Persona, società civile e libertà: il Rosmini dimenticato

di Maria Francesca Pullano

Secondo Antonio Rosmini, la buona politica è quella che tende non tanto allo sviluppo economico dell’individuo e agli interessi di potere quanto alla tutela e alla promozione della “totalità” della persona umana, contro ogni pretesa di perfettismo politico. In che modo? Attraverso il riconoscimento della società civile, struttura di relazione in cui ogni persona viene riconosciuta nella sua originaria libertà e tutelata nell’esercizio dei propri diritti.

Antonio Rosmini Serbati (1797-1855), da teologo e filosofo politico partecipò attivamente alla vita politica della prima metà dell’Ottocento, operando al fianco di Papa Pio IX in un periodo cruciale per la storia dell’Italia, quello del Risorgimento in cui il paese passò dal secolare frazionamento politico all’unità, dal dominio straniero all’indipendenza nazionale e dall’assolutismo monarchico allo Stato liberale e costituzionale.

Dal pensiero politico di Rosmini, fortemente influenzato dalla vivacità intellettuale del suo contesto, emerge chiaramente l’attenzione che egli rivolse al dibattito politico, proponendosi di individuare possibili linee di superamento.

A tutt’oggi le riflessioni filosofiche, politiche e pedagogiche di Rosmini conservano una grande attualità, tanto è straordinario il suo pensiero.

Ad esempio, per Rosmini il concetto di politica assume un significato del tutto nuovo, intrecciato con la ricerca dell’“anima” della politica. Rosmini non riduce la politica a mera prassi (regole routinarie) o semplice scontro tra gruppi di potere. Per lui la politica è qualcosa di più elevato e complesso, che vede protagonisti tutte le fasce popolari, unite come sono dalla realtà dell’essere “persona”, vero fondamento della politica rosminiana.

Una buona politica, per Rosmini, è quella che tende non tanto allo sviluppo economico dell’individuo, all’espansione territoriale o agli interessi di potere quanto alla tutela e alla promozione della “totalità” dell’uomo. Infatti, il pensiero politico rosminiano pone le basi del rapporto tra politica ed economia proprio sul “principio persona”: un’economia che va contro la persona è contro l’idea stessa della politica. La persona è “fine” e le cose come “mezzi”. Il centro del diritto non è rappresentato dalle cose, né dalla proprietà privata (anche se Rosmini la difende) ma, appunto dalla persona: «il mondo del diritto è soltanto il mondo delle persone, non quello delle cose».

Rosmini si pone in un continuo confronto con la modernità e con le molteplici correnti culturali del suo tempo, condivide le passioni nazionalistiche, partecipa attivamente ai cenacoli intellettuali della Milano del Manzoni, e soprattutto svolge un ruolo rilevante nella vita sociale e civile del Risorgimento.

Nelle pagine della Filosofia del diritto si coglie l’incitamento al confronto con la società industriale e con le tendenze socialiste. Il suo intento è quello di offrire una risposta ai problemi della modernità e soprattutto a tre fondamentali questioni.

La prima è quella della soggettività, tipica della cultura moderna, “che assolutizza il soggetto e aspira a ricondurre ad esso solo il mondo delle cose e la stessa trascendenza”. La seconda riguarda il posto della religione nella storia, secondo Rosmini solo una chiesa libera e povera può svolgere un ruolo determinante sulla civiltà. L’ultima è quella dello Stato moderno e la sua pretesa di egemonizzare la società civile.

Rosmini è considerato uno dei massimi critici della figura dello Stato moderno. Egli rifiuta l’idealismo, il secolarismo e lo statalismo andando, in questo, controcorrente rispetto al cosiddetto “spirito europeo”. Avverte in modo precoce la questione del socialismo e ne anticipa gli sviluppi nel Saggio sul comunismo e socialismo, in cui avvisa i suoi contemporanei dell’imminente avvento di tendenze livellatrici con lo scopo di azzerare proprietà e libertà al rischio di enormi calamità per i popoli che vi saranno assoggettati. Il consiglio di Rosmini a tal proposito va nella direzione di una neutralizzazione del fenomeno, considerando il socialismo come una “teologia rovesciata” in cui si trasferisce il divino dal cielo alla terra, in cui l’uomo viene divinizzato e il mondo non sono più visti come l’esito di un atto creativo di Dio. Questa “umanizzazione di Dio”, questa “teologia rovesciata” si esprime “nel culto delle arti e delle scienze, ma soprattutto nell’esaltazione di una tecnica assunta come un trampolino di lancio per una laica ascesa al cielo dell’uomo moderno”.

Rosmini è il primo, in Europa, a scrivere una corposa opera intitolata Filosofia della politica in cui dà una precisa definizione della politica come scienza. Sulla dignità filosofica della politica teorizzarono, come è noto, diversi filosofi, da Platone ad Hegel, ma Rosmini propone una nuova riflessione basata sulla centralità della “società civile” senza con ciò negare l’importanza, seppure limitata, dello Stato.

La ragione di questo primato assegnato alla società civile è da ricercare nella strutturale componente di potere che la caratterizza. Mentre lo Stato è il “luogo dell’assoggettamento degli uomini ad altri uomini e del conseguente, e correlato, uso della forza”, la società civile non implica la presenza di quell’elemento del potere che ha mostrato allo Stato moderno tutti i suoi limiti.

Nella post-modernità il progetto rosminiano riacquista importanza nella misura in cui invita a tornare alla società civile, come unica via d’uscita possibile. È necessario, secondo Rosmini, restituire alla società civile compiti e funzioni che le sono stati sottratti dall’elemento “signorile” del potere. Lo Stato ha il compito di predisporre i mezzi per tutelare e garantire i diritti, ma i diritti dell’uomo stanno al di là dello Stato, nella profondità della persona e si esplicano nella società civile. La persona è già diritto, ma ciò non esclude che i diritti seguano un loro sviluppo. Compito precipuo della società civile è proprio quello di regolare i diritti dei cittadini, attraverso un’opera di approfondimento e sviluppo. A tal proposito Rosmini afferma: “la società civile non può né distruggere né diminuire alcuno di questi diritti, e tutto il suo potere si restringe a tutelarli e aiutarli nel loro svolgimento, nel regolarne, in una parola, la modalità”.

Se lo Stato non deve essere negato, ma soltanto limitato e ridimensionato, al centro della vita di relazione, per Rosmini, c’è la società civile, questa nuova e affascinante realtà che nasce solo “dall’aggregarsi delle famiglie” e che consente “agli individui di rompere il guscio dell’ordinaria sudditanza e dare avvio a una nuova e originale struttura”.

La società civile è intesa come luogo di realizzazione delle libertà, “una struttura di relazione” in cui ogni persona viene riconosciuta nella sua “originaria libertà e tutelata nell’esercizio dei propri diritti”.

Rosmini è un realista. Sa che spostare l’asse di equilibrio dallo Stato alla società civile non significa negare il ruolo dello Stato ma rivalutarne ruolo, funzioni, e compiti. Per superare l’antistatalismo è necessario che le libertà trovino posto all’interno dello Stato attraverso un costituzionalismo ispirato a un nuovo equilibrio fra Stato e società civile.

Kazimir Malevich (1878-1935), 1928-1932 ca. Olio su tela, 99×79 cm. San Pietroburgo, Museo di Stato Russo

La teoria dell’anti-perfettismo dello Stato è una delle lezioni rosminiane che ancora oggi fa riflettere. Il perfettissimo è “quel sistema che crede possibile il perfetto nelle cose umane”. Rosmini invece lo assimila alle ideologie, in quanto bisogna avere coscienza che ogni forma di governo non può essere perfetta, anzi ogni società civile è una convivenza fatta di prove ed errori. Cercare di spiegare la totalità dell’esperienza, per il politico, non significa altro che costruire un’ideologia con la pretesa di possedere la chiave politica universale, inventare soluzioni definitive, avvolgere la nazione nella nube del dogmatismo. Le ideologie all’inizio sembra portino ad un mondo nuovo, ma la convinzione di non poter sbagliare non permette di crescere e rinnovarsi. Al contrario le democrazie liberali sono coscienti delle loro imperfezioni, e quando si trovano dinanzi a nuove opzioni le adottano. Le democrazie, per Rosmini, non sono perfette, ma perfettibili: “la coscienza dei limiti le rende sobrie, la possibilità di poter migliorare le pervade di una speranza tenace”.

La vasta produzione intellettuale di Rosmini, consistente in una elaborazione concettuale armonica, organica e coerente, nient’affatto frequente in altri pensatori politici del suo tempo, ancora oggi, nel complesso vivere conflittuale delle nostre democrazie, fa ancora molto riflettere.