Passata la tempesta elettorale, soffiano i venti delle “patrie”. L’esempio della Spagna

di Giovanna Lenti

La stagione autunnale europea è iniziata con la rivendicazione della sovranità polacca su quella della comunità europea, con i comizi elettorali italiani e le convention dei partiti spagnoli. Nello scenario politico occidentale, come dimostra il caso spagnolo, la minaccia alla democrazia è rappresentato dal fantasma della “patria”, agitato dai conservatori a protezione dell’identità sovrana, è bollato dai progressisti come pericoloso ritorno al passato. Ma siamo sicuri che il principale nemico della democrazia il concetto di “patria” e non il ritorno a una ideologia “ufficiale” universalistica e omnicomprensiva sul modello totalitario?

Gli interessi di politica interna e locale si mescolano con quelli globali e le bandiere di partito sventolano in mezzo a vecchie e nuove idee, miti e progetti.

Nello specifico, Spagna e Italia hanno caratterizzato il primo mese autunnale con la presentazione di progetti politici a medio e lungo termine. In italia le competizioni elettorali delle grandi città e di alcune regioni hanno permesso, fra l’altro, di misurare le forze ideologiche dei partiti in una società in evidente crisi democratica. Da ogni prospettiva si tende a vedere la democrazia minacciata. L’Europa vede la democrazia minacciata se una nazione pone l’accento su un diritto sovrano predominante rispetto a quello cooperativo delle altre nazioni, mentre stati nazionali come la Spagna vedono minacciata la loro comoda rappresentanza elettorale da una destra nazionalista in forte crescita.

La democrazia si ritiene tanto sfidata che torna in auge lo spauracchio fascista e addirittura in Spagna riprende a sventolare l’ideale della socialdemocrazia. Ma ogni qualvolta si ritiene minacciata la democrazia a riprendere vigore e forza nell’immaginario politico è il termine-concetto patria, tendente oggi non a minacciare bensì a conservare la democrazia.

Negli ultimi anni la società democratica vantava l’immagine di se stessa come progresso continuo e perfetto, la cosa migliore che l’umanità potesse scegliere. La pandemia ha dimostrato che il nocciolo duro di ogni progresso è invece la parte piú piccola che ci definisce, quella che non cambia: la patria.

Santiago Abascal Conde, classe 1976, è il leader di Vox, il partito di destra spagnolo fondato nel dicembre 2013.

Ad unire i fenomeni – la sovranità nazionale, che mette in discussione la natura politica dell’unione Europea, e il patriottismo – è sin qui stato lo scenario spagnolo: sul palco della convention del partito di destra VOX, è salito il presidente dei Conservatori Europei e in un discorso tutto centrato su un elenco di punti fondamentali del conservatorismo europeo, una sola parola l’ha fatta fa da padrone: patria.

Le forze di sinistra, che hanno più dimestichezza nel fare massa critica intorno a temi caldi dell’attualità, quali il cambiamento climatico, le politiche di immigrazione, i diritti delle minoranze, il femminismo, l’opportunità o meno della declinazione al femminile nel linguaggio corrente, credono, in quanto cassa di risonanza di queste stesse tematiche, di stare dalla parte del giusto e di essere legittimati a silenziare gli avversari “irrazionali” con i mezzi offerti dalla democrazia: renderli cioè antidemocratici.

Nello specifico, Sanchez, presidente del consiglio in Spagna, si considera erede legittimo dei fautori della democrazia spagnola e, come tale, in diritto di governare dietro la spinta democratica del PSOE, o meglio, quella del sanchismo, come diversi opinionisti iniziano a bollarla.

Secondo l’evidenza storica, tuttavia, gli eredi della transizione e della democrazia sono anche i politici cresciuti e formatisi democraticamente nelle file della forza politica della destra. Proprio la democrazia maturata in Spagna, dopo la morte di Franco, ha permesso l’entrata nel parlamento di una rappresentanza copiosissima di un elettorato di destra.

Pedro Sánchez Pérez-Castejón, classe 1972, leader del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) e presidente del governo di Spagna dal 2018.

Proporre la propria ideologia e fissare gli obiettivi dell’agenda politica per i prossimi anni come se si trattasse di un destino, di una missione salvifica contro un vagheggiato fascismo, valida oggi come lo fu esattamente 40 anni fa, non sembra essere una politica vicina alla realtà della gente. Appare piuttosto come un’alterazione della realtà, cui fanno invece appello le forze di destra. Ragion per cui le politiche della destra appaiono populiste e prive di visione futuristica. Anche quando la destra prospetta linee di indirizzo nuove, il nucleo essenziale della sua proposta politica la rende inevitabilmente conservatrice, e come tale contrapposta a quel progressismo che automaticamente permette alla sinistra di autodefinirsi democratica, anzi socialdemocratica, secondo una tendenza in voga negli ultimi mesi. Assistiamo, da una parte, a un conservatorismo nudo e crudo e, dall’altra, a una socialdemocrazia resuscitata. Il primo tende a intralciare l’indirizzo politico “sociale” che i partiti di governo dicono di volere assumere.

All’interpretazione di fenomeni sociali che appartengono al passato e che vengono presentati come attuali, e contro i quali si determinano orientamenti politici e manovre governative, si contrappone la domanda politica di provvedimenti e scelte concrete, rispondenti ad esigenze reali.

In questo scenario, del resto, si muove attualmente l’intera politica occidentale. Dai conservatori statunitensi a quelli europei, la minaccia alla democrazia passa attraverso il fantasma antidemocratico. Quale puó essere l’agenda del futuro? Se un partito pretende di governare per diritto storicamente acquisito, e un altro per responsabilità oggettiva, quale partito potrebbe governare per voto legittimo? Ad alimentare la polemica ci si mette anche un Nobel per la letteratura: invitato sul palco della convention del Partito Popolare spagnolo, Mario Vargas Llosa (già candidato alla presidenza del Perù) afferma che “ciò che importa in una elezione non è avere la libertà di votare, ma di votare bene”.

Se la socialdemocrazia odierna trova diritto di esistenza perchè la democrazia è minacciata dalla ricerca di una patria, che in qualche modo – secondo i detrattori di sinistra – rinvia al nazionalismo fascista, il rischio è di rimanere a corto di idee per il governo reale. I temi caldi delle politiche attuali, quali il cambiamento climatico, l’immigrazione, il mercato del lavoro e le economie bancarie difficilmente potranno essere affrontati con il ricorso a una ideologia “ufficiale”, esclusiva, essa sì figlia di sistemi politici totalitari del passato, neri o rossi che siano. E l’evoluzione verso un astratto universalismo socialdemocratico non sembra offrire garanzie sufficienti al mantenimento dell’ordine e dell’equilibrio del motore economico sociale di una nazione.

Forse per questo le coalizioni raggruppatesi sotto il lemma democrazia faticano a fornire progetti con coperture economiche credibili, pur godendo della simpatia della maggioranza per la spinta progressista che hanno in sé. Il conservatorismo delle destre è condannato ai margini delle compagini governative di ogni dove.

Giorgia Meloni ha conquistato il popolo di Vox, a Madrid, lo scorso 11 ottobre.

Si spiega così, fra l’altro, il clamore che ha suscitato il Spagna Giorgia Meloni, leader di un partito che si richiama al conservatorismo occidentale. Sorprende e determina scalpore perchè nell’opinione pubblica passa l’idea che i progressisti sono affini ovunque essi agiscano, mentre l’affinità dei conservatori è data da una cattiva volontà politica. Non è scontato, in altri termini, che le destre possano perseguire obiettivi comuni di miglioramento globale se parlano di patria.

Esiste una mitologia che accompagna lo stato con la sua identità nazionale. E il voler prevedere nell’agenda politica il soggetto patria può non essere nostalgia, ma realismo storico. È necessità storica di fronte ad una azione politica che priva la società di punti di riferimento immediati. È una identità che si vede defraudata. La società che si vuole democratica interpreta il concetto di patria come qualcosa che non ha piú diritto di esistenza, gloria di un passato superato dagli eventi e dalle opportunità.

La società democratica è vista sotto la costante minaccia di una frattura e di un finale drammatico per le libertà sociali e individuali. Quello che la patria vuole proteggere è l’identità sovrana, legittima e intera. Intera in quanto non divisibile.

Come conciliare allora la società democratica in evoluzione con la società conservatrice, benché ugualmente democratica?

Il globalismo proietta temi di attualità politica nel mondo, annulla i confini del dibattito e interpreta i discorsi come modelli comportamentali per un funzionamento della società democratica, appunto globale. Questa società democratica è in continua evoluzione. Non vale sostenere che il discorso di patria-nazione-sovranità ostacoli e fermi l’evoluzione della società democratica. Il discorso politico che proietta la parola patria al vertice dell’agenda politica dei partiti interpreta l’humus del popolo. La complessità della politica degli stati è tale che diventa sempre piú frequente, oggi, conoscere i leader, i progetti e i temi dei partiti delle altre nazioni. La conoscenza diretta delle problematiche locali degli altri stati e il dibattito che ne segue sono la testimonianza più netta di come agisce il globalismo politico. Quest’ultimo è uno dei risultati più eclatanti della cooperazione politica, non è il punto di partenza della politica o di una nuova idea di concepire la politica. La politica sempre quella è: interesse collettivo su bene privato, obiettivo di vincere e rapporto tra comando e obbedienza. Per questo motivo il rilancio del tema della patria non è facilmente archiviabile come un discorso nostalgico o mitologico di un tempo che fu e che non più tornare. Patria oggi, è semmai un punto fermo che non va in deroga a nessun opportunismo politico.

Miguel de Unamuno (1864-1936) è stato un poeta, filosofo, scrittore e politico spagnolo di origini basche.

La difesa della democrazia non passa attraverso la cancellazione per legge di un dibattito che si produce per necessità politica. Ciò sarebbe mera strumentalizzazione tendente a privilegiare l’interesse privato su quello pubblico. Confondere, nei discorsi politici, l’ideologia di riferimento delle coalizioni che governano una nazione con la difesa ufficiale della democrazia, produce l’equivoco che l’ideologia che si trova rappresentata nell’opposizione sia contraria alla democrazia stessa. Alimentare un dibattito del genere significa voler qualificare una parte del mondo universalmente riconosciuta come antidemocratica e un’altra come autenticamente democratica.

Più che di una “lotta” per la democrazia si tratta allora di non trascurare una ragione politica, un momento politico, una necessità politica. La politica non è qualcosa di definitivo e chiuso, ma un campo aperto nel quale vale, secondo la lezione di Machiavelli, l’utilizzo dei mezzi adeguati e la comprensione vera della realtà effettuale della cosa.

Se una qualsiasi società sviluppa un andamento verso determinate sensibilità, quella stessa società resta sempre costituita su due forze discordanti, contenenti entrambe elementi evolutivi e cangianti. Credere di essere interpreti unici e per di più nel giusto, e in quanto tali inevitabilmente “corretti”, rischia di spalancare le porte a un nuovo totalitarismo. E tutti i totalitarismi, come diceva Miguel de Unamuno, “vinceranno ma non convinceranno”.