Ma senza la Superlega, il mondo del pallone ha risolto i suoi problemi?

di Giulio Sessa

Tra i politici europei che lamentano la perdita della dimensione popolare del calcio, quanti dovrebbero riconoscere che le tasse pagate dalle squadre di calcio in molti paesi danno una enorme boccata d’ossigeno alle casse degli Stati? Mentre tutti gli attori del calcio dovrebbero interrogarsi sulla sostenibilità del sistema nel lungo periodo.

Nel volgere di 48 ore, abbiamo avuto modo di assistere alla nascita e al naufragio del progetto della Superlega nel calcio europeo.

Ai dodici club fondatori (6 inglesi, tre italiani e tre spagnoli), se ne sarebbero dovuti aggiungere altri tre: le quindici squadre avrebbero partecipato ogni anno, di diritto, alla competizione, insieme ad altre cinque compagini che si sarebbero qualificate in base ai risultati ottenuti nei campionati nazionali, secondo criteri da chiarire, il tutto condito con ingenti finanziamenti della banca JP Morgan.

C’è stata una levata di scudi quasi generale da parte dell’opinione pubblica, delle principali istituzioni calcistiche, delle altre squadre, dei tifosi, della politica, generata in molti casi dalla considerazione che questa competizione avrebbe snaturato il calcio: però, siamo sicuri che le contestazioni formulate nei confronti della nuova manifestazione siano del tutto fondate e sincere? Siamo certi che gli spunti di riflessione non debbano essere altri, di cui invece si è parlato poco?

La UEFA (Unione delle Federazioni calcistiche europee) ha minacciato di escludere le squadre partecipanti alla nuova competizione dai rispettivi campionati nazionali ed i giocatori appartenenti a queste squadre dalle competizioni per nazioni da essa organizzati (sotto l’egida della UEFA, si svolge il Campionato Europeo per squadre nazionali ogni quattro anni); anche la FIFA, la Federazione Internazionale, che sovrintende le competizioni intercontinentali, si è pronunciata contro; UEFA e FIFA, però, dovrebbero interrogarsi sui motivi che hanno spinto le dodici squadre a pensare alla secessione; le Federazioni si trovano a ricavare grossi introiti dalle manifestazioni che organizzano, senza essere gravate da rischi d’impresa paragonabili a quelli che gravano in capo ai di club.

I presidenti di altri club esclusi dalla Superlega hanno parlato di tradimento, di sbilanciamento economico e di perdita di interesse dei campionati nazionali: le proprietà di molte di queste squadre in realtà sono in mano a uomini ricchissimi (si pensi al Paris Saint Germain); alcune squadre, che sono ritenute “piccole”, hanno alle spalle fondi di investimento o imprenditori molto solidi economicamente; altre si reggono in piedi vendendo i giocatori più forti alle squadre di maggior fama, spesso a prezzi fuori mercato. Sono dunque questi i club paladini della purezza del calcio, rispetto ai dodici, spregevoli ribelli?

Anche molti tifosi si sono sentiti traditi: ma, tra i tanti moralisti, innamoratissimi delle loro squadre minacciate dal prevalere del vil denaro, invece quanti ce ne sono che le danneggiano, ad esempio comprando prodotti di merchandising non originali, o ricorrendo ad espedienti e sotterfugi pur di seguire le partite in video? Quanti di loro si sono infiltrati in tifoserie organizzate per ricattare le società, ottenere favori, sfruttarle indirettamente per gestire affari talvolta oltre i confini del lecito? Quanti gongolerebbero se la loro piccola squadra venisse acquistata dall’emiro di turno per diventare una grande potenza calcistica? Sarebbero ancora così indignati?

Tra i politici europei che lamentano la perdita della dimensione popolare del calcio, quanti dovrebbero riconoscere che le tasse pagate dalle squadre di calcio in molti paesi danno una enorme boccata d’ossigeno alle casse degli Stati?

Si vuole ignorare che competizioni simili alla Superlega sono sorte, in maniera analoga, in altri sport (si pensi all’Eurolega di pallacanestro, nata anch’essa come una manifestazione “eretica” e diventata la competizione di basket europeo più spettacolare e seguita)?

È con la Superlega di calcio che alcune squadre sarebbero state quotate in borsa, oppure si vuol far finta che non si tratti di realtà già esistenti, al di là della presenza o meno di questa competizione, e che la dimensione del calcio valica l’aspetto sportivo e interessa quello finanziario?

Tutti gli attori del calcio dovrebbero invece interrogarsi sulla sostenibilità del sistema nel lungo periodo: il Covid ha contribuito ad aumentare l’indebitamento (a causa della mancanza degli introiti incamerati con la presenza degli spettatori nello stadio) di squadre con bilanci già precari per colpa di gestioni allegre e spese folli, di commissioni spropositate pagate a procuratori di calciatori e intermediari, di contratti lunghi ed onerosi (da continuare ad onorare anche nel caso di mancato utilizzo della risorsa stipendiata: si pensi agli allenatori esonerati, pagati senza lavorare). L’UEFA ha proposto negli ultimi anni un sistema di “fair play finanziario”, con controlli che avrebbero dovuto moderare questi fenomeni, ma che in realtà sono stati aggirati o hanno dato luogo a sanzioni annunciate e successivamente ritrattate in maniera discutibile. Inoltre, le squadre meno potenti economicamente dovrebbero rendersi conto che un crollo dei club più ricchi potrebbe provocare un effetto domino, con conseguenze negative per tutti.

Si tratta di problemi già da tempo presenti, non provocati dalla Superlega. I dirigenti delle squadre che intendevano fondarla, però, hanno commesso alcuni errori madornali, che evidenziano approssimazione gestionale: quasi tutte si sono tirate fuori dall’accordo alle prime avvisaglie negative, dando l’impressione di voler mantenere il piede in due staffe; si sono mosse col favore delle tenebre senza curare la comunicazione, per cui la poca chiarezza della formula ha fatto pensare che la competizione fosse chiusa e non desse molti spazi per accedere in base al merito sportivo; hanno giustamente rivendicato l’aspetto del peso della tradizione delle loro squadre nel calcio, contraddicendosi nel momento in cui lo hanno ignorato per altre compagini, perché non si è sentito parlare di team che, pur costretti ad adottare un modello di gestione per il quale ogni  anno devono rinascere come l’araba fenice, dopo aver venduto i loro giocatori, riescono comunque a riemergere, periodicamente, ai massimi livelli del calcio continentale (si pensi ad esempio all’Ajax, che ha fatto la storia del calcio europeo e mondiale, e la storia nello sport non può essere ignorata).

Al di là di quanto esposto, il fatto che per qualche giorno i problemi legati al coronavirus siano quasi passati in subordine, rispetto alla questione della Superlega del calcio, deve far riflettere sull’enorme interesse che suscita questo sport che, in maniera quasi magica, riesce a rivitalizzare le connessioni del “Noi” popolare, sfilacciate in tempi di distanziamento e di coprifuoco; inoltre, ha provocato un fremito di  discussioni che ha percorso il continente, riuscendo a dare l’idea di un “Noi” europeo, che scaturisce dalla comune passione per il pallone, più spontaneo e autentico di quello che tante strutture politiche ed economiche sovranazionali vorrebbero imporre.