Non c’è politica senza un “noi”, non c’è democrazia senza dialogo. Parola di “liberal” americano

di Carlo Marsonet

In “L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica” (Marsilio, 2018), Mark Lilla, della Columbia University, non concede sconti alla sua parte politica e ammette di sentirsi egli stesso un caso tipico di «liberal americano frustrato».

«Black Lives Matter è un caso da manuale su come non costruire la solidarietà. […] Appena presenti un problema esclusivamente in termini di identità inviti il tuo avversario a fare lo stesso. Chi usa la carta della razza deve essere pronto a essere battuto da una carta più alta». A scriverlo è Mark Lilla, docente di storia presso la Columbia University, il quale, come ammette egli stesso, è un caso tipico di «liberal americano frustrato».

Il Professor Mark Lilla, della Columbia University

In L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica (Marsilio, 2018, in inglese The Once and Future Liberal. After Identity Politics) Lilla non concede sconti alla sua parte politica. Infatti, quello che primariamente rimprovera ai liberal americani è di aver perso il vero interesse per il futuro, il senso di un “noi” che tutti i cittadini di un paese condividono e a cui, in qualche modo, devono essere educati. La politica è, in sostanza, costruzione di una collettività. Perciò, quello che rimprovera massimamente alla sinistra americana (ed europea) è di essersi distaccata, e non poco, dalle persone comuni, da quegli individui che, accomunati da una medesima cittadinanza e da un destino, sono ormai incapaci di concepirsi parte di qualcosa di più grande. E larghi strati della stessa cittadinanza, al contrario, vengono ormai ostracizzati sulla base di pretese moralistiche e manichee.

Manca una visione, latita il desiderio e la volontà di costruire un immaginario condiviso che vada al di là dei facinorosi e sterili gruppi identitari che compongono ormai la politica (soprattutto) di sinistra: anziché puntare sui tratti comuni, gli interessi condivisi e un senso che unisce, la sinistra ha sposato la retorica “pseudopolitica” della differenza, incattivendo il terreno dello scontro politico.

La breve ricognizione storico-teorica effettuata da Lilla parte dalla considerazione che, durante il XX secolo, la politica americana ha visto, per semplificare, due grandi modelli di cultura politica: da un lato, quello impersonificato da F.D Roosevelt fino agli anni Settanta, dall’altro il modello introdotto da R. Reagan che si sta consumando, a detta dell’Autore, (solo) ora a causa di «un populista scriteriato e senza principi». Il primo è basato sulla solidarietà, senso della collettività e del dovere, ma anche dell’opportunità: esso rappresenta il modello politico per Lilla. Il secondo, al contrario, è l’emblema dell’antipolitica, incardinata sul culto del privato e di un individualismo radicale che, scrive, è la base stessa dell’odierna politica dell’identità.

Come detto, l’Autore non nasconde la sua preferenza. Tuttavia, riconosce a Reagan di aver saputo incontrare ciò che dal basso veniva richiesto, di non essersi opposto alla realtà: «il reaganismo è durato a lungo perché non ha dichiarato guerra al modo in cui la maggior parte degli americani viveva e pensava, ma vi si è adeguato perfettamente». Ma la volubilità in politica, è cosa nota, si fa presto sentire. Nondimeno, i liberal, afferma Lilla, non hanno colto l’occasione, giacché, invece di costruire una visione «ingegnosa e piena di speranza […] si sono perduti nella selva oscura della politica identitaria». Anziché ascoltare le voci della gente comune, delle classi operaie americane, degli umili di una volta, si potrebbe dire, «hanno addestrato gli studenti a essere speleologi delle proprie identità personali e li hanno resi indifferenti al mondo al di fuori della loro testa». Il punto cruciale, secondo Lilla, il quale riecheggia e non poco alcuni lavori di Christopher Lasch, sta proprio qui. Il mondo della cultura, della “New Class”, si è completamente distaccato dal mondo reale e dalle comunità vere. L’università, in particolar modo, è diventata un luogo a se stante, i cui studenti, scrive l’Autore, sono ormai «isolati socialmente e geograficamente dal resto del paese».

In questa situazione, è chiaro, la “New Left” degli anni Cinquanta e Sessanta ha più di qualche responsabilità. Se essa ha avuto il merito, nota Lilla, di aver contribuito alla svolta progressista in alcuni ambiti e reso più tollerante la società, non può essere omesso che ciò ha originato ciò di cui si diceva prima: da una visione politica imperniata su un “noi” ampio accomunato dalla cittadinanza e di un senso del destino, si è passati a una “pseudopolitica” incardinata su tanti “io” accomunati solo dall’appartenenza a piccoli gruppi minoritari (inclusivi all’interno, estremamente esclusivi rispetto all’esterno): dall’identificazione ci si è spostati all’autoidentificazione assoluta, giungendo a forme di dogmatismo non indifferenti.

Infatti, e questo è un punto nodale, questa svolta egoriferita ha comportato la costruzione di veri e propri “muri” eretti all’interno della società. Invocando apertura, tolleranza, pluralismo, il risultato complessivo è stata esattamente la sua antitesi: chiusura, intolleranza, monismo ideologico e valoriale basato sull’appartenenza e l’identità. In tal modo, lo spazio per il dialogo, che contraddistingue un po’ il metro (anche se non è il solo) di una democrazia sana, è scomparso.

I liberal, secondo Lilla, devono imboccare un’altra strada, se vogliono capire la società e tornare protagonisti sulla scena politica: non solo lasciando da parte la politica movimentista e le proteste (a favore di una politica più “tradizionale”), ma prima di tutto ritornando davvero democratici e dialoganti. Infatti, essi devono accettare che la società è composta di gruppi diversi, con idee differenti. Pertanto, i valori morali non possono essere imposti, magari con la forza e cancellando il passato. Serve ricostituire un “noi” non monolitico ed esclusivo, ma certo non basato su tante “particelle elementari” che di tanto in tanto si uniscono solo a fini utilitaristici. E ciò non può che partire basilarmente dall’educazione, con le università che devono riscoprire davvero il valore della pluralità delle idee e non arroccarsi separandosi completamente dal paese reale: «la cosa migliore che si può sperare è che i cittadini democratici si formino attraverso un’educazione ai principi dell’autogoverno».

Christopher Lasch (1932-1994), storico e sociologo statunitense

«Il paradosso del liberalismo identitario è che atrofizza la capacità di pensare e agire in modo da ottenere i risultati che dice di voler raggiungere», scrive Lilla. Come notò giustamente Christopher Lasch in un bel passo de La rivolta delle élite, «la discussione è rischiosa e imprevedibile, e quindi sommamente educativa. […]. Se insistiamo sul fatto che la discussione è l’essenza dell’educazione, finiremo col difendere la democrazia non perché è la più efficiente tra le forme di governo, ma perché è la più educativa, quella che più allarga il raggio del dibattito, costringendo così tutti i cittadini ad articolare le loro vedute, a metterle a rischio, a coltivare le virtù dell’eloquenza, della chiarezza del pensiero e dell’espressione del sano giudizio».