Uomo e donna sono differenti ma complementari. Lo dice la filosofia di genere

di Miriam Rocca

La frase incriminata di Alessandro Barbero sull’incapacità della donna di occupare, nel tempo, posti di potere è l’occasione per rivedere i capisaldi della filosofia di genere che da Aristotele, passando per San Tommaso, fino a Edith Stein, giunge a conclusioni non molto dissimili da quelle dello storico torinese, restituendoci una visione profondamente attuale e condivisibile della differenza di genere.

È di questi giorni il “caso-Barbero”. Intervistato da La Stampa sul gender gap, lo studioso ha affrontato il tema in un’ottica originale e, se vogliamo, “rischiosa” per il tipo di asserzioni sostenute peraltro dopo una doverosa premessa: “Rischio di dire una cosa impopolare”. E così è stato, visto che le sue parole hanno scatenato polemiche e critiche abbastanza accese. Di seguito le parole incriminate: “Vale la pena chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che, in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiuta ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda. Non ci si deve scandalizzare per questa ipotesi, nella vita quotidiana si rimarcano spesso differenze tra i sessi”.

L’osservazione dello storico torinese, per quanto impopolare, non è poi così infelice, se ci si sofferma ad affrontare il discorso, quanto mai attuale, della differenza di genere.  Partiamo dal presupposto che l’uomo è un mistero complesso: fatto di anima, corpo, spirito. Ciononostante, non può considerarsi la somma di più parti messe insieme. È un unicum, non ve n’è uno uguale a un altro, ancor più in rapporto alla femminilità. Uomo e donna non sono uguali, bensì complementari. L’uno ontologicamente necessario all’altra, per esser vita e dare vita.

Alessandro Barbero (classe 1959) è uno storico, accademico e scrittore italiano, specializzato in storia medievale e militare.

Già nella filosofia aristotelica l’uomo è sinolo, ossia unità inscindibile di materia e forma, concetto che trova il suo più significativo sviluppo nell’assunto di San Tommaso d’Aquino “anima forma corporis” (anima forma del corpo). L’anima, che è essenza spirituale, manifesta se stessa nella corporeità.

La chiave di volta è la frase di Edith Stein secondo cui “se l’anima è la forma del corpo, ad un corpo maschile corrisponderà un’anima maschile e ad un corpo femminile un’anima femminile”. Sessuando l’anima, si supera la visione parziale di uomo e donna come identici nella loro ontologia ma si sottolinea la loro differenza sessuale, non solo sul piano fisico e biologico, ma anche su quello metafisico e spirituale. Dire infatti che uomo e donna sono uguali in quanto persone o esseri umani non è del tutto corretto. Essenzialmente significa soffocarne ogni differenza nella genericità della parola umano.

In realtà la sessualità, nell’essere-uomo come nell’essere-donna, si declina in modo differente nel rapportarsi al “tutto”: nelle relazioni amicali, negli affetti familiari, negli ambienti lavorativi, politici, culturali e sociali. Ciascuno ha un proprio modo di porsi, unico e originale, determinato anche dal proprio genere sessuale.

Uomo e donna hanno bisogno l’uno dell’altra proprio perché diversi. La differenza non va letta come divergenza ma come complementarità. Per cui una società che privilegi un sesso a danno dell’altro, non fa che privarsi di quel contributo specifico che appartiene solo ed esclusivamente all’altro genere, condannandosi da se stessa a godere di prospettive sempre e solo parziali. Nemico del progresso sociale e culturale è il maschilismo radicale, come il femminismo estremo. Entrambe le posizioni sottomettono l’altro genere ad una posizione di ineluttabile inferiorità.

Tommaso d’Aquino e l’anima umana come “forma del corpo”.

Ma ritorniamo alla frase di Barbero che tanto fastidio ha dato agli ambienti femministi: “Vale la pena chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi”.La domanda è legittima e la risposta doverosa. Secondo la filosofia di genere è reale ed evidente la presenza di differenze strutturali tra uomo e donna, ed è altrettanto reale ed evidente che per quest’ultima è spesso più difficile avere successo in certi campi, specie in quelli di potere. La causa va trovata in ciò che preclude alla donna l’affermazione in questi ruoli, che non è certo l’incapacità o la mancanza di aggressività, spavalderia e sicurezza di sé – spesso elementi finanche troppo presenti nel genere femminile – quanto il ruolo che le è proprio: mantenere le redini della famiglia, la gestione della casa, la crescita dei figli. Tutto questo non è da pensare in maniera avvilente, né umiliante né retrò. Si dovrebbe iniziare a darne una lettura differente: la donna è la base della società, perché è il perno delle dinamiche familiari. Volente o nolente è colei che si trova a doverle gestire per ethos, storia o anche, se vogliamo, per cultura e tradizione.

È anche vero, però, che, sempre secondo la studiosa: “Non vi è nessuna professione che non possa essere esercitata da una donna […]. Però anche i doni e le inclinazioni naturali possono orientare verso particolari campi di lavoro. Nessuna donna è solo donna; ciascuna ha le proprie inclinazioni e i propri talenti naturali come gli uomini, e questi talenti la rendono atta alle varie attività professionali. In linea di massima, la disposizione individuale può orientare di preferenza verso qualsiasi campo, anche verso quelli che sono di per sé lontani dalle caratteristiche femminili”. E allora ecco il desiderio legittimo della donna di potersi realizzare in campi culturalmente non suoi, perché storicamente maschili. Auspicabile è che la donna porti quel quid che le appartiene anche in questi campi, come già sta facendo spesso con molti sacrifici, dovendo lavorare più degli uomini per pareggiarne i livelli, in tutti i settori lavorativi. Oltre agli effetti deleteri di un certo maschilismo, ella si trova a dover vivere l’incombenza giornaliera di conciliare “casa e lavoro”, e spesso la società non aiuta: i servizi di assistenza pubblica sono carenti (asili nido, scuole materne, ecc.) e quelli privati molto dispendiosi. Il suo apporto non è adeguatamente valorizzato dalla società, costringendola sovente a fare un pluslavoro che, alla maniera marxista, è retribuito solo in parte, portando invece alla società stessa un plusvalore che ne permette l’arricchimento non solo in termini di capitale.

Secondo la Stein “è proprio della donna, proteggere, custodire e far sviluppare l’essere in formazione e in crescita: perciò da una parte è in lei il dono di carattere corporeo, di saper vivere strettamente unita a un altro, di raccogliere in calma le forze e di sopportare il dolore e la privazione; dall’altra il dono di carattere più spirituale, di essere interiormente orientata verso il concreto, l’individuale, il personale; di saperli cogliere nella loro caratteristica e di adattarvisi”.

Edith Stein (1891-1942) , in religione Teresa Benedetta della Croce, di origine ebraica, si convertì al cattolicesimo. Fu monaca, filosofa e mistica tedesca dell’Ordine delle Carmelitane Scalze.

Vero è, tuttavia, che i ruoli rivestiti in famiglia sono resi dalle nuove dinamiche sociali e professionali più flessibili, quasi “interscambiabili”: gli uomini collaborano con le donne quando non vi si sostituiscono addirittura. Allora troviamo mariti/compagni/papà tuttofare, che cucinano, stirano e lavano i piatti, perché la donna oggi è più impegnata rispetto al passato negli ambiti lavorativi, culturali e sociali e necessita di più aiuti. Insomma, l’equilibrio della coppia è tale nella misura in cui riesce ad organizzare/armonizzare tempi e luoghi di “sopravvivenza comune”. La cultura sta cambiando, perché le donne stanno cambiando e anche gli uomini stanno prendendo progressivamente coscienza di quanto l’apporto femminile in ogni ambito sia una inesauribile fonte di arricchimento. Eppure risultano ancora tremendamente attuali le parole della Stein, pronunciate durante la sua attività di conferenziera, nell’Europa degli anni ’30: “Noi donne siamo costrette a porci il problema della nostra realtà e della nostra vita. Non ci è lecito passare oltre superficialmente alla domanda: che cosa siamo noi e che cosa dobbiamo essere? E non è solo la riflessione dell’intelletto che ci propone questo quesito: la vita stessa ha fatto della nostra vita un problema. Lo sviluppo sociale che, previsto da alcuni, voluto e concretamente programmato da pochi, è arrivato addosso ai più senza che ne avessero la minima preparazione, ha strappato la donna dalla cerchia pacifica e beata della sua casa, da quei compiti e da quel ritmo di vita che era diventato ovvio per lei; l’ha gettata in mezzo alle relazioni più eterogenee e svariate, l’ha posta all’improvviso di fronte a problemi pratici che non aveva mai sospettato. Siamo state buttate in acqua: dobbiamo nuotare”.