Oikos, la nuova casa del pensiero che occorre come l’aria

di Francesco De Palo

Una “casa” del pensiero che provi a bypassare il medioevo culturale, politico, sociale in cui l’Italia si trova è un’esigenza resasi impellente per via di una tendenza negativa che da circa due decenni ha interessato il nostro paese, molto dedito alla contrapposizione ideologica e comunicativa più che al costrutto e alla fase concettuale.

Una casa del pensiero, per provare a bypassare il medioevo culturale, politico, sociale in cui l’Italia si trova (più colposamente, che dolosamente). Questo il primo pensiero che mi sovviene pensando a Oikos – Centro Studi.

Un’esigenza che si è resa impellente, non solo per la contingenza di oggi, ma per via di una tendenza che da circa due decenni ha interessato il nostro paese, molto dedito alla contrapposizione ideologica, comunicativa e da barricata più che al costrutto e alla fase concettuale. I risultati sono di tutta evidenza, con un tessuto sociale in modalità destruens, ben prima dell’emergenza pandemica; con uno strato lavorativo sempre più schiacciato tra l’incudine del bisogno e il martello dell’offerta; con una classe dirigente curva sui propri limiti e scarsamente formata; con un canale di interconnessione tra imprese e Stato che è diventato murato non solo per via della burocrazia pachidermica, ma per l’incapacità di riformarsi; con un corto circuito spesso anche comunicativo, che impedisce analisi lucide e quindi approcci calmierati alle problematiche; con una considerazione della cultura e dell’istruzione che suscita orrore.

Sovente si è portati a osservare che la crisi sistemica di questo primo ventennio del secolo sia globale e non localistica, considerati i venti di protesta che periodicamente spirano sugli Usa (dove la contrapposizione ha raggiunto picchi inquietanti), sulla Francia (dove le mosse dei gilet gialli stanno indebolendo il partito di Macron), sul quadrante asiatico (dove la libertà di Honk Kong è messa a repentaglio) e sul Medio Oriente dove le conseguenze dei conflitti, non solo militari ma anche per la supremazia commerciale, portano in grembo ulteriori discrepanze.

Ciò non deve però rappresentare un deterrente per una comunità che per troppi lustri è scivolata verso il progresso tecnologico e industriale con passo sfocato: e oggi ha dinanzi a sé il conto. Ma deve essere assunto come una spinta trasformatrice tarando diversamente il proprio perimetro.

Il Mediterraneo, prima che essere un luogo geografico e geopolitico, è uno status: un passaggio che in Italia sfugge ormai da tempo e che ha condotto a policies spesso disarticolate e disarmoniche. Il riferimento non è ad un livello di espansionismo in senso tipicamente coloniale (così come generalmente fatto da altri soggetti, storicamente più invasivi), ma evidentemente ad una rete di influenze ed equilibri, di relazioni e interposizioni, ad una correlazione di obiettivi comuni, ad una interlocuzione che rappresenta un dragaggio fisiologico per via della straordinaria e peculiare posizione dello Stivale: un molo naturale piazzato lì nel bel mezzo del mare nostrum.

Qualcuno potrebbe obiettare che non sarà il fil rouge con altri paesi in fermento in quell’area a donarci una prospettiva per via di una oggettiva ripresa delle tensioni nel suddetto quadrante: invece è vero il contrario.

È l’idea di un eurorinascimento mediterraneo che potrebbe spingere l’Italia e la sua comunità a immaginare nuove politiche, sì agganciate al motore industriale rappresentato dal centro e dal nord Europa ma calibrato su parametri socio-culturali, se possibile, più legati alla nostra storia e alla nostra ricchezza di prossimità.

Una transizione che dovrebbe essere accompagnata da una filiera di consapevolezze e presenze, al fine di contribuire ad ammodernare Stato e cittadini guardando a ciò che erano e che non sono più stati.

“Accade invece che, quando ci si trovi in disaccordo su qualche punto, e quando l’uno non riconosca che l’altro parli bene e con chiarezza, ci si infuria, e ciascuno pensa che l’altro parli per invidia nei propri confronti, facendo a gara per avere la meglio e rinunciando alla ricerca sull’argomento proposto nella discussione.”

Le parole di Socrate possono essere ristoro per una comunità che anela ad una sovrastruttura che ne ricostruisca fondamenta e corpo.