Quel “Noi” nelle foibe

di Saverio Paletta*

– La critica alle celebrazioni della tragedia delle foibe proviene da nicchie sempre più ridotte, sebbene ancora egemoni, del mondo della stampa e di quello accademico, ma c’è una crescente presa di coscienza in non pochi ambienti storiografici che iniziano a liberarsi da vecchie ipoteche ideologiche, ridotte quasi a tare, e riflettono sulla necessità di una memoria collettiva, e non “di parte”.

Anche quest’anno il Giorno del ricordo si recita “a soggetto” su un copione prevedibile (e francamente noioso, se non si trattasse della celebrazione di una tragedia): certa sinistra “chiama”, cioè evoca con sempre meno consensi ma con toni comunque forti, certa destra “risponde”.

Fatalità del calendario: il 10 febbraio (che, tra l’altro è l’anniversario dei trattati di Osimo), è “incastrato” in maniera quasi polemica tra il Giorno della memoria (27 gennaio) e il 25 aprile.

Ma la cronologia in sé potrebbe non voler dir nulla. Il problema, purtroppo, è nei contenuti: nonostante i molti e autorevoli sdoganamenti, la celebrazione del dramma dei profughi giuliano-dalmati e delle vittime dei partigiani titini mantiene una certa connotazione destrorsa. Nulla di male in questo, ci mancherebbe: la destra italiana, in particolare quella neo e postfascista, ha avuto il merito storico di tener vivo il ricordo storico di una tragedia immane. Una tragedia non solo italiana, come vedremo.

Anzi, a voler aggiungere merito a merito, occorre dire che la stessa proposta d’istituire il Giorno del ricordo fu lanciata nel 2004 da An e Forza Italia, seguite a ruota dalla Margherita, rappresentata dall’ex comunista Willer Bordon.

Ma questa stessa matrice “moderata”, di destra e centrista, limita la celebrazione del ricordo – e quindi la rievocazione della tragedia – a una parte dell’opinione pubblica.

Per carità, una parte piuttosto ampia, come ribadiscono lo share dell’ormai storica fiction “Il cuore nel pozzo” (trasmessa in onda il 2005 e, in replica, il 2010) e l’afflusso di pubblico al durissimo “Red Land-Rosso Istria” (2018), contestato da molta critica di sinistra e, più di recente, dallo storico Eric Gobetti nel suo “E allora le foibe” (Laterza, Bari 2021).

È vero: nel 2021 la critica alle celebrazioni della tragedia delle foibe proviene quasi del tutto da nicchie sempre più ridotte, sebbene ancora egemoni, in parte della stampa e del mondo accademico. Tuttavia, ciò non sposta di una virgola la portata del problema: la riduzione di una memoria che dovrebbe essere collettiva a memoria “di parte”.

A questo esito contribuiscono due fattori: la celebrazione acritica della Resistenza, che perdura in molti settori della sinistra politica e culturale e, specularmente, dalla tutela gelosa delle memorie drammatiche del confine orientale esercitata dalle destre, quasi come se il merito di aver difeso determinate memorie concedesse un copyright esclusivo e perenne.

Una contrapposizione inutile, che offende storia e memoria.

Un dibattito surreale, che contrappone miopi a ipermetropi, pronti a rinfacciarsi i propri difetti visivi anziché affidarsi a oculisti e ottici. Ma, soprattutto, un dibattito inutile, perché incapace di far luce sulle dinamiche di una catastrofe che ha radici profonde e remote, che non possono essere limitate alla sconfitta bellica dell’Italia né, alle sole popolazioni italiane e italofone della costa orientale dell’Adriatico.

I numeri, al di là delle polemiche, possono aiutare a chiarire la portata del dramma. E sono numeri importanti perché provengono da fonti terze. Ad esempio, la lettura dei dati del Dipartimento di Stato americano operata dal compianto politologo Rudolph J. Rummell nel suo classico – e quasi introvabile – “Gli Stati assassini” (Rubbettino, Soveria Mannelli 2005).

Rudolph J. Rummell

Stando a queste fonti, il numero degli italiani assassinati – attraverso esecuzioni sommarie o “infoibamenti” –  oscilla tra i 10mila e i 23mila e si attesterebbe attorno ai 16mila circa. Gli esuli, tra italiani e slavi italofoni o filo-italiani (o, più genericamente, oppositori del regime titino) ammonterebbero a 350mila circa.

Il dato si riferisce ai soli territori della Zona B e all’operato del IX Corpus sloveno che vi operò dal ’44 in avanti, quando il movimento partigiano comunista guidato da Tito era già diventato regime.

Sono dati impressionanti soprattutto perché si riferiscono all’operato di corpi militari armati su popolazioni civili inermi e su militari disarmati (essenzialmente finanzieri e carabinieri), quindi non giustificabile a nessun titolo – rappresaglia o ritorsione – del “vecchio” Diritto internazionale bellico.

Secondo Rummell, ma anche secondo alcuni storici più recenti che ne hanno ripreso le ricerche, anche l’antifascismo sarebbe un motivo del tutto secondario nell’azione antitaliana del regime jugoslavo: più prosaicamente, Tito avrebbe ripreso la geopolitica espansionista dei Karageorgevic che, anche alla fine della Prima guerra mondiale, aveva dato luogo a forme di pulizia etnica a danno degli italiani in Dalmazia.

Josip Broz Tito (1892-1980), Presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia

Le colpe degli italiani quali furono? Senz’altro il Regio Esercito commise degli eccessi nei tre anni di occupazione dell’ex Regno di Jugoslavia: i circa 8mila e rotti morti civili causati dall’azione dei nostri militari testimoniano una politica del pugno duro sconosciuta in altri teatri bellici.

Tuttavia, come sarebbe emerso in seguito dagli archivi militari, questi eccessi conseguirono all’applicazione di bandi militari, in cui l’Italia si dimostro comunque più mite rispetto ai suoi alleati: i 10 slavi fucilati per un soldato italiano colpito in un’imboscata sono niente rispetto ai 100 slavi uccisi per un soldato tedesco. E non a caso, per restare nelle proporzioni numeriche, la Wehrmacht fece diecimila esecuzioni sommarie in due sole operazioni militari in Serbia.

Queste misure pesantissime erano esempi di mentalità criminale nazifascista? Proprio no: si pensi che l’Amgot nel Sud Italia aveva emanato un bando in base al quale si prevedeva la fucilazione di 5 italiani per un soldato inglese o americano. Peggio ancora, l’Esercito Usa aveva previsto la cifra record di 200 tedeschi per un soldato americano durante l’avanzata verso Berlino (una misura pesantissima, ma militarmente comprensibile, data l’estrema insidiosità dei cecchini germanici).

Tuttavia, gli italiani non furono le sole vittime né le vittime più colpite. Sempre per restare alle cifre di Rummell (più o meno condivise da altri studiosi, persino ex Jugoslavi), i morti causati dalle repressioni titine oscillerebbero tra i 350mila e i 700mila e rotti.

Il dato, in questo caso, si riferisce soprattutto alle altre etnie balcaniche. Senz’altro quelle slave (serbi, croati e sloveni) ma anche albanesi (e al riguardo c’è da dire che quest’ultima ferita si è riaperta nel ’98 durante la guerra del Kossovo, quando il sistema jugoslavo era ormai agli sgoccioli).

Gli italiani sono stati una goccia in un mare di sangue immenso, provocato dalla saldatura di almeno quattro tipi di guerra: quella regolare, in cui il Regno di Jugoslavia fu liquidato in meno di un mese dalle forze dell’Asse, quella partigiana, che fu una guerra “sporca”, come lo sono tutti i conflitti asimmetrici, quella civile, in cui i corpi paramilitari sloveni e croati incrudelirono sui serbi, e quella rivoluzionaria.

Acqua passata? Certamente no, anche se i presupposti perché certi rancori vengano finalmente archiviati iniziano a esserci.

C’è, innanzitutto, un’opinione pubblica più distaccata, grazie anche alla distanza cronologica da quei terribili avvenimenti. E c’è una maggiore presa di coscienza in non pochi ambienti storiografici, che iniziano a liberarsi da vecchie ipoteche ideologiche, ridotte quasi del tutto a tare.

Una targa commemorativa degli eccidi del Nordest

Forse occorrerebbe un doppio gesto di coscienza: smettere di far propaganda per capitalizzare un dramma che non è solo italiano e smettere di arroccarsi su una lettura vecchia della Resistenza.

Giusto due parole su quest’ultimo aspetto: le foibe sono state rimosse da certa cultura di sinistra – che oggi si arrocca quasi del tutto attorno all’Anpi ed è egemone solo nelle aree in cui la sinistra istituzionale subisce l’egemonia dell’associazione dei partigiani “rossi” – perché rappresentano un cortocircuito nella narrazione del movimento esistenziale, concepita come un’epopea di liberazione.

Rievocarle, al contrario, costringe a riflettere sugli aspetti più oscuri di quelle vicende e ridimensionano non poco il mito.

Questo processo finisce col toccare i nervi scoperti di un’intera area culturale che, paradossalmente, si allinea ai residui dell’establishment jugoslavo che sopravvivono nelle istituzioni, politiche e militari, di Slovenia e Croazia.

Ma rischia di diventare una recita grottesca: tale è la risa continua tra fascisti senza più fascismo e comunisti senza più comunismo.

Un passo indietro da queste contrapposte propagande sarebbe salutare, tanto più che queste polemiche sembrano servire più a gonfiare i conti correnti di alcuni editori che non a ricucire memorie lacerate a oltranza.

La storia è una disciplina difficile, che si pone due compiti ardui: scoprire la verità e riappacificare. Siamo davvero sicuri che l’attuale generazione di studiosi ne sia all’altezza?

* Direttore de L’Indygesto