Un appassionante invito alla lettura di Yukio Mishima

di Lorenzo Vittorio Petrosillo

A cinquant’anni dalla morte di Yukio Mishima non sono mancate nel mondo della cultura internazionale commemorazioni, rievocazioni, studi e analisi critiche di questo scomodo e enigmatico personaggio. In Italia, tra gli altri e sugli altri, occupa un posto a sé il lavoro di Danilo Breschi, “Yukio Mishima. Enigma in cinque atti” (Luni editrice, Milano 2020, pp. 256, € 20,00).

Come etichettare il libro di Danilo Breschi su Yukio Mishima? Saggio di critica letteraria? Monografia scientifica? Dotta e puntuale dissertazione? Nulla di tutto questo. O meglio: anche questo. Ma soprattutto un dono che l’Autore fa a se stesso e ai suoi lettori, un atto di amore intellettuale e esistenziale e di sentita riconoscenza nei confronti del personaggio-Mishima, a lungo metaforicamente frequentato e intimamente vissuto. Vissuto: cioè assimilato e accolto nella totalità del sé, ben più in profondità della critica razionale. E d’altronde Mishima è buon maestro perché, caso raro tra gli intellettuali di ogni epoca e rarissimo tra quelli del XX secolo, egli seppe realizzare con tragica consapevolezza la fusione di arte, cultura e  vita. La sua filosofia, la sua estetica, la sua prosa lirica si trasformarono in lui in carne e sangue e ancora oggi esse restituiscono dello scrittore giapponese l’intatta e pensosa coerenza del samurai morto suicida a quarantacinque anni. Il segreto di Mishima sta nell’epilogo della sua vita, dove trovò compimento il prologo, dove cioè la mente dell’intellettuale e la creatività dell’artista, gettate via le maschere così spesso indossate, si tradussero per l’ultima volta in vita sublimata nell’attimo stesso della morte. La spada da samurai conficcata nel ventre e il sangue che ne sgorgò suggellarono la fusione tra arte e vita.

Breschi, a conclusione del saggio, tenta una spiegazione in termini di cortocircuito esistenziale in Mishima «tra il medioevo più feudale, gerarchico e guerriero, e una modernità talmente avanzata da anticipare il post moderno» (p. 240), un cortocircuito nient’affatto relegato nella sfera intellettuale ma fatto prepotentemente circolare nelle vene e col sangue dello scrittore sino al voluto sfacelo finale. Le primissime pagine del prologo (pp. 15-18) partono appunto dall’epilogo (25 novembre 1970) e indugiano nella descrizione del macabro rituale suicida (l’antico seppuku): indubbiamente possono indisporre, ma subito il testo spicca il volo e sino all’ultimo rigo dell’ultima pagina esso svela un lirismo di idee in una cornice di composta misura. Insomma: un libro romantico, scritto da un romantico e su un personaggio romantico. L’asettico trasparente illuminismo non è qui di casa, e per fortuna.

 Il “Seppuku”, rituale dell’antico Giappone per il suicidio obbligatorio o volontario, privilegio esclusivo dei samurai.

Tra il prologo e l’epilogo sostanzialmente coincidenti Breschi, con sicuro controllo del timone, effettua una circumnavigazione dell’“enigma Mishima” e tocca tutte le principali vicissitudini dell’intensa biografia letterario-esistenziale del giapponese: dall’acutamente avvertito senso di decadenza di un Giappone sconfitto, piegato, svirilizzato (in una parola: americanizzato), all’esigenza del giovane Mishima di conoscere e comprendere l’odiata-amata America (estrema propaggine dell’Occidente) e le sue remote scaturigini elleniche. Le pagine dedicate alla scoperta dell’Ellade, filtrata dall’aristocraticismo nietzscheano, sono particolarmente rivelatrici della personalità e sensibilità mishimiane ma anche della sagacia dell’Autore, capace di cogliere l’essenziale in poche illuminanti formule. In Grecia Mishima è come un «kamikaze alla ricerca del bello»: qui, nella apollinea compostezza della scultura classica che trattiene la sottostante spinta all’esplosione dionisiaco-sensuale, Mishima ritrova (o scopre) se stesso in almeno tre dei quattro lati del suo prisma interiore: il lato atletico (col culto della inutile – per la meccanica età contemporanea – e plastica muscolosità del corpo maschile), il lato narcisistico-estetico, il lato della purezza artistica. Una affinità ostinata e tenace, quella tra la ellenica kalokagathìa e l’ideale tradizionale e nobile del samurai, e che riaffiora continuamente nella multiforme produzione letteraria di Mishima e in particolare in Sole e acciaio. Ma la circumnavigazione continua e Breschi ci conduce nell’universo mishimiano oltre la morte, la notte, il sangue (Atto III del libro), al cospetto dell’ideale dell’antico samurai puro come la neve, passionale e vitalistico come un vulcano e votato a una morte di sangue. Multiforme e poliedrico anche nell’accostamento alla Patria degli avi, il Mishima delle Confessioni di una maschera sfugge continuamente, come l’uomo Mishima oscillante tra una modernità trasgressiva e il suo rigetto reazionario.

L’atto IV della circumnavigazione (L’artista che si fece samurai per tradizione e romanticismo) ci parla di molto, e soprattutto dell’aspetto più controverso di Mishima, quello del miliziano politico di destra che scelse la morte rituale piuttosto che il ripiegamento individualistico nella modernità “borghese”. Ma perché dunque si suicidò?  Il suo “Proclama” del 25 novembre 1970, lanciato pochi attimi prima del gesto fatale, non svela sino in fondo il mistero di una morte così sconcertante e che ancora oggi ci obbliga a interrogarla. Ma una certezza l’abbiamo e Breschi la ricorda bene: nelle gesta ultime del suicida «si condensano l’enigma e lo scandalo che rendono difficile un apprezzamento e una valutazione critica dell’opera di Mishima» (p. 179). Il seppuku di quel 25 novembre proietta un’ombra lunga all’indietro, su tutta la pregressa vita dello scrittore e dell’artista, e con esso chiunque si accosti a Mishima deve fare i conti.

Le ultime pagine del libro offrono delle originali comparazioni tra Mishima e alcuni “mostri sacri” della cultura europea: Dostoevskij, Proust, D’Annunzio. Intuitivo il paragone col poeta pescarese; particolarmente indovinato quello col romanziere russo (e che tra l’altro offre a Breschi l’occasione di riflettere sulla diversa concezione di trascendenza nei due autori, tenendo per fermo – e non è sempre ovvio – che anche Mishima ne possiede una propria); più problematico e articolato quello con Proust (il cui periodare «lento, volubile, insinuante» presenta poche tracce di somiglianza con lo stile chirurgico e condensato del giapponese).

Gabriele d’Annunzio (1863–1938)

Per chi è poco avvezzo all’arcipelago mishimiano o, peggio, ne è completamente digiuno, la lettura di Breschi risulta disorientante per sovrabbondanza di suggestioni, richiami, assonanze tra cultura e storia giapponese e profonde assimilazioni di un Occidente còlto non soltanto nella fase crepuscolare ma anche, in Grecia, ai suoi albori. Lettura disorientante perché propone al lettore i molteplici volti di Mishima (le maschere) a partire dalle sue altrettanto molteplici opere, la cui bellezza è cursoriamente saggiata da alcune ampie citazioni dirette (per esempio, pag. 35, da Patriottismo; p. 77-78, da Sole e acciaio; p. 126, da Morte di mezza estate; et alia). D’altronde  non si giunge a una meta definita ma si circumnaviga un «enigma» (come evidenzia il sottotitolo del libro) i cui più riposti recessi restano inaccessibili anche ai più avvertiti conoscitori di Mishima.

Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900)

Come confessa lo stesso Breschi il libro si propone anche quale «un personale esercizio di stile» (p. 9): una sperimentazione estetica (e forse emulatrice) su un esteta della scrittura quale fu effettivamente Mishima. Non rimaniamo sul generico ma, a commiato da questa nostra breve recensione e a mo’ di viatico per la lettura del testo, indichiamo alcuni di questi esercizi di stile di Breschi. A pag. 54: «[…] oggi in Europa, nei nostri fortunosi ma ancora fortunati tempi che stentano a spogliarsi di futilità e sostenibile leggerezza del non essere per rivestirsi dei pesanti panni di un pensiero tragico»; pag. 76, la catastrofe di Nietzsche in tre righe: «Nietzsche finì poi per arrestarsi, bloccando ogni comunicazione tra corpo, vita e conoscenza. La subentrata insanità del primo paralizzò la seconda e offuscò la terza. Il filosofo infine tacque»(lo spettro del Nietzsche giovane, quello della Nascita della tragedia e dintorni, aleggia per tutto il libro); pag. 94, arte e dolore: «[…] suscitandogli una raffica di emozioni condensate in pensieri affilati sul dolore, il senso della sofferenza e l’eventuale possibilità per l’arte di trovare un canale entro cui sagomare il dolore, informe com’è, contenerlo, ridurlo, farlo defluire, rendendolo esprimibile a parole»; l’esteta e il guerriero sul crinale tra classicismo e romanticismo, pag. 161: «Un dandy che si vuole guerriero ma che è anche, prima e soprattutto, uno scrittore di raffinatissimo stile e severo rigore formale, non può certo né scomporsi oltre misura, perdendo il dominio di sé, né certo tenere a bada la propria spiccata sensibilità e fervida immaginazione, nonché l’innata tendenza a filtrare esteticamente ogni esperienza esteriore»; lo stile evocato con stile, p. 210: «….il vocabolario sagacemente compulsato, la lingua elegantemente corteggiata e infine padroneggiata ti possa offrire la parola esatta, l’artiglio che tutto afferra e scampo». Adesso l’invito al lettore è completo e irrinunciabile.