Pandemia e guerra santa: il Mediterraneo piomba in un nuovo medioevo?

di Francesco De Palo

Nell’era della “liquidità sociale”, quando anche un certo relativismo ha preso il sopravvento, dove legittimamente si rispettano i diritti praticamente di tutti, come ad esempio degli animali, c’è ancora chi mira a “conquistare” un luogo museale, in passato di culto (e che culto…) per scopi puramente propagandistici e commerciali senza che vi sia una certa reazione di merito.

Non è retorica stantia perimetrare la fase socio-politica in cui naviga il versante euromediterraneo in un nuovo medioevo, dove un certo buio del pensiero si somma alla caccia alle streghe come metro di azione. Salvo poi accorgersi che, per uscire dal tunnel, occorre una luce, un’illuminazione: insomma, un nuovo rinascimento che provi a coordinare neuroni e braccia, con un piglio armonico e non schizofrenico.
L’approccio a due elementi che stanno caratterizzando questa metà di 2020 appoggia tale preoccupazione: la pandemia e la guerra santa in corso a Santa Sofia.

Come se il destino, o chi per lui, si fosse divertito a esacerbare criticità e conflitti al (solo?) fine di effettuare l’ennesimo stress test per democrazie squilibrate e sistemi giunti ormai al collasso.
Gli effetti dell’emergenza sanitaria non sono ancora di tutta evidenza, stando ai dati macro economici: si sprecano in queste settimane previsioni ed analisi. Ciò che troppo spesso viene posto in secondo piano è il dato sociale e storico.

Analogie con situazioni simili del passato rappresentano dei meri esercizi ginnici, dal momento che scenari e contingenze sono del tutto differenti, come lo sono tra l’altro anche le percezioni umane dei fenomeni. Il mondo di oggi è tarato sui rapporti globalizzati, quindi è più complesso affrontare i riverberi di un isolamento, tanto delle persone quanto delle merci: diffondere buone prassi può non bastare, dal momento che occorre una più profonda riflessione su dove siamo arrivati e dove dovremmo svoltare, per affrontare l’emergenza e provare a superarla, anche con strumenti non esclusivamente scientifici.

L’icona che si è materializzata qualche giorno fa con sciabola e Corano in quello che era stato il centro nevralgico dell’impero bizantino, è la spia di un pericoloso balzo indietro nel tempo, quando il principio del rispetto e della convivenza (sociale, religiosa, politica) semplicemente era un’eresia, tranne in alcuni sporadici casi come per alcuni anni nella stessa Istanbul o a Smirne, prima di una certa barbarie.
Ma come, sarebbe lecito chiedersi: nell’era della liquidità sociale declinata da Bauman, quando anche un certo relativismo ha preso il sopravvento, dove legittimamente si rispettano i diritti praticamente di tutti, come ad esempio degli animali, c’è ancora chi mira a “conquistare” un luogo museale, in passato di culto (e che culto…) per scopi puramente propagandistici e commerciali senza che vi sia una certa reazione, non ideologica, ma puramente di merito?
Ecco il corto circuito medievale: ci si accapiglia e ci si attorciglia attorni ad arzigogolati ragionamenti su una pandemia di cui non vi è letteratura, con imponenti piani Marshall e poderose intezioni di ricostruzione, ma poi non si avvia un dibattito alto e armonico su uno stupro rivolto non contro un singolo culto, ma contro l’umanità e il suo patrimonio universale.