Le nuove sfide della diplomazia internazionale dopo un quindicennio di crisi

di Beatrice Nicolini

La politica americana intesa come “la politica del mondo”, descritta da Alan K. Henrikson nel 2005, non rappresenta più l’unico esempio di contrazione democratica, a causa dei nuovi modelli nelle relazioni sociali, che ora si muovono a differenti velocità, e dei nuovi attori – statuali e non – che dalla crisi del 2008 spingono la diplomazia internazionale fuori delle categorie tradizionali e dalle proprie passate interdipendenze.

Dal 2005, quando Alan K. Henrikson, in The Future of Diplomacy? Five Projective Visions, (scaricabile gratuitamente all’indirizzo https://www.clingendael.org/publication/future-diplomacy-five-projective-visions), disegnava i possibili scenari della diplomazia internazionale, molte cose sono cambiate. Molto profonde sono state le tragedie – e le sfide per la diplomazia – internazionali in questi 15 anni durante i quali il mondo ha vissuto eventi drammatici: dalla crisi economica del 2008 all’attuale crisi del Covid-19. Inoltre, la diffusione del terrorismo internazionale e le violenze perpetrate contro le minoranze costituiscono elementi di profonda sofferenza tanto da definire il mondo – in questo caso l’Autore si riferisce soprattutto all’America – ancora “diviso in caste”, come viene oggi ben descritto nel potente articolo sul New York Times dal Premio Pulitzer Isabel Wilkerson.

Isabel Wilkerson, giornalista americana vincitrice, nel 1994, del Premio Pulitzer per le sue ricerche sull’immigrazione.

A ciò si aggiunge un tema incredibilmente ancora poco affrontato e di certo scarsamente trattato dalla diplomazia internazionale che è il seguente: è in corso una guerra globale dichiarata contro le donne in tutto il mondo. Mai come in questi anni – e in questi giorni – gli abissi di iniquità, discriminazione, marginalizzazione, violenza, sofferenza e dolore sono peggiorati in ogni parte del mondo per tutte le donne, nessuna esclusa. Si pensi alle 11 donne uccise durante la quarantena in Italia da febbraio-marzo a maggio 2020 per il semplice motivo che erano costrette in casa, o alla scandalosa esclusione dalla Task Force ministeriale italiana di esperte. Eppure le donne svolgono ruoli fondamentali e imprescindibili in ogni realtà economica e sociale. Si tratta, appunto, di una sfida globale, dove la diplomazia internazionale potrebbe rivestire nuova importanza. Di certo i pericoli sono molti e molto presenti.

Riflettendo un momento su questa affermazione, siamo sicuri che dal 2005 questi scenari si siano realmente modificati? A questo riguardo Henrikson descrisse il diciannovesimo secolo come più importante, e molto più pacifico, del ventesimo secolo. Henrikson sostenne che gli spazi di percezione furono influenzati sul piano logico e psicologico da una serie di movimenti dal centro alla periferia; ne conseguì che numerose scelte geopolitiche e molti isolamenti politici furono spesso motivati dalle tempistiche comunicative molto rallentate come ad esempio l’espansione coloniale e gli imperialismi. Sui mari l’egemonia basata sulla teoria dei due poteri (two powers standard theory), per cui la marina Britannica dovesse essere uguale al totale delle seconde e delle terze marine mondiali, si suppone fosse oscurata dal libero commercio marittimo; nuovi accordi commerciali svilupparono alleanze economiche tra neo stati come gli Stati Uniti d’America. Sulla terra invece il ruolo della diplomazia internazionale come espressione dell’ordine di Westfalia (1648) è stato ridiscusso entro nuove realtà prive di confini e globali ma non – non ancora – globalizzate. Tali realtà si scontrarono con la crisi del 2008 che condusse le democrazie a recessione e contrazione, forti arretramenti culturali, fenomeni di migrazioni di massa, terrorismi acefali e violenti oltre ogni limite. Recentemente (2020), la crisi pandemica sta mettendo a dura prova le diplomazie internazionali sui temi della salute e economici. Ma la triste verità è che il Covid-19 non ha fermato, e nemmeno rallentato, i conflitti internazionali. La necessità di includere nuovi attori non statuali come le minoranze, come accennato prima le donne, i diritti delle comunità più fragili, le ONG, i gruppi religiosi privi di confini politico-istituzionali sono priorità che devono venir incluse nelle principali agende diplomatiche dei processi di mediazione per la pace.

Alan K. Henrikson, fondatore e direttore del Centro per gli Studi Diplomatici alla Tufts University (USA).

Le fratture centro-periferia ben descritte da Henrikson condussero a isolazionismi e nazionalismi non solo negli Stati Uniti ma anche entro un’Unione Europea economicamente e politicamente sempre più frammentata. L’esempio recente della Brexit costituisce una regressione ad alcuni temi della diplomazia internazionale tipici del diciannovesimo secolo. A questo riguardo potrebbero venir identificate due aree dove la diplomazia si è modificata come risultato della presenza di nuovi modelli sociali: le relazioni tra rappresentanza e governance; il carattere territoriale e non-territoriale delle relazioni tra attori diplomatici e attori che agiscono per conto di coloro che rivendicano l’autorità (si veda cosa scrisse a tale riguardo O. Sending, V. Pouliot e I. Neumann in The future of diplomacy: changing practices, evolving relationships, “International Journal”, 3, 2011, pp. 527-542). Nella prima area i movimenti migratori, soprattutto dall’Africa, hanno ampliato le iniquità create dalle nuove forme di sfruttamento del lavoro (human trafficking) attraverso le catene intermedie. Le recenti restrizioni delle libertà individuali causate dal contagio del Covid-19 hanno limitato ulteriormente gli spazi di dissenso in numerose regioni asiatiche e nella “Mena Region” (Medio Oriente e Nord Africa) dove la corruzione, la riduzione, quando non l’azzeramento, delle rimesse economiche da Europa e America, le rivolte popolari, il crollo verticale del prezzo del petrolio, hanno seriamente minacciato le relazioni di potere tradizionali basate su rapporti patro-clientelari. Quest’ultime furono le architetture sulle quali si basò la diplomazia internazionale durante il diciannovesimo secolo e la loro veloce erosione è destinata ad accrescere la vulnerabilità degli stati e obbliga a numerose revisioni di molti progetti e visioni. Nella seconda area le democrazie più fragili come quelle dell’Est Europa e delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale sono scivolate in populismi e in proteste di massa. Qui il tratto comune con l’analisi di Henrikson risiede probabilmente nel continuo cambiamento dei modelli sociali oltre, e nonostante, gli stati.

I modelli futuristici della diplomazia internazionale sono stati fortemente messi alla prova dal 2005 a oggi. La diplomazia si pensava fosse una relazione tra stati che dovessero possedere personale diplomatico in grado di adattarsi ai nuovi corsi storici, sensibile alle nuove tecniche di marketing, in grado di sviluppare un bilateral thinking ispirato dal modello europeo, consapevole delle priorità (come ad esempio HIV/AIDS), e capace di affrontare diplomaticamente emergenze tematiche (come ad esempio siccità nel Sahel o la pandemia della Sars in Cina).

L’epidemia di SARS, causata dal coronavirus SARS-CoV, è iniziata nel novembre del 2002 in Cina e si è successivamente diffusa in 26 nazioni.

La creazione e la diffusione della paura, del pericolo, dell’incertezza, del panico, l’inadeguatezza delle reazioni da parte degli stati e le fragilità dei controlli politici ai confini hanno aperto spazi alle iniquità economiche, alle contrazioni democratiche, ai conflitti internazionali e al terrorismo. La politica americana intesa come “la politica del mondo” (American politics as world politics) descritta da Henrikson nel 2005 non sembra più rappresentare l’unico esempio a causa dei nuovi modelli nelle relazioni sociali che ora si muovono a differenti velocità. Nuovi attori – sia attori statuali come la Cina, l’India e le economie emergenti del Sud-est asiatico, sia attori non statuali come le organizzazioni internazionali e i grandi agglomerati urbani (large cities diplomacy) – hanno spinto la diplomazia internazionale fuori delle categorie tradizionali e dalle proprie passate interdipendenze. L’Europa non rappresenta oggi l’equilibrio di poteri descritto da Henrikson.

A questo riguardo, il caso della Brexit ha contribuito a far emergere temi come la mancanza di consenso dovuta sia a crisi di identità politiche sia a crisi elettorali entro l’Unione Europea.

Con la Brexit, l’1 febbraio 2020, si è posto fine all’adesione del Regno Unito all’Unione europea.

Le conseguenze sono ormai oltre il tanto celebrato bilateralismo. Inoltre, dal 2005, la guerra contro il terrorismo globale non ha prodotto i risultati attesi perché probabilmente, tra le molte motivazioni, fu descritta come guerra, spesso riproducendo modelli obsoleti in realtà in continua modificazione soprattutto nella regione “Mena” e in numerosi paesi a maggioranza islamica spesso mal interpretati come un’unica realtà monolitica. Le sfide per la diplomazia internazionale oggi potrebbero tentare di comprendere le numerose differenti velocità nelle relazioni internazionali e le principali dinamiche all’interno dei nuovi sistemi insieme con le loro instabilità e le loro forze.