piccata quanto verbosa risposta da parte del ministro della cultura greca, Lina Mendoni. La questione è stata poi rilanciata dal quotidiano britannico “The Guardian”, che parla di “Greci oltraggiati dalla cementificazione di un sito antico”.

La verità è che in una nazione adusa agli abusi edilizi e alla cementificazione selvaggia, dove gli archeologi sono fautori di estreme operazioni di anastilosi, ossia di ricostruzione degli antichi edifici, dove antico e moderno lottano tra loro e il primo inevitabilmente soccombe (come nel caso del nuovo museo dell’Acropoli) la cementificazione dei percorsi dell’Acropoli non è che un ulteriore tassello che ha proprio quella funzione istintivamente ricordata dal Korres: cancellare ogni immagine romantica. Cancellare la dimensione spirituale, eroica, dell’Acropoli e della storia ellenica. Aveva ragione Maurras: “L’effetto della mutilazione del Partenone ne avrebbe messo a nudo la forza. Ciò che ci smascherano queste rovine, è una energia eroica, dalla quale si è di volta in volta esaltati e vinti”.

Trasformare le rovine di un glorioso passato in un luna park archeologico, dove la comodità del turista e l’efficienza dei lavori sono superiori alla salvaguardia dello spirito che ancora aleggia in quei luoghi. Questo lo scopo iconoclasta della colata di cemento armato sull’Acropoli. Poco importa se Serse e i suoi Persiani, che nel 480 e nel 479 a.C. devastarono la sacra rocca di Atena, sarebbero oggi orgogliosi delle moderne passerelle realizzate dalle autorità greche.

Serse I, soprannominato Serse Il Grande, è stato re di Persia e di Egitto dal 485 al 465 a.C.

L’Atene vittoriosa di Temistocle decise di non ricostruire subito l’Acropoli distrutta, a perenne testimonianza della barbarie. Oggi, come allora, il cemento dell’Acropoli testimonia la barbarie dei tempi moderni. E per parafrasare Eschilo nei Persiani: “Orsù dunque figli degli Elleni… andiamo cimento!”.