Maradona e quel “Noi” sportivo che va oltre il tifo

di Giulio Sessa

Colpisce il valore aggregante del grande campione argentino per alcune comunità; nel seguire le sue gesta sul campo, si sono innegabilmente costituiti tanti “Noi” trasversali, che durano a distanza di decenni…

Quando si pensa ad alcuni personaggi, ci si rende conto che ci sono alcuni elementi che portano a concludere che il loro nome è entrato nella leggenda, non solo dello sport: Diego Armando Maradona è uno di loro.

È difficile trovare una persona, di qualsiasi generazione e in qualsiasi parte del mondo, che non conosca il suo nome, e già questo testimonia l’assurgere di questo uomo a icona.

Un altro elemento che fa propendere per questa tesi è il valore aggregante che egli ha avuto per alcune comunità; nel seguire le sue gesta sul campo, si sono innegabilmente costituiti tanti “Noi” trasversali, che durano a distanza di decenni, e in lui trovano coesione e identificazione: ne sono esempio i tre giorni di lutto nazionale in Argentina e le immagini di cordoglio viste a Napoli, al pari della constatazione che tanti bambini (soprattutto campani, ma non solo), nati nei periodi più fulgidi della sua carriera, siano stati chiamati Diego: come se Maradona fosse un parente, un amico di cui tramandare il nome, del quale far sopravvivere il ricordo al trascorrere del tempo.

La famosa punizione di Maradona in Napoli-Juventus (3 novembre 1985)

Poi, ci sono le immagini che ritornano alla mente senza sforzo alcuno, impresse in modo indelebile in chi le ha vissute, anche da avversario sportivo o da tifoso di altre squadre di club o nazionali (e anche questo potere evocativo è proprio dei miti):

  • 3 novembre 1985: Napoli – Juventus 1-0: la palla calciata su una punizione a due in area, con un muro di avversari in barriera e senza che si scorgano spiragli per far gol, sembra diventare una mela avvelenata che supera il portiere avversario Tacconi e lo risucchia verso la porta;
  • 22 giugno 1986: Argentina – Inghilterra 2-1, quarti di finale della Coppa del Mondo, non una partita qualsiasi (considerando anche le tensioni politiche tra le due nazioni dovute alla guerra delle isole Falkland di pochi anni prima): il primo gol, realizzato con la mano (la “mano de Dios”) anticipando l’uscita del portiere Shilton, pare impossibile se rapportato all’epoca odierna, in cui gli arbitri, con il supporto della tecnologia, vivisezionano ogni fotogramma per smascherare qualsiasi irregolarità (che ci riescano è da vedere, ma questo è un altro discorso);
  • stessa partita (e anche questo sembra incredibile): Maradona prende palla nella sua metà campo e, con sembianze al contempo di ballerino e di folletto, salta gli avversari in serie, in una miscela irresistibile di grazia, agilità, potenza e rapidità, come se fosse in un videogioco; nella telecronaca Rai, Giorgio Martino parla di “uno splendido gol che vale per questo e quello di prima” (quello di prima è il gol di mano); con un sondaggio sul sito Internet della FIFA (la Federazione internazionale del calcio), svolto durante la Coppa del Mondo del 2002, la rete verrà votata come il gol del secolo;
  • 08 luglio 1990: finale della Coppa del Mondo a Roma tra Argentina e Germania (0-1):  l’inno nazionale argentino viene coperto dai beceri fischi dei tifosi, ancora scottati dall’eliminazione patita dall’Italia, nel mondiale di casa, proprio pochi giorni prima, ad opera dell’Argentina; lo stupore e, subito dopo, la stizza che il fuoriclasse argentino prova nel sentire quei fischi lo inducono a lasciarsi sfuggire un insulto che traspare inequivocabilmente dal suo labiale e passerà anch’esso agli annali; Maradona in quel momento non sembra un giocatore, ma un guerriero ferito e pronto a reagire; la sua maglia da calciatore e la sua fascia di capitano diventano un’alta uniforme che, nella rabbia del momento, egli indossa con ancora più orgoglio ed amore.
Il piede e la mano “de Dios”, trent’anni fa…

Da ragazzino tifoso di un’altra squadra e di un’altra fantastica Nazionale, l’ho sempre considerato un avversario, forse il più antipatico (perché il più forte); in quel momento, però, provando smarrimento e forse, diciamola tutta, vergogna per quei fischi, ho avvertito per lui grande rispetto e, se fossi stato in campo, gli avrei chiesto scusa a testa bassa.

I più grandi infrangono anche i confini del tifo calcistico.