La politica tra tecnocrazia e felicità: Emanuele Severino a un anno dalla morte

di Francesco Colafemmina

– A circa un anno dalla scomparsa di Emanuele Severino, più che elaborare un necrologio postumo o una stucchevole rievocazione del suo pensiero, occorrerebbe verificare la reale coincidenza del “destino” contingente e provvisorio da lui annunciato e la realtà politico-tecnocratica attuale. Ecco un ritratto inedito di Severino riletto attraverso Helvétius.

C’è qualcosa di contingente e provvisorio nell’aria che respiriamo di questi tempi, o un profumo di “definitivo”, come in una primavera cristallizzata nella sua continua evocazione? Se una primavera c’è, è senz’altro quella del conclamato superamento della politica da parte della tecnica.

Per leggere con maggiore attenzione i segni del pensiero di Emanuele Severino a un anno dalla morte, occorre recuperare quel fantastico dialogo fra il filosofo e l’allora presidente del consiglio Giuseppe Conte, datato 15 aprile 2019.

Qui Severino traccia anzitutto l’evoluzione del dominio della tecnica elevato a destino: “La democrazia si serve della tecnica. Lo scopo della democrazia è di realizzare un mondo di uguaglianza, di libertà, di fraternità”. Allo stesso tempo per il filosofo la democrazia non è che una ideologia, in lotta con altre ideologie: “per combattersi e prevalere le une sulle altre, queste ideologie si servono della forza maggiore a disposizione dell’uomo, che è oggi la tecnica, guidata dalla scienza moderna”. Cosa accade però in questo processo, in questa dialettica fra ideologie: “oggi la forza più potente è il capitalismo, più ancora della democrazia. Ma a un certo punto il sistema che avrà come unico scopo il potenziamento della tecnica prevarrà sul sistema capitalistico (e su ogni altro sistema) che, oltre a tale potenziamento, dovrà realizzare il proprio scopo specifico. L’inevitabilità di questo prevalere è la destinazione della tecnica al dominio. Da mezzo la potenza tecnica diventa lo scopo dell’uomo”.

L’incontro tra Emanuele Severino e Giuseppe Conte del 15 aprile 2019.

In questo contesto come si pone la politica? Per Severino, incalzato da Conte, di cui riconosce la natura di “tecnico”, all’interno dunque di una compagine politica funzionale al dominio della tecnica, alla buona politica capace di indirizzare la società secondo uno scopo ideologico, deve necessariamente sostituirsi la “grande politica”: “a questo punto non parlerei più di “buona”, ma di “grande (ossia vincente) politica”. È quella che ha compreso la destinazione della tecnica al dominio e che si adopera perché le “ideologie” non ostacolino questa destinazione. La “Grande politica” porta al tramonto il senso tradizionale della politica”.

Tuttavia anche la tecnica, affermatrice dell’inesistenza dei limiti, massima espressione del nichilismo/Follia, è destinata a finire: “infine è inevitabile che la stessa dominazione della tecnica tramonti, perché la felicità che essa dà all’uomo è fondata sul sapere scientifico, che è soltanto ipotetico. Una felicità non garantita in modo incontrovertibile, quindi tanto più angosciosa quanto più desiderata. Sarà pertanto ancora una volta la filosofia a mostrare la necessità che anche il dominio della tecnica venga oltrepassato. Non solo, ma la filosofia sarà il richiamo a cui i popoli stessi sono destinati a prestare ascolto”.

L’apparire del concetto di felicità e della sua ambiguità è per certi versi un segnale nel dialogo fra il filosofo e il rappresentante della “grande politica” che demolisce il katéchon politico per far spazio all’entropia nichilista della tecnica. Sgretolato il muro che contiene forze già ampiamente operanti nella realtà, “voraci”, capaci di nutrirsi dell’oppositore per accrescere il proprio dominio, nulla potrà contrastarle. Tuttavia, come un cacciatore che abbia abbattuto tutta la selvaggina sarà sì sazio, ma presto diverrà nuovamente affamato, ma non troverà più prede disponibili, allo stesso modo la sazietà della tecnica, la sua capacità di divorare tutto, terminata la corsa verso la sazietà diventerà evidenza di infelicità per l’uomo che da mezzo di felicità ne ha fatto una divinità. Di qui il ruolo della filosofia quale strumento di liberazione e superamento dell’era della tecnica che necessita comunque di compiersi totalmente, di pervadere ogni ambito dell’umano, di cancellare ogni ostacolo al suo potere.

Fin qui Severino e il suo annuncio, il suo evangelo alla politica: rassegnarsi a fare spazio alla tecnica per poter avere un futuro, anche se questo dovrà coincidere con la sua scomparsa. Ma questo destino, nutrito dall’ineluttabilità delle conseguenze di eventi dai quali è assente ogni forma di libertà, somiglia piuttosto ad un perverso sogno di dominazione su energie e forze delle quali si è auspicata per secoli la distruzione o la trasformazione. Più che una metafisica somiglia ad una utopia. E ogni utopia, elevandosi dal reale, mirando a trasformarlo, non può che generare infelicità. Più che una constatazione di una prospettiva della storia, ha l’aspetto sacrale di una religione che nell’aspettativa messianica accelera il suo compimento.  

Sicché per trovare un qualche antidoto all’ineluttabilità del destino di una politica definitivamente superata occorrerà volgersi indietro, ad un’altra epoca sulla soglia di una potente trasformazione. Per certi versi necessaria, ma nondimeno voluta da uomini in carne ed ossa, non certo per una sorta di metafisico fato slegato dalla volontà umana. Nell’osservare la Francia di Luigi XV, Claude-Adrien Helvétius non produsse soltanto dei trattati sullo sviluppo delle facoltà umane della conoscenza e del giudizio, ma li pervase di approfondite riflessioni sull’opportunismo morale e politico del potere che eleva a sistema la propria ristretta felicità e ne fa la base autoritativa della propria persistenza. In particolare, parlando le lusso, ossia della crescita smodata di tutti quei beni non necessari alla conservazione dell’uomo – e per molti versi la tecnologia, prodotto materiale e al contempo magico, onnipotente, è ascrivibile alla categoria del lusso –,  Helvétius chiarisce che tutte le nazioni nelle quali si sviluppano ingenti flussi finanziari fondati su beni non essenziali sono destinate a veder crescere in maniera esponenziale le disuguaglianze: “sette o otto milioni di uomini languono nella miseria, e cinque o sei mila vivono nell’opulenza”.

Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) filosofo e scrittore francese.

La concentrazione delle risorse economiche nelle mani di pochi si associa alla costante creazione di nuovi piaceri “non reali”, diremmo oggi “virtuali”. E tali piaceri si alimentano della voragine che si apre fra ricchi e poveri, della crescente distanza fra pochi e molti, fra élites e masse. La produzione di beni di lusso – l’industria della tecnica -, implica una trasformazione radicale del sistema economico e produttivo. Un impoverimento delle classi lavoratrici, e un prosciugamento delle ricchezze delle classi medie. Si direbbe pertanto che il soddisfacimento dei piaceri di pochi non possa non instaurare una struttura economica e sociale dove sono costoro gli unici a detenere ed esercitare in maniera sempre più pervasiva il potere. Sino a destrutturare l’ordine sociale e incidere sulle vite e le identità dei cittadini. Questo assetto, infatti, favorisce in ciascuno di coloro che un tempo erano appartenenti alle classi medie borghesi (bottegai e artigiani) o ai piccoli proprietari terrieri, ciò che Helvétius definisce il déplacement: “non può sviluppare attaccamento per nessun luogo; si assicura quasi dappertutto la sua sussistenza, deve considerarsi non il cittadino di una nazione, ma abitante del mondo”. Il cosmopolitismo imposto dalla necessità del lavoro porta con sé la perdita di identità che, unita al vertiginoso divario fra le classi sociali, conduce inevitabilmente al dispotismo politico: “queste nazioni diventano presto o tardi vittime del dispotismo. Esse presentano mani deboli e instupidite ai ferri dei quali la tirannide intende caricarle”.

Se dunque rileggessimo il dialogo politico de 2019 alla luce di questi brevi tratti del pensiero di Helvétius non potremmo essere tentati di smontare la metafisica ineluttabile e tradurla nella volontà di potenza dei pochi sui molti? In altri termini, è il dominio della tecnica un destino o non piuttosto la fenomenologia dell’egoismo di pochi ai danni delle ampie masse sempre più omologate sia culturalmente che economicamente, nella struttura del lavoro e della produzione, così come nella creazione di effimeri piaceri virtuali, da intendersi quali nuovi ceppi del dispotismo contemporaneo? Insomma, dominio della tecnica e voracità del potere si identificano laddove i potenti non siano più ispirati dall’attuazione di una ideologia (sia essa una religione, il capitalismo o una forma di governo), ma dal mero accrescimento del potere.

Helvétius individuava quale antidoto a questa sequela di mali sociali (la felicità apparente di pochi a scapito dell’infelicità di molti) originati dalla voracità del potere una sorta di percorso di rinuncia al superfluo, da non intendersi come quacchera negazione del lusso e della tecnica, ma come attenta esegesi della felicità e delle sue proporzioni nella società, consapevole che una disproporzione di felicità finisce per minacciare chi crede di detenerla assieme al potere. L’incantesimo della tecnica procede tuttavia in maniera tale da rendere apparentemente felici anche coloro che sono concretamente infelici. Da convincere insomma l’infelice della sua fortuna. Dovremmo domandarci dunque se i piaceri virtuali in un mondo instabile e sempre più disuguale, siano davvero il cuore della nostra felicità. Ancora, dovremmo chiederci se la felicità materiale di pochissimi cui corrisponde la progressiva estensione dell’infelicità delle masse nascosta dall’incantesimo della tecnica, sia compatibile con il concetto stesso di società. E qualora dovessimo riuscire a demistificare le illusioni di felicità elargite alle masse col precipuo scopo di cristallizzare il potere di nuove élites, potremmo concentrarci finalmente sulle nostre catene e su coloro che ce le hanno imposte.

Al di là della “grande politica” fideisticamente prona a facilitare il messianismo della tecnica, forse servirebbe una politica del coraggio, capace di guardare oltre un dominio già attuale e di far tremare le certezze dei pochi, riportando al centro del discorso il demos e il suo davvero ineluttabile kratos, quella forza sopita nell’interesse di pochi, ma nondimeno sempre pronta a risvegliarsi. Come nell’epoca di Helvétius servirebbe una nuova energia ereticale, in grado di smontare il dogma del potere e dei suoi mezzi, senza temere di essere travolta dai nuovi autodafé di una sempre più elaborata inquisizione tecnologica.