Un Noi in fondo all’Io: per una riscoperta di Giovanni Gentile

di Antonio Giovanni Pesce

Il tema dell’uno e dei molti, dell’Io e del Noi ha ricadute politiche assai interessanti, e le controversie su questo aspetto, oltre ad avere lasciato strascichi enormi, hanno avuto drammatiche conseguenze. La più nota e a noi vicina battaglia su questo problema ha visto prima dialogare, poi discutere sempre più animatamente, e infine litigare i due grandi maestri della rinascita idealistica in Italia, Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Ma per una piena comprensione del Noi è quest’ultimo che andrebbe oggi riscoperto attraverso la rilettura di “Genesi e struttura della società”, contro ogni infondata accusa di misticismo.

La nostra civiltà filosofica si basa su un problema – quello dell’uno e dei molti – che può assumere diverse sfumature e incontrare diverse ipotesi risolutive, ma che resta centrale nel dibattito teoretico. E questo perché siamo la civiltà che ha posto il rapporto con l’essere sulla base del concetto. Inutile girarci attorno: perfino il sentimento originario, esistenziale, di me come Io, ha bisogno della luce schiarente del pensiero per donarsi alla mia coscienza in modo ricco e comunicante.

È il pensiero il palcoscenico su cui danzano gli enti; la scatola che contiene gli attrezzi con cui porre la relazione tra noi e gli altri. E il pensiero, quando non è immaginazione (ammesso che sia possibile una immaginazione pura, senza alcun altro componente), è concetto. La lunga battaglia tra realisti e idealisti ha portato soprattutto i primi ad accentuare altre forme di conoscenza, come l’intuizione, per mantenere un rapporto diretto con il reale, mentre i secondi hanno visto nel concetto il guadagno della coscienza a sé medesima.

Ma il punto non è il concetto o no, ma che tipo di concetto: nella sintesi concettuale è forse ricompresa una realtà esterna al pensiero stesso o momenti dello sviluppo sempre progressivo di questo?

L’essere si dice in molti modi, ci ricorda Aristotele, e questo dire richiama la molteplicità degli enti a cui il pensiero dello Stagirita riconosce quella che potremmo chiamare consistenza ontologica. Questa oppone resistenza ad ogni logica reductio ad unum, e la fatica del pensare, che è innanzitutto e per lo più concettualizzazione, nasce proprio dalla impossibilità del pensiero di cogliere ogni particolare che distingue e farne un universale.

Aristotele (384 a.C.-322 a.C.), il grande filosofo greco che stabilì il primato della comunità sull’individuo.

L’universale è sempre un sacrificio di qualche istanza dell’essere. Ma è sacrificio necessario perché l’essere si possa pensare e, infine, comunicare. L’essere non pensato è l’essere che manca di coscienza, perché questa è la prima forma di comunicazione dell’essere a se stesso – l’essere non comunicato è l’essere che manca di senso. Ma comunicarsi, anche a se stessi, non restituisce mai la pienezza dell’essere che si comunica, perché il pensiero non è mai capace interamente dell’essere. Solo in un caso, la pienezza dell’essere è stata pensata e comunicata – quella della Trinità. E non è un caso che il Dio Uno e Trino è Dogma, verità che non si coglie interamente: non può questa pienezza d’essere comunicarsi interamente se non ad un essere – se stesso – che ne è pienamente capace (cioè di contenere). Questo il caso unico e solo in cui non vi è alcuna distinzione tra Io e Noi – perché l’Amore, che è la comunicazione più capace dell’essere, qui è identica e uguale all’Essere che deve comunicare e a Chi deve comunicarlo. Nel caso dell’esserci, cioè di quell’essere che è esperienza mai interamente vissuta, l’amore non riesce a vincere la distinzione, e l’Io e il Noi rimane distinto, ancorché progressivamente sempre più unito.

Il tema dell’uno e dei molti ha ricadute politiche assai interessanti, e le controversie su questo aspetto, oltre ad avere lasciato strascichi enormi, hanno avuto drammatiche conseguenze. La più nota e a noi vicina battaglia su questo problema ha visto prima dialogare, poi discutere sempre più animatamente, e infine litigare i due grandi maestri della rinascita idealistica in Italia, Benedetto Croce e Giovanni Gentile.

Benedetto Croce (1866 – Napoli, 20 novembre 1952) filosofo, storico, politico, fu esponente, insieme a Giovanni Gentile, del neoidealismo italiano

Sin dai primi confronti – quello sull’arte e quello sulla Storia – i due hanno avuto un approccio diverso al problema dell’unità-distinzione (la terminologia, qui, denuncia un cambiamento kantiano di prospettiva rispetto al tema dell’uno e dei molti), a tal punto che diversi studiosi si sono chiesti come mai il rapporto tra i due sia durato così tanto. Il conflitto latente irrompe sulla scena culturale italiana nel 1913, quando Gentile ha ormai costituito la sua ‘prima’ scuola (quella palermitana), e Croce si trova in un momento difficile – nel settembre di quell’anno era morta Angelina Zampanelli – ed egli voleva mettere ordine a tante cose nella propria vita.

La polemica si articola in due scritti: l’articolo di Croce, Intorno all’idealismo attuale, e la lettera di risposta di Gentile, Intorno all’idealismo attuale. Ricordi e confessioni, entrambi pubblicati sul campo neutro de «La Voce» del Prezzolini. Croce non si dice persuaso dell’attualismo, accusandolo di misticismo, di far calare sul mondo la tenebra dell’indistinto, quella notte di cui parlava Hegel contro Schelling e in cui «tutte le vacche sono nere». Gentile non nega la distinzione, ma ne vede la prima scaturigine nell’unità dell’Io, mentre Croce afferma che in principio è la distinzione, e la distinzione degli stessi atti dello spirito: noi non cogliamo mai l’Io nella sua unità, ma solo come atti distinti tra loro.

Giovanni Gentile (1875-1944) fu direttore della Scuola normale superiore di Pisa, di cui promosse l’ampliamento e lo sviluppo, fondatore del Giornale critico della filosofia italiana e ministro della Pubblica Istruzione.

Questa battaglia giocata sul filo della dialettica unità-distinzione dice molto più di quanto apparentemente non sembri, perché se poi Croce distinguerà l’ideale della libertà dalle istituzioni e dai partiti liberali, mentre Gentile vedrà nel fascismo un ulteriore momento del liberalismo risorgimentale, è proprio perché l’uno cerca nel mondo, seppur con sofferenza ma con ben poche illusioni, quell’unità da cui l’altro lo fa scaturire.

Quest’ultimo punto mi pare importante. Gentile non accettava l’accusa di misticismo, e la combatté fino alla fine, scrivendo vibranti pagine in cui appariva chiaro lo sgomento per questa incomprensione. Come poteva essere misticismo quella filosofia che fa dell’Altro l’altra faccio dell’Io? La distinzione è già interna all’unità dell’Io, tanto che, semmai, lo si può accusare di far fiorire un universale lì dove per millenni la speculazione filosofica ha visto un particolare. Un Io che è un Noi, dunque. Perché nel farsi sempre più universale, l’Io dialoga col Non-Io, che è, innanzi tutto, l’Io come Sé, perché coscienza riflessa. Ma soprattutto si incontra nell’Altro, che non è semplicemente oggetto, ma soggetto che dice anch’egli Io – è dunque socius. Ed ogni volta che ci stringiamo nel caldo abbraccio dell’amicizia o uniamo le labbra dell’amore, noi non conosciamo semplicemente l’Altro come oggetto – e già quanti mondi siamo, quando incontriamo e facciamo nostra, sintetizziamo nello spirito che è l’Io, una teoria scientifica, una filosofia, un problema o una civiltà! No, noi incontrandoci nell’Altro che è Io, noi ci incontriamo in un universo di senso, la cui sintesi per giungere ad un’unità ancora maggiore porterà ad una crisi, che muterà il mondo dell’Io, lo farà nuovo e sempre più universale. Bellissime le parole di Gentile in Genesi e struttura della società: «Immanente al concetto di individuo è il concetto di società. Perché non c’è Io, in cui si realizzi l’individuo, che non abbia, non seco, ma in sé medesimo, un alter, che è il suo essenziale socius: ossia un oggetto, che non è semplice oggetto (cosa) opposta al soggetto, ma è pure soggetto, come lui. Questa negazione della pura oggettività dell’oggetto coincide col superamento della pura soggettività del soggetto; in quanto puro soggetto e puro oggetto, nella loro immediatezza, sono due astratti; e la loro concretezza è nella sintesi, nell’atto costitutivo dell’Io».

Una delle più importanti opere di Gentile, presentata al lettore – così suona il suo sottotitolo – come un «saggio di filosofia pratica»

Quando conosciamo, ma soprattutto quando amiamo (l’amico, l’amata, ecc), noi sintetizziamo, troviamo cioè una unità più grande con l’altro, e di due mondi eccone uno, ed io non sono più quello di prima più di quanto non sia anche il mio socius. Ed è per questo che l’accusa di misticismo a Gentile non sempre è ben suffragata. Tuttavia, se per un istante distogliamo lo sguardo dall’etica e dall’antropologia, capiamo facilmente quali risvolti negativi possa avere un concetto di unità, che fa dell’altro un socius interiore alla coscienza, senza alcuna garanzia di distinzione nell’astratto magari, ma ben sanguigno campo della politica.