Noi spagnoli, Noialtri catalani e la lezione di Ortega y Gasset

di Giovanna Lenti

Il caso della Catalogna, temporaneamente spodestato dall’agenda politica con l’arrivo della pandemia, pone i cittadini spagnoli di fronte ad un dissidio di ordine politico-partitico, patriottico ed etnico-antropologico, per comprendere il quale torna utile la lettura di Ortega y Gasset.

Il caso Catalogna, con la sua indipendenza agognata, rivendicata, ostentata e pretesa è stato il protagonista assoluto della politica spagnola ed europea negli ultimi anni. Immettendosi nei discorsi politici, di ogni dove, ha riproposto platealmente il tema, in verità mai realmente sopito, dell’identificazione nazionale e del separatismo. Monopolizzando, di fatto, il discorso pubblico, il caso Catalogna ha focalizzato l’attenzione sul riconoscimento delle autonomie e sull’esigenza del dialogo tra le parti: il governo spagnolo, da una parte, e la stessa regione autonoma catalana, dall’altra.

Ad ottobre del 2017 è stata proclamata la repubblica catalana lasciando però sospesa l’attuazione politico-giuridica dell’indipendenza stessa.  In maniera del tutto imprevista, è arrivato il virus Covid-19 che ha spodestato dall’agenda politica il caso Catalogna e ha messo in subordine il governo parlamentare catalano di fronte alla gestione dello stato di allarme dichiarato a causa proprio del diffondersi dell’epidemia. L’intera agenda politica del governo spagnolo è cambiata. Lo stato di emergenza ha portato a un accentramento dei poteri in materia sanitaria e di ordine pubblico tale per cui è davvero curioso capire quanto sarà aumentato o diminuito il sentimento indipendentista ora che non si auto-alimenta con le notizie di cronaca.

Una delle manifestazioni a favore dell’indipendenza della Catalogna

Approfittiamo dell’apparente pausa del dibattito sul tema dell’indipendentismo per esaminare alcuni aspetti inerenti l’identificazione del popolo catalano. Quello catalano è già di per sé un popolo politicamente costituito che non nasconde una lingua dichiarata e riconosciuta come ufficiale, che ha un proprio governo, la Generalitat de Catalunya e un corpo di polizia autonomo, i Mossos de Escuadra. Il Noi è già un dato di fatto per i catalani. È un Noi che ha superato guerre di successioni, invasioni e assoggettamenti vari, e ha partecipato all’unione di due regni distinti con unico sovrano: Castiglia e Aragona con i re cattolici.

È importante chiarire che la Catalogna faceva un tempo parte del regno di Aragona, e non era regno indipendente. La generazione che è nata dagli spagnoli e percepisce se stessa come altra si rifugia in un sentimento di appartenenza ad un vecchio Noi. Occorre chiedersi quindi a cosa è leale il catalano: al suo passato identitario, a una memoria collettiva o a una nuova identificazione? A quale Noi egli appartiene?

Il Palazzo del Governo della Catalogna a Barcellona

Per capire da cosa la Catalogna intende separarsi e differenziarsi torna utile la lettura di Ortega y Gasset, che nella raccolta España invertebrada ricorda la costituzione, qui intesa come formazione, della Spagna. La Spagna è stata una idea, spiega Ortega, l’idea di popolo, il Noi spagnolo, una immagine che si è avvertita come necessaria e superiore ad un Altri più ristretto e limitato, frammentato e politicamente poco influente. L’analisi di Ortega inizia con la celebre frase che Theodor Mommsen riservò all’origine di Roma: “La historia de toda nación, y sobre todo de la nación Latina, es un vasto sistema de incorporación”.

Ortega y Gasset (1883-1955), filosofo e saggista spagnolo

Si precisa subito che il termine incorporazione non è dilatazione o mero ampliamento numerico e quantitativo, ma è coincidenza di volontà e interessi comuni in una entità unitaria. Esso ammette anche qualcosa di più della semplice volontà unitaria, ammette che la Spagna fu un’idea di Castiglia e che l’unità spagnola fu un’unione di due grandi politiche internazionali: una che si esercitava sull’Africa e sulle rotte atlantiche, quella di Castiglia, e l’altra sul Mediterraneo, quella di Aragona. La storia esigeva una unione, un corpo collettivo a base unitaria che permettesse la costituzione e la struttura di un Noi. Poi è venuto il resto, a partire dalla testimonianza spaziale e temporale di questo Noi e, naturalmente, dalla generazione cresciuta e socialmente sviluppatasi come spagnola.

Come può nascere quindi un sentimento di separatismo rispetto a una realtà che non corrisponde più alla percezione che abbiamo di noi stessi come suoi componenti? In quale momento viene meno il sentimento di lealtà a ciò che effettivamente si è?

Abbiamo presentato la Spagna come costituita attraverso incorporazioni per aggregazioni spontanee, grazie a un programma politico valido per ogni regione ad essa appartenente. Appare dunque logico presumere che il legame si spezza nella misura in cui il programma politico disattende le aspettative. Nel momento in cui viene meno la lealtà al centro, quasi automaticamente si rianimano le antiche, mai sepolte lealtà. Quando la periferia non si sente più rappresentata dal centro, riemerge ciò che, presumibilmente, esisteva prima del confluire nel progetto unitario. Possiamo quindi dedurre che la nazione sia un vero e proprio patto, in quanto proprio di accordo si tratta, e non di invasione subita. Venendo meno le condizioni che l’hanno suggellato questo patto può evidentemente rescindersi.

Bandiera della Spagna

Ma le generazioni nate nel patto, dopo il patto, a cosa appartengono e a cosa devono la loro lealtà? Questo è il problema che affligge persino le famiglie catalane, nelle quali è in atto uno scontro generazionale di matrice storica: nonni per l’indipendenza, padri spagnoli e figli ribelli, appartenenti alla generazione dell’individualismo sociale, per i quali esiste solo il loro particolarismo e la loro esigenza. Ed è proprio l’individualismo che Ortega indica come responsabile della disintegrazione. L’individualismo crede che intellettualmente gli altri non esistano, che le necessità personali siano giuste e meritevoli. Inoltre, l’individualismo del particolarismo annulla il diritto di esistenza di tutti gli altri particolarismi. Gli interessi di una parte vengono a coincidere con gli interessi legittimi di ciascun’altra parte e intesi ora come necessari, per cui credere nell’idea unitaria corrisponde a credere nell’idea univoca a detrimento delle singole parti. Da qui si sviluppa il separatismo.

Ortega concepisce il separatismo come l’azione del tagliare con un coltello una massa omogenea e separarne una o più parti, staccandole dal loro tutto. La “parte” staccata non condivide più con le altre e si isola. Quando questo accade, ad isolarsi è quasi sempre il potere centrale: la Castiglia ha fatto la Spagna, la Castiglia la distrugge. Il programma della Spagna si è identificato con una parte a danno di tutte le altre. Il potere centrale si isola perché diventa unico: non più il garante e il rappresentante delle molteplicità, ma la parte che assorbe in se stessa la politica unitaria, creando spaccature, tagliando parti. Gli Altri particolarismi si riconosco sempre di più come tali.

Ma chi sono questi Altri in un tutto nazionale così formato? Sono i piccoli mondi, i piccoli universi dei settori che rappresentano complessivamente la società, smettono di essere se stessi e diventano qualcosa per la nazione. Ortega li elenca: il mondo militare, politico, industriale, scientifico, operaio, in definitiva tutto ciò che è gruppo sociale, classe sociale, settore sociale. Quando un gruppo etnico è identificato in ciascuno di questi mondi con le stesse esigenze, l’etnia può passare da Altri sparsi e vari ad un Noi più concreto. Non necessariamente deve condividere tutto, basta che le classi tra di loro empatizino. Altrimenti è lotta di classi, non indipendenza. Si tratta di un utile metro di giudizio per valutare se siamo di fronte ad un opportunismo politico di classi sociali o ad etnie discriminate.