Rinobilitare l’ozio come spazio dell’interiorità

di Giovanbattista Trebisacce

La pandemia ci offre la possibilità di ri-considerare le nostre abitudini e di riappropriarci del tempo dell’“ozio”, nel senso in cui lo intendeva Nietzsche, come cura del sé e della propria saggezza, conferendo valore ad ogni istante della nostra vita con la necessità di ristabilire il giusto equilibrio tra un’attività totalizzante e l’ozio assoluto.

Necesse est enim ut veniant scandala. Cosi recitava una frase tratta dal Vangelo di Matteo: “È necessario infatti che avvengano scandali…”.

Può sembrare a prima vista un’affermazione spregiudicata, considerata la terribile tragedia pandemica che ha investito il mondo intero e che ancora, in alcuni paesi, produce effetti devastanti. Occorre, però, un cambio di paradigma fondamentale che ci viene dall’osservazione di un fenomeno rilevante: il cambiamento delle abitudini, dei costumi, degli stili di vita in generale. Il ritorno ad una socialità, più o meno ordinaria, non ci farà comunque perdere i cambiamenti, forzati, che abbiamo registrato in questo periodo.  La pandemia ci consegna un nuovo stile di vita basato su un nuovo modo di fruire gli strumenti classici delle telecomunicazioni.

L’uso della rete in questi mesi di isolamento coatto ci ha permesso, nel bene e nel male, di mantenere, anche se virtualmente, rapporti interpersonali, di continuare a lavorare, di fare la spesa a domicilio, trading finanziario, ecc. In breve, ha accelerato in maniera esponenziale processi di digitalizzazione che avrebbero richiesto anni ed anni per realizzarsi. Una nuova didattica a distanza che ha espresso molti dei suoi limiti, soprattutto per quanto concerne la scuola primaria, e che non può garantire, senza la didattica in presenza, un processo di formazione esaustivo. Ma non è questa l’occasione per parlarne.

I media non sono stati estranei a questi cambiamenti. La televisione ha cambiato volto, la rete ha portato il cinema nelle nostre case, ha portato i concerti, realizzati in streaming dalle proprie abitazioni, nei nostri salotti. Abbiamo conosciuto un nuovo modo di fare la spesa a domicilio, abbiamo cambiato le nostre abitudini conviviali registrando nuovi approcci all’ambiente, abbiamo rivalutato anche e, soprattutto, un nuovo approccio alla cura di noi stessi.  Il lockdown ci ha permesso, infatti, di prestare maggiore attenzione alla nostra sfera più intima , troppe volte sacrificata in virtù dei ritmi frenetici che la società del lavoro ci impone.

Friedrich Nietzsche, già nel 1885, nella Gaia scienza, aveva evidenziato che la “frenesia di lavoro stava inselvatichendo l’Europa”, così come oggi la “caccia al guadagno” impone all’intelligenza di spremersi fino all’esaurimento: “Adesso la vera virtù consiste nel far qualcosa in minor tempo che un altro. E dunque sono ben poche le ore in cui è consentita la sincerità”. Continuava Nietzsche: “Non si ha più tempo e forza per la conversazione spirituale e per ogni otium ma ci si vergogna di riposare. Si pensa con l’orologio alla mano, come si mangia a mezzogiorno con gli occhi sul bollettino della borsa, si vive come se si temesse continuamente di perdere un affare”.  

Friedrich Nietzsche

Il filosofo tedesco si soffermava sul cambiamento semantico dei termini otium e negotium. Per i latini l’otium era la cura di sé e della propria saggezza, mentre con il termine negotium venivano indicate le attività necessarie agli individui per garantirsi la sopravvivenza. L’otium era un privilegio delle classi più agiate che rifiutavano il negotium, giudicato denigrante, in quanto caratteristica dei ceti meno abbienti.

La storia ci consegna un capovolgimento semantico dei due termini: oggi l’otium viene accettato solo perché funzionale al negotium: per lavorare meglio bisogna saper fare delle pause. La pandemia ha avuto questo merito: rinobilitare l’ozio, inteso come spazio riservato all’interiorità, ai nostri pensieri, affetti e passioni, sempre più messi in secondo piano dai tempi frenetici scanditi dalla vita quotidiana. Questo non si traduce in un abbandono “ad un dolce far niente”, ma vuol significare un riconsiderare le nostre abitudini, interrogarci sulla bontà di esse e, in caso contrario, operare in vista di una rimodulazione formativa delle stesse. Diceva sempre il filosofo tedesco: “Cacciar la noia ad ogni costo è cosa volgare, come lavorare senza gioia”. 

Nella letteratura filosofica abbiamo tanti esempi: il filosofo Herman Hesse, nel 1973, pubblicava L’arte dell’ozio, un invito ad una riflessione e ad un’analisi interiore; del 1995 è L’ozio creativo del sociologo Domenico De Masi, che individuava come soluzione quella di annullare i confini tra dovere e piacere, unendo le componenti di lavoro-gioco-studio.

La pandemia, in conclusione, ci offre la possibilità di ri-considerare le nostre abitudini e di riappropriarci del tempo dell’“ozio” conferendo valore ad ogni istante con la necessità di ristabilire il giusto equilibrio tra un’attività lavorativa totalizzante e l’“ozio” assoluto.