Sull’oicofobia italiana

di Spartaco Pupo

Per gli oicofobi nostrani, la contraddizione insita nell’essenza stessa dell’intellettuale consiste nell’attitudine a volersi raccontare, a ritrovarsi nelle narrazioni, a ripercorrere i luoghi da dove veniamo non come individui singoli ma come “comunità” nazionale. Come se parlare di noi stessi non volesse dire altro che “valorizzare” un patrimonio identitario per farne oggetto di nazionalismo. Il fantasma del totalitarismo novecentesco aleggia ancora su molti settori della cultura italiana, e spinge a rifiutare il più possibile ogni riferimento all’identità del “Noi” per paura di ripetere, in qualche modo, le drammatiche esperienze di quel passato.

Alcuni studiosi sono convinti che l’identità italiana sia frammentata e difficile da orientare secondo valori universalmente accettati. Anni addietro, Remo Bodei, in Il noi diviso: ethos e idee dell’Italia repubblicana (1998), parlava di “disidentità nazionale”, di memoria storica “divisa” come conseguenza della perdita di credibilità di ogni “racconto di fondazione”. Il XX secolo ha portato via con sé ogni grande progetto collettivo, per cui alle nuove generazioni “non appaiono più sufficientemente plausibili né il fine lontano per cui vale la pena sacrificare se stessi e gli altri (l’emancipazione, il progresso, la società senza classi), né il tormentato percorso per arrivarvi”. Ma è probabile che sulla percezione collettiva di questo “Noi diviso” italiano di cui parla Bodei possa avere in qualche modo influito quel “gusto della dissacrazione autolesiva e, spesso, gratuita” proprio di taluni intellettuali abituati ad accusare di “provincialismo” e “settarismo identitario” qualsiasi tentativo di identificazione con la tradizione culturale locale o riferimento all’identità intesa come la “nostra storia”, cioè la storia degli uomini, delle donne e delle idee attraverso le quali siamo diventati quelli che oggi siamo.

L’oicofobo tende a vergognarsi dell’Italia, che giudica retrograda, illiberale, bigotta, clericale, ecc. Per questo, la storia culturale d’Italia è diventata una specie di tabù. Da qui l’orientamento a lasciare che siano gli stranieri ad occuparsi di noi, come dimostra il numero crescente delle traduzioni delle “storie” d’Italia raccontate da autori francesi, inglesi, tedeschi, e così via.

Alberto Asor Rosa, critico letterario ed esponente della sinistra operaista, non ha mai smesso, sin dal 1965, l’anno del suo Scrittori e popolo, di prendersela con gli intellettuali nazional-popolari, Gramsci compreso, che ha sempre bollato di provincialismo e conservatorismo per essere l’incarnazione di una cultura paesana e piccolo-borghese. Si ricorderà il suo feroce attacco a Francesco De Sanctis, reo, a suo dire, di avere scritto una storia della letteratura che celebrava la civiltà italiana moderna secondo uno schema ideologico che condizionava o addirittura precedeva la descrizione storica degli avvenimenti letterari. Ancora nel 1999, Asor Rosa trovava “ridicoli i soprassalti nazionalistici da cui la nostra cultura, anche quella letteraria, è sovente coinvolta”, soprattutto quando non si tiene conto che “la nostra civiltà” è inserita in una cornice culturale in cui “l’America rappresenta il mito, il simbolo di un superamento della dialettica e di una pietrificazione della parola, con i quali ci misuriamo continuamente”. Ancora nel 2009, per “paura” di passare come l’ultimo dei desanctisiani della storiografia letteraria italiana, Asor Rosa pensò di convertire una “normale” storia della letteratura italiana in una Storia “europea” della letteratura italiana, come recita il titolo della sua ultima opera. Non, quindi, un “invito”, quale voleva essere quello di un Giulio Ferroni, “ad amare la nostra letteratura e il nostro Paese, a sentire il valore irrinunciabile di una tradizione che vorremmo sempre più aperta in un orizzonte europeo e mondiale”, ma una storia “altra” della letteratura italiana. Non la storia della letteratura come patrimonio culturale dell’Italia ma una storia oicofoba dell’Italia vista da una prospettiva diversa, dal di fuori di “casa” nostra.

Alberto Asor Rosa (classe 1933) è uno storico della letteratura, saggista, accademico e politico italiano.

Per quanto poi riguarda il riconoscimento dell’identità italiana in politica, un quadro rilevante e non affatto tramontato della situazione venne offerto da Oriana Fallaci, corrispondente da New York nel 2001. Nel descrivere le manifestazioni pubbliche degli operai italiani, ne La Rabbia e l’Orgoglio, Fallaci scrisse di aver provato una certa “umiliazione” nel vedere gli operai di New York agitare il pugno, sventolare la bandiera del proprio paese e tuonare: “Iuessè! Iuessè! Iuessè! Usa! Usa! Usa!”, senza che nessuno glielo avesse ordinato, benché nel vocabolario della lingua inglese la parola italiana Patria nemmeno esistesse: “Per dire Patria bisogna accoppiare due parole. Father Land, Terra dei Padri; Mother Land, Terra Madre; Native Land, Terra Nativa. O dire semplicemente My Country, il Mio Paese. Però il sostantivo Patriotism c’è. L’aggettivo Patriotic c’è. E a parte la Francia, forse, non so immaginare un Paese più patriottico dell’America”.

Una “scuola” completamente diversa, scriveva Fallaci, è quella dei colleghi italiani: “Ho provato una specie di umiliazione (…) perché gli operai italiani che sventolano il tricolore e tuonano “Italia-Italia2 non li so immaginare. Nei cortei e nei comizi gli ho visto sventolare tante bandiere rosse, agli operai italiani. Fiumi, laghi, di bandiere rosse. Ma di bandiere tricolori gliene ho sempre viste sventolar pochine. Anzi nessuna. Mal guidati o tiranneggiati da una sinistra devota all’Unione Sovietica, le bandiere tricolori le hanno sempre lasciate agli avversari”.

In altre parole, la sinistra italiana, il cui bagaglio culturale e ideologico è in gran parte post-comunista, ha adottato come ideale di patria l’Unione Sovietica, instillando nella classe operaia una preconcetta ostilità contro il Noi nazionale.

Fino a oggi non si è persa occasione per descrivere a più riprese quella italiana come una identità “chiusa”, una comunità nazionale “leggera”, sia perché l’Italia non si riconosce in un interesse comune, collettivo, sia perché il vero patrimonio del popolo italiano, come dimostra la sua storia, è sempre stato non l’unità ma la “diversità”, il punto di incontro di culture diverse, la molteplicità di piccoli paesi, la memoria della guerra civile, le accuse e le abiure tra opposte fazioni.

È vero che l’Italia repubblicana, costruita sulle rovine della seconda guerra mondiale, ha inevitabilmente sviluppato una profonda diffidenza verso la retorica nazionalista che, incarnata dal fascismo, aveva così rimosso l’eredità repubblicana e liberale. Ma è altrettanto vero che la cattiva memoria del Risorgimento italiano è il prodotto delle interpretazioni storiche operate dalle maggiori culture politiche italiane del Novecento, le quali hanno sempre considerato il Risorgimento come una “rivoluzione mancata”. Lo stesso Gramsci vedeva la borghesia come unica protagonista del Risorgimento a scapito delle masse e dell’intellettualità cattolica, che non ha mai rimosso le pulsioni anticlericali del Risorgimento.

I contributi culturali animati dalla convinzione che il “bisogno di patria” costituiscano dei vantaggi per la società italiana sono pochi ma significativi e ci permettono di guardare con maggiore ottimismo a un futuro meno oicofobo per gli italiani. Ci sono autori che considerano la pluralità di culture che abbondano in Italia come un motivo di esaltazione patriottica. Lo storico Walter Barberis, ad esempio, ammette che “di fronte alle frastornanti e contraddittorie manifestazioni dell’attuale globalizzazione; nel momento in cui si fanno stridenti nuove pulsioni imperiali e la crisi di ruolo di buona parte dei grandi organismi di rappresentanza e di regolazione politica internazionale, parrebbe non priva di senso, né di utilità generale una voce italiana che sapesse parlare unitariamente il linguaggio unitario della sua cultura, della sua esperienza storica, quella dei suoi grandi incontri e delle sue più alte manifestazioni di civiltà”.

Un altro storico italiano, Ernesto Galli della Loggia, che è andato alla ricerca delle cause che hanno prodotto il fallimento della nazione italiana, parla di “morte della patria”, recuperando una fortunata espressione di Salvatore Satta. Secondo Galli della Loggia, è vero che la crisi dell’identità italiana risale al Medioevo, quando i comuni costituivano la fonte della divisione del popolo italiano, che non riusciva a trovare un retroterra civile comune, ma è altrettanto vero che fu soprattutto la fine del fascismo, ottenuta grazie alle potenze militari straniere, a coincidere con la morte della patria italiana. La continuità statuale fallì, e l’antifascismo vittorioso, che aveva rappresentato una parte minoritaria della società italiana, ripresentò il vecchio problema della legittimità dello Stato.

Ernesto Galli della Loggia (classe 1942) è uno storico italiano, editorialista del Corriere della Sera.

Difatti, l’identità nazionale è qualcosa che si riferisce alla statualità, ed è questo l’elemento di maggiore debolezza. Come ha ben spiegato lo stesso Galli della Loggia ne L’identià italiana (1998), il fragile sentimento nazionale italiano è il risultato di due elementi combinati. Il primo è dato dalla debolezza della costruzione unitaria dello Stato. Il carattere immediatamente ideologico dello Stato, per via della sua origine da una guerra civile, insieme all’inadeguatezza degli strumenti nazionalizzanti, hanno impedito che la statualità fosse il fattore decisivo per la crescita dell’identità nazionale. L’eccessiva centralità della politica è stata la seconda grande causa che ha impedito il radicamento di una forte identità nazionale in Italia. Il ruolo molto ampio della politica, che si atteggia a una specie di religione laica di salvezza collettiva ma che in realtà non è che una risorsa individuale, da sempre connota in senso politico il sentimento nazionale. Dal 1945, dopo la catastrofe del nazionalismo fascista, Stato e istituzioni raramente si sono posti l’obiettivo della crescita dell’identità nazionale nei cittadini.

In altre parole, oggi, in Italia, il tema dell’identità nazionale conduce facilmente a interpretazioni semplicistiche che partono dall’enfasi sull’importanza di “pronomi” diversi dal “Noi”, come “Io” e “Loro”, certamente più fortunati e adatti al linguaggio politico e alle tendenze filosofiche in voga nella cultura contemporanea.

Il mio studio conferma che l’oicofobia, come concezione distorta della politica che porta ad escludere l’importanza del Noi, è una tensione intellettuale certamente legata al giudizio storico sui tragici eventi che hanno caratterizzato la vita sociale italiana durante e dopo la seconda guerra mondiale. Ma è anche il prodotto di quelle filosofie politiche che si caratterizzano per un forte anticomunitarismo e antinazionalismo. In questo contesto, il rifiuto che l’Italia, come l’Europa, ha di se stessa, la paura del proprio passato e del proprio patrimonio culturale è una delle conseguenze più negative dell’incessante declino del Noi-nazione, già iniziato in seguito alla nascita dello Stato moderno e sviluppatosi notevolmente grazie alle moderne pretese universalistiche.

Questo declino è stato massimizzato nel XX secolo dai sistemi politici caratterizzati da una forte centralizzazione del potere. Il potere dello Stato totalitario era assoluto, sistematico e provvidenziale rispetto a una moltitudine di uomini uguali. Il “Noi” assoluto nasceva dal presupposto psicologico che l’individuo non potesse essere privato del senso di appartenenza ad un ordine più grande. Il “Noi” comunitario diventò quindi un “Noi” politico globale, che necessitava di masse atomizzate. I collettivisti esaltarono il popolo come massa indifferenziata interamente rispondente agli interessi di una società completamente incorporata in un’amministrazione centrale che ha standardizzato le vite umane e le ha sradicate da qualsiasi identità locale e personale.

Resta oggi il conforto, per così dire, che gli italiani, presto o tardi, assumono consapevolezza del proprio irragionevole atteggiamento oicofobo. È capitato all’anziano Norberto Bobbio, coscienza critica della sinistra italiana, che in un convegno su “La nazione italiana” svoltosi a Torino nel dicembre 1994, non poté fare a meno di riconoscere: “L’idea stessa di nazione, in Italia, si è andata connotando come qualche cosa di negativo, lo stesso richiamarsi ad essa è stato visto come il mettere in campo istanze irrazionali e antidemocratiche. Così è successo che quelli di noi che sono approdati al liberalismo democratico hanno dovuto farlo mettendosi contro l’idea stessa di Italia”.

(Fine)

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