Riabitare la comunità: la funzione insostituibile del linguaggio

di Domenico Bilotti

– Uno dei vettori tradizionali del rapporto tra individuo e comunità è costituito dal linguaggio e, in particolare, dalla sua tipica funzione comunicativa di unire significanti e significati, secondo l’uso che li mette in atto in un medesimo contesto discorsivo.

È noto come sia stato Ludwig Wittgenstein a lavorare su questa dimensione intra-comunitaria del linguaggio, in una prospettiva presto accolta, pur con non irrilevanti modificazioni metodologiche e fenomenologiche, nella filosofia analitica anglosassone.

A propria volta, tra i bersagli teoretici del filosofo austriaco, c’era sicuramente il filone del pensiero giusfilosofico che aveva sviluppato una concezione peculiarmente referenziale della norma – tale da imporsi ai propri destinatari per il suo solo essere data.

Ludwig Josef Johann Wittgenstein (1889-1951) è stato un filosofo e logico austriaco.

Oltre al linguaggio politico, la riscoperta del linguaggio, come ambiente in cui si realizza la diffusione di comunicazioni in una comunità, ha avuto, nel pensiero degli ultimi decenni, almeno altri due canali preferenziali di approccio scientifico. In particolar modo, v’è stato chi, come Francis Fukuyama, ha dedicato pagine non occasionali alla trasmissione del senso comico quale espressione di un’empatia immediata e di un mutuo riconoscimento di significati, tra il mittente e il destinatario della frase comica, dai riverberi evidentemente politici. Il comico, lungi dall’essere solo guizzo linguistico, condotta non mediata dalle strutture convenzionali sociali (e anzi basata su un suo senso di rovesciamento di quei ruoli e di quelle forme), si riconsegna così come spazio preferenziale di una condivisione che assume, secondo i casi, i sensi della critica, della contestazione, dell’irrisione, della conservazione. Se questa può dirsi effettivamente una storia collettiva e identitaria del riso, che ha sempre prediletto i codici comunicativi che risuonano in una medesima sezione di soggetti parlanti la fascinazione per gli stessi gesti e battute, in verità non è affatto da disprezzare neanche la storia individualistica della parola salace, veicolata da Umberto Eco, in una serie di saggi filologici ed esegetici, il cui vertice resta forse “Tra menzogna e ironia”. La parola, per definizione disarmata, al fine di essere strumento contemporaneamente difensivo e seduttivo, deve perciò affilarsi, sollevarsi di livello rispetto al suo dire quotidiano e cercare nella raffinatezza che lascia il segno l’esigenza e l’esperienza di una mentalità libera, scevra, pulita, autonoma dagli altrui codici morali.

Umberto Eco (1932 2016) è stato un semiologo, filosofo e scrittore italiano.

E, su altre sponde, c’è stato un intenso lavorio teorico intorno alla nozione giuridica e filosofica di liturgia, ad esempio arrivata al dibattito italiano dai divergenti, ma parimenti legittimati, studi di Paolo Prodi e Giorgio Agamben. Anche lì s’è fatta presto chiara la vera questione insita in una riflessione sul linguaggio: il linguaggio non sa (non può, non deve) fare a meno di una carica emozionale, istintuale, e di una sua ritualità che ne renda possibile la trasmissione. Il modo in cui si parla è il modo in cui si partecipa, in cui si ama, in cui si sta al mondo. È il modo in cui ci si fa mondo finalmente esprimendo, e non sacrificando, la propria soggettività. Riconoscere che la liturgia implichi l’accettazione di un uso linguistico e che il linguaggio così divenga a propria volta rito ribalta le precedenti nozioni meramente strumentali del linguaggio (il linguaggio come alfabeto semantico attraverso il quale giustifichiamo azioni) e coglie del parlare la natura intrinsecamente politico-collettiva. Grandi maestri della scienza canonistica, come Jean Meyendorff, sulla scia del religioso e matematico Pavel Florenskij, hanno riflettuto anche sul residuo di “irrazionalità consapevole” del linguaggio formulare religioso, osservando che in quel caso il significato scavalca precipuamente il significante e conferisce la grazia salvifica attraverso un darsi riconosciuto dalla comunità dei fedeli. Ciò avviene, ad esempio, quando il popolo devoto si riunisce in una celebrazione della propria fede della quale non conosce tuttavia la grammatica dei significanti (può non conoscere, secondo i casi, il latino, lo slavo ecclesiastico, l’arabo e così via). Eppure, la parola pronunciata all’interno della struttura rituale conferisce un significato che immediatamente si riflette nell’animus di chi partecipa alla funzione.

Questa consapevolezza ha forse portato alcuni studiosi a maturare una non sempre condivisibile accezione pan-linguistica dell’esperienza umana, e ci pare che anche il rischio di eccessive concessioni a questi indirizzi non implichi smentirne la rilevanza e la significatività. Sono noti, ad esempio, gli studi di Desmond Morris sul linguaggio senza parola, il linguaggio muto del corpo, considerato dall’A. in parola non come linguaggio del corpo nudo o sensuale, ma come linguaggio istintivo che reagisce tacitamente alle manifestazioni degli agenti esterni, secondo canoni di riconoscimento culturale.

Desmond John Morris (classe 1928) è uno zoologo, etologo e divulgatore scientifico britannico.

Questa lunga considerazione, che ha volto a sé un tentativo di ricondurre a criteri ermeneutici ampli l’ancor più ampio dibattito contemporaneo sulla rilevanza collettiva del linguaggio, è propedeutica al segnalare le oggettive difficoltà in cui il linguaggio medesimo versa, a cagione dello svuotamento della partecipazione politica dal novero delle occupazioni quotidiane. Per “partecipazione politica”, del resto, qui non si intende specificamente una delle sue oggettive formule riassuntive principali, quale attestata dalla scienza politica del XX secolo: la partecipazione politica resa attraverso l’adesione al programma dei partiti e per mezzo della militanza in essi. Non si vuole affatto dire che essa non sia stata importantissima: è proprio per il tramite della sua consistenza, invece, che corpi intermedi che erano quasi privi di disposizioni specifiche nelle legislazioni statutarie ottocentesche si trovano poi nel costituzionalismo post-bellico ad avere una sanzione costituzionale (come in Italia) di specifico e disatteso pregio.

Più modestamente, nella lettura sin qui proposta, il partitico non chiude il politico – anzi, quando così è stato, in realtà, il politico si è incancrenito sino alle sue strutture formali e di gestione amministrativa del governo, iniziando lo scollamento progressivo tra le istanze della rappresentatività e le condotte materiali della rappresentanza. La partecipazione politica, peraltro, oggi priva dei suoi riferimenti preferenziali di ieri, ha lasciato il passo a forme di consolidamento dell’opinione che ora la precedono e ora la seguono. L’adesione religiosa, tra le molte, sempre più mutilata del suo contenuto primigenio sacramentale, diventa mano a mano orientante di scelte pubblicistiche per chi la pratica o la segue, che però hanno sempre meno in comune con la piattaforma assiologica di provenienza dei precetti di culto. Le identità locali, che nel partito trovavano canalizzazione o spiccatamente autonomistica o di rielaborazione in un agone elettorale generale, da almeno due decenni prediligono proporsi come tali: sono i partiti a organizzarsi intorno ad esse, e non il contrario, quando davvero lo fanno con incisività nei meccanismi di produzione del consenso sociale. Ci sono viepiù identità dettate, più che dall’affiliazione partitica, dagli stili di vita, circostanze per le quali le diverse categorie sociali, almeno in limitati frammenti del loro agire, ottengono una legittimazione esterna (una riconoscibilità) superiore a quella che loro verrebbe da una specifica militanza politica. I precari, i professori, gli ultras di calcio, i tecnici … sempre più frequentemente, quando ci si pone in rappresentanza di categorie, per massimizzare il seguito che in esse potrebbe ottenersi, si minimizza anche il più piccolo riferimento alla sfera d’azione entro meccanismi partitici di espressione delle diverse opinioni.

La partecipazione politica lascia oggi il passo a forme di consolidamento dell’opinione diverse da quelle tradizionali nei partiti.

Sia chiaro che ciò fotografa una basilare lacuna di molto antecedente il tempo presente: l’incapacità della nozione di partito, come canale di partecipazione politica collettiva, a fare autocritica circa il proprio sradicamento ideale, lasciando invece inalterate o troppo spesso malamente rimasticate  le proprie espressioni simboliche su una scheda elettorale. Non è questo quello a cui guardiamo.

È semmai da dire che gli indici sempre più spesso associati alla crisi del politico (la agevolissima circolazione di notizie fittizie, le cd. fake news; l’assenza di pudore nel rispondere di responsabilità pubbliche, anche nel caso di violazione di norme elementari; la ridottissima capacità attrattiva dei dati sociali materiali nella selezione pubblica dell’opinione e del voto) sono direttamente connessi a una drammatica crisi del linguaggio. Con tale espressione, la tentazione sarebbe quella di intendere una mera, quanto purtroppo irreversibile, crisi qualitativa del linguaggio medesimo. Il che certo rappresenta un limite innegabile: le leggi sono scritte in modo peggiore e allora gli studiosi parlano di deterioramento del drafting legislativo;  i giornali sono scritti in modo più affrettato e allora si nasconde la loro scomparsa nell’orizzonte di massa per il solo tramite della competizione degli strumenti digitali; le persone si intendono (?) adottando un sempre più ridotto numero di vocaboli e allora si parla di analfabetismo funzionale.

La questione sembra debba essere ritenuta altra. Si sono eclissati dai processi che sottintendono la scelta d’opinione e di condotta il lavorio accurato sulla parola da preferire (sull’argomentazione convincente: quella della contesa dialettica omerica, non certo la performance della politologia elettoralistica statunitense) e il senso di comunità che guida la scelta linguistica e a propria volta da esso è guidato.

Eppure, questa scelta, lungi dall’essere fungibile, contingente, fruibile, relativa, è iscritta in sé nella parola che si usa, nel significato che si segue perché in fondo lo si persegue. Riscoprire i codici di un’appartenenza di comunità non potrà che passare da una riscoperta della funzione del linguaggio. L’essere umano che si rassegna alle soluzioni linguistiche impostegli dal tempo è sempre meno che a una sola dimensione; anzi, la linea che lo riassume finisce per divorarlo. Del pari, sull’essere umano che ignora le difficoltà del linguaggio nel suo tempo, rischia di incorrere l’altrettanto beffarda mancanza di diapason per accordarsi alla necessità di risuonare i valori del proprio dire – in particolar modo, se ad essi ambisce di restituire una valenza di comunità.

Ben lo avevano capito i maestri della letteratura occidentale del secondo millennio. Lo sapeva Dante, che in ogni dimensione dell’ultraterreno sperimentava registri diversi (la torbida cupezza, pur vivida, dell’Inferno; la modestia comunque descrittiva del Purgatorio; l’aulica speranza del Paradiso). Solo all’Inferno un pontefice morto poteva predire la discesa agli Inferi di un pontefice ancora in vita! E lo sapeva benissimo Shakespeare. Nel più bel Carnevale della nostra letteratura, almeno sino ai tempi di Victor Hugo, nel “Sogno di una notte di mezza estate”, la confusione tra i personaggi, dissipata gioiosamente solo in fine di commedia, denota in fondo il significato magistrale del vivere. Dimmi CHI sei. Se saprai farlo, vuol dire CHE sei.