Quel “Noi” unito da una maglia azzurra

di Giulio Sessa

Nel libro “Azzurri. Storie della nazionale e identità italiana” (UTET 2021), Paolo Colombo e Gioachino Lanotte spaziano lungo la storia d’Italia, analizzando gli elementi costitutivi di quel “Noi” che, attraverso le vicende della nazionale di calcio, si riconosce in simboli, vicende e personaggi ben definiti, rinsaldandosi nella bandiera che torna puntualmente a sventolare per le strade d’Italia.

Questo libro smonta un primo luogo comune, ossia il fatto che spesso si ritiene che il tema della nazionalità sia poco sentito in Italia: la presenza di nazionali di calcio di ogni categoria (cantanti, giornalisti, deputati, ordini professionali etc.) dimostra invece che siamo “assetati di nazionalità” e abbiamo “un modo tutto nostro […] di stringerci a coorte” che (nel calcio ma non solo) ci porta a salire sul carro dei vincitori in occasione dei trionfi e ad abbandonare la nave nelle grandi sconfitte, trovando difficoltà invece a essere italiani nel pareggio, nella normalità, “là dove non c’è una grande emozione a trascinarci dentro un valore di riferimento”.

L’identità si rinsalda se si riconosce in simboli, e le vicende dell’Italia del calcio sono legate alla bandiera, che ritorna a sventolare per le strade con la vittoria dei Campionati Europei del 1968 e, ancor di più, durante i Campionati del Mondo del 1970 della epica Italia – Germania 4-3, dopo decenni in cui (per rigetto verso l’ostentazione nazionalistica del periodo fascista, o per mancanza di risultati nel calcio?) era quasi scomparsa, accomunando figli e padri, spesso divisi negli anni della contestazione; oppure all’inno, che per tanti anni i nostri calciatori non cantarono, suscitando polemiche (con atleti che si giustificarono dicendo di non confondere la sostanza (quello che uno sente) con la forma, non capendo che “quando si ha a che fare con i simboli, la forma è sostanza”). Vicende che ci fanno riflettere su come questi due simboli forse ancora oggi non siano completamente radicati e intesi come elementi fondanti dell’italianità.

La nazionale di calcio ha accompagnato tante fasi della vita politica italiana in maniera curiosa: si è passati dal fascismo, in cui lo sport veniva utilizzato come grancassa del regime, alla finale degli europei del 1968, in cui nessun politico era presente in tribuna, fino ad un Pertini festante nel 1982 come un tifoso qualsiasi.

La rappresentativa del pallone ha aggregato gli italiani attorno alla radio prima e alla televisione poi, con tanti cronisti che ne hanno descritto le partite, ognuno con uno stile che ha contribuito a renderli unici e a farli passare alla storia (Carosio, Martellini, Pizzul), con tanti letterati e grandi firme che la hanno seguita con passione perché calciatori amatoriali (Pasolini), oppure perché impressionati dal seguito popolare del calcio, dopo un’iniziale irritazione verso questo sport (Saba), o in quanto coinvolti come giornalisti sportivi, capaci di lasciare il segno nel racconto del calcio declinando termini nuovi e soprannomi pungenti (Gianni Brera).

Bruno Pizzul e Nando Martellini

La nazionale ha anche lasciato un’impronta nella musica, con i calciatori citati da Rino Gaetano nella sua Nuntereggae più, con le Notti magiche di Italia ’90, col “popopopopopopo” di Seven Nation Army dei White Stripes nel 2006.

L’Italia del calcio ha conseguito il primo trionfo internazionale in uno sport di squadra per una nostra compagine (il mondiale del 1934) ed è stata accompagnata da tante polemiche riguardo al senso di appartenenza degli oriundi che ne hanno vestito la maglia (oriundi che però, curiosamente, erano presenti all’interno di ciascuna delle squadre vincitrici dei quattro Campionati del Mondo per l’Italia).

Nel testo, trovano spazio anche i temi della costruzione degli stadi durante il fascismo (con il lascito di un patrimonio di strutture sportive che non aveva eguali in Europa) e in occasione del campionato casalingo di Italia ’90 (con gli incidenti sui cantieri e l’aumento smisurato dei costi), insieme a un capitolo sulle Olimpiadi del 1960, con l’Italia del boom, in cui miglioravano l’alimentazione e le condizioni di vita, un po’ distratta dalla possibilità di effettuare per la prima volta le vacanze estive (sul modello di altri paesi), che faceva da sfondo, soprattutto attraverso la magnifica cornice di Roma, alla ultima manifestazione dei Giochi a dimensione umana, prima che la tecnologia e gli sponsor ne accrescessero irreversibilmente il gigantismo.

Gli indimenticabili mondiali di Spagna del 1982

E poi, tra i tanti calciatori (Attilio Ferraris, recuperato nel 1934 dal CT Pozzo e poi diventato campione del mondo, quando oramai la passione per l’alcol e le sigarette sembravano averlo allontanato dallo sport; Baggio, comunque sostenuto dagli italiani anche dopo l’errore dal dischetto nei rigori della finale del 1994, con una “pietas istintiva verso chi non fa […] ciò che ci si aspetterebbe da lui”), uno ne viene ricordato con particolare e meritato affetto, perché forse è l’unico giocatore che, nella nostra memoria, affiora indossando la maglia della nazionale e non del club; centravanti “mingherlino”, con un modo tutto italiano di interpretare il ruolo (che “incarna il fallimento definitivo e conclamato del progetto mussoliniano di costruzione dell’uomo forte”), “alla ricerca del gol in agilità e in perenne movimento”, con una capacità tipica degli abitanti del Belpaese di reagire alle avversità (il calcioscommesse, in merito al quale negò sempre il coinvolgimento), risollevandosi dagli abissi, unico anche nel soprannome (lontano dai muscolari e tonitruanti Bonimba o Rombo di tuono) e eterno nella memoria anche se distante dai numeri di altri campioni (in serie A realizzò “solo” 65 gol): Pablito, Paolo Rossi, uno di noi, uno che ha cementato il comune sentire italiano attraverso l’esaltazione popolare per il calcio.